Un lavoro su cinque nell’Ue è vulnerabile: la Spagna ha il tasso più alto

Quasi un posto di lavoro su cinque nell’Unione europea è considerato vulnerabile per salari bassi, precarietà o scarsi diritti, secondo Eurofound, che pone la Spagna in testa.

«Un fenomeno multidimensionale che comprende insufficienza di reddito, insicurezza occupazionale e mancanza di diritti sul lavoro»: così Eurofound definisce la vulnerabilità occupazionale in relazione alle condizioni di vita e di lavoro.Nell’ultimo rapporto, l’agenzia tripartita dell’UE, che mette a disposizione analisi per sviluppare politiche sociali, occupazionali e del lavoro più efficaci, ha rilevato che nel 2021 il 18,8% dei posti di lavoro nell’Unione, quasi uno su cinque, non raggiungeva la soglia minima in almeno una di quelle dimensioni.

La tendenza, però, è incoraggiante.

La vulnerabilità è salita dal 21,4% nel 2009 al 23,8% nel 2014, all’indomani della crisi finanziaria, trainata da un boom di lavoro temporaneo e part-time involontario, per poi diminuire in modo costante dal 2016 fino a scendere sotto il livello pre-crisi.

Ciò è in linea con la panoramica dell’agenzia sulla sua indagine sulle condizioni di lavoro 2024, pubblicata ad aprile, che segnala un miglioramento graduale della qualità del lavoro in Europa, ma anche divari che persistono.

Una mappa molto disomogenea

La Spagna registra il tasso di vulnerabilità più alto, al 29%, seguita da Portogallo e Lussemburgo al 25% e dall’Italia al 24%, mentre l’Ungheria (17%), Malta e Bulgaria (entrambe al 18%) presentano i livelli più bassi.

I dati 2021 non sono disponibili per Cipro, Cechia, Lituania, Polonia, Romania e Svezia; per questo quei Paesi sono stati esclusi dallo studio.La natura del problema è tanto diversa quanto la sua entità.

Nei Paesi continentali come Germania e Austria, e in gran parte dell’Europa centrale e orientale, la bassa retribuzione è il fattore principale: nella scomposizione per il 2019 del rapporto rappresenta quasi tre quarti dei casi di vulnerabilità in Bulgaria.

Altrove il problema è l’insicurezza: il lavoro temporaneo e part-time involontario è prevalente nei Paesi mediterranei e nordici e in Irlanda pesa per il 56% del totale, la quota più alta nell’UE.

La sorprendente posizione del Lussemburgo nella parte alta della classifica riflette il fatto che le retribuzioni sono misurate rispetto al reddito mediano di ciascun Paese.

Chi sopporta il rischio

Le donne, i giovani lavoratori, i migranti, i rom, le persone con disabilità e le persone LGBT+ hanno tutte una probabilità sproporzionata di svolgere lavori vulnerabili, frenate da discriminazioni, responsabilità di cura e, per i migranti, ostacoli legali e qualifiche non riconosciute.

L’istruzione offre una protezione molto forte.

In Ungheria, per esempio, il 58% dei lavoratori con un basso livello di istruzione è vulnerabile, contro appena il 6% dei laureati.

Anche l’esperienza nel tempo ha un effetto: ogni anno in più sul mercato del lavoro riduce il rischio di un punto percentuale, pari a circa il 20% nell’arco di una carriera ventennale.

La vulnerabilità dei giovani può essere impressionante: in Danimarca nel 2015 il 59% dei giovani lavoratori era vulnerabile, contro l’11% degli adulti, anche se nei Paesi nordici si tratta in larga misura di una fase transitoria verso un’occupazione stabile.

Il prezzo dell’accumulo di svantaggi

La vulnerabilità in una sola dimensione non condanna necessariamente a una cattiva vita lavorativa e, su alcuni aspetti come l’intensità del lavoro, questi dipendenti riferiscono talvolta condizioni migliori rispetto ai colleghi più tutelati.«È l’accumulo di più vulnerabilità che porta sistematicamente a esiti negativi», rileva il rapporto, citando prospettive di carriera peggiori, accesso limitato alla formazione, minore autonomia e redditi imprevedibili.

Il costo è soprattutto mentale, non fisico: i lavoratori altamente vulnerabili presentano tassi più elevati di ansia e depressione, pur essendo meno inclini a dichiarare stress legato al lavoro.

Anche se può sembrare controintuitivo, è quanto emerge dai dati dell’indagine. Il rapporto presenta entrambi i risultati senza cercare di conciliarli, poiché le cause dell’aumento di ansia e depressione non sembrano legate al lavoro.

Mentre è in consultazione la proposta di Quality Jobs Act della Commissione europea, Eurofound sostiene che la flessibilità vada preservata senza lasciare che il lavoro atipico eroda gli standard e che le norme valgono solo quanto gli ispettorati del lavoro incaricati di farle rispettare.

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