Nel solo mese di ottobre 2025 i Paesi dell’Unione Europea hanno versato alla Russia quasi un miliardo di euro per l’acquisto di petrolio e gas. Una cifra che, pur non rappresentando un nuovo record, evidenzia una realtà difficile da ignorare: gli idrocarburi russi continuano a essere una delle principali fonti di finanziamento per il bilancio del Cremlino, e quindi per la guerra contro l’Ucraina.
La linfa economica del Cremlino
Nonostante tre anni di sanzioni occidentali, il petrolio e il gas restano il pilastro dell’economia russa, garantendo circa metà delle entrate fiscali. Sono risorse che permettono a Mosca di sostenere la produzione di armamenti, rifornire le truppe e compensare le perdite sul fronte. Le restrizioni europee hanno ridotto in modo significativo gli incassi russi, ma non li hanno azzerati. E ogni miliardo che arriva dall’Unione contribuisce, anche indirettamente, allo sforzo bellico del Cremlino.
Le sanzioni funzionano, ma con eccezioni evidenti
L’embargo europeo sul petrolio trasportato via mare, il price cap e il drastico calo delle importazioni dirette di gas hanno inciso sulle finanze russe. L’impatto è reale: le entrate della Russia da esportazioni energetiche sono oggi notevolmente inferiori rispetto al periodo prebellico, limitando in parte le sue capacità militari.
Ma in questo quadro non mancano le eccezioni. Ungheria e Slovacchia continuano a importare petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba e mantengono un vincolo strutturale con Gazprom. Budapest e Bratislava sfruttano le deroghe europee e hanno siglato contratti che garantiscono a Mosca flussi costanti di entrate.
Una scelta che:
indebolisce il fronte sanzionatorio dell’UE,
crea una vulnerabilità politica interna,
rende queste capitali dipendenti dall’energia russa, un elemento che Mosca ha spesso usato come leva geopolitica.
Per Bruxelles, questo resta uno dei nodi più complessi nella discussione sui prossimi pacchetti di misure restrittive.
India e Cina riducono gli acquisti: un segnale globale
Un altro fattore che pesa sugli equilibri energetici è il comportamento di India e Cina, diventate i principali acquirenti di petrolio russo dopo il 2022. Negli ultimi mesi entrambi i Paesi hanno però avviato una graduale riduzione degli acquisti.
Le motivazioni sono molteplici: il rischio sanzionatorio, offerte più vantaggiose dal Golfo, l’aumento dei costi assicurativi per la flotta ombra russa e le difficoltà logistiche nei porti del Mar Nero.
Per il mercato globale, questo trend rappresenta un segnale importante:
la Russia fatica a riorientare totalmente le proprie esportazioni verso l’Asia;
la sua dipendenza da partner europei rimasti fedeli aumenta;
l’UE ha margini più ampi per esercitare pressione economica.
Conclusione: un momento decisivo per l’Europa
Il quasi miliardo pagato in ottobre non è un semplice dato contabile. È il carburante economico che permette alla Russia di continuare a bombardare infrastrutture ucraine e di prolungare il conflitto.
Mentre la maggior parte dell’Unione prosegue nel percorso di riduzione della dipendenza energetica da Mosca, le scelte di Ungheria e Slovacchia rischiano di vanificare gli sforzi collettivi, garantendo al Cremlino una fonte di finanziamento che dovrebbe invece prosciugarsi.
Se l’Europa intende davvero limitare la capacità militare russa e rafforzare la propria autonomia strategica, le deroghe dovranno essere riviste, e l’unità politica sulla politica energetica dovrà diventare una priorità.
In caso contrario, altri miliardi europei continueranno a trasformarsi in munizioni e missili che colpiscono l’Ucraina.
Autore: Marco Bianchi
