Trump vuole trascinare la Nato in guerra: “Se non ci supporta nello Stretto di Hormuz avrà un futuro molto negativo”

“Chiedo con insistenza di intervenire e proteggere il proprio territorio perché è il loro territorio, è da lì che traggono la loro energia e dovrebbero aiutarci a proteggerlo”, ha detto il presidente americano dall’Air Force One
Donald Trump vuole mettere insieme una coalizione militare più ampia possibile per riaprire lo Stretto di Hormuz. Nella nottata italiana ha fatto recapitare il messaggio al suo rappresentante permanente alle Nazioni Unite, Mike Waltz, che ha chiarito: “Esigiamo supporto militare nello Stretto”. Poi, ignorato da tutti gli alleati, si è esposto in prima persona arrivando a minacciare la Nato di “un futuro molto negativo” se non contribuirà alla difesa dei cargo in transito per le acque di fronte alle coste iraniane. Una mossa che, però, potrebbe trascinare gli Alleati in guerra.

“Chiedo con insistenza di intervenire e proteggere il proprio territorio perché è il loro territorio, è da lì che traggono la loro energia e dovrebbero aiutarci a proteggerlo”, ha detto il presidente americano dall’Air Force One minimizzando lo sforzo militare considerato “un’impresa di modesta entità” perché le capacità missilistiche e dei droni iraniani sono state “decimate”. Gli alleati, però, sanno che non è così, tanto che tutti hanno preso tempo, altri hanno già specificato che non hanno intenzione partecipare ad alcuna coalizione militare, mentre l’Unione europea si riunisce oggi (lunedì) proprio per decidere una linea comune. Il presidente ha affermato di aver contattato “circa sette Paesi”, ma che era troppo presto per dire chi si sarebbe fatto avanti, rifiutandosi inoltre di rivelare per quale posizione propendesse la Cina. “Abbiamo ricevuto alcune risposte positive, ma anche alcune persone che preferirebbero non essere coinvolte”, ha aggiunto.Un epilogo al quale il tycoon non ha alcuna intenzione di cedere. Così ha cercato gli alleati che più hanno da perdere, da un punto di vista di sostegno militare, da una rottura con Washington, tornando a minacciarli: “È assolutamente opportuno che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che lì non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta, o se la risposta sarà negativa, credo che ciò sarà molto dannoso per il futuro della Nato. Abbiamo un’organizzazione chiamata Nato. Siamo stati molto generosi. Non eravamo tenuti ad aiutarli per la questione dell’Ucraina. L’Ucraina dista migliaia di chilometri da noi, eppure li abbiamo aiutati. Ora vedremo se saranno loro ad aiutare noi. Perché sostengo da tempo che noi ci saremo per loro, ma loro non ci saranno per noi. E non sono affatto sicuro che, alla prova dei fatti, ci saranno”. Alla domanda su quale tipo di aiuto fosse necessario, Trump ha risposto: “Qualsiasi cosa serva”. Per poi aggiungere che gli alleati dovrebbero inviare dragamine, navi di cui l’Europa possiede un numero decisamente superiore rispetto agli Stati Uniti.I timori di Trump

I timori del presidente Usa, che sull’aereo presidenziale ha ostentato sicurezza sostenendo che gli Stati uniti hanno abbastanza petrolio per coprire le proprie esigenze, sono tutti per i prezzi del greggio che rischiano di salire vertiginosamente. A lanciare l’avvertimento e a mettere sotto pressione l’amministrazione americana sono state le compagnie petrolifere nazionali che prevedono un peggioramento della crisi energetica attuale. In una serie di riunioni tenutesi mercoledì alla Casa Bianca e in recenti colloqui con i segretari all’Energia, Chris Wright, e agli Interni, Doug Burgum, gli amministratori delegati di Exxon MobilChevron e ConocoPhillips hanno avvertito, secondo il Wall Street Journal, che le interruzioni ai flussi energetici in uscita dallo Stretto di Hormuz avrebbero continuato a generare volatilità nei mercati energetici globali. Il timore, ha spiegato il numero uno di Exxon, Darren Woods, è che i prezzi potrebbero salire ancora spinti anche dagli speculatori. Per questo la Casa Bianca ha attuato, o sta valutando di farlo, diverse misure allo scopo di far scendere i prezzi del petrolio, come ad esempio un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, in disaccordo con l’Ue, il massiccio rilascio delle riserve energetiche di emergenza e la possibile sospensione di una normativa che limita i flussi di greggio tra i porti degli Stati Uniti. I funzionari dell’amministrazione americana hanno anche comunicato l’intenzione di voler incrementare gli scambi tra il Venezuela e gli Stati Uniti.Gli alleati prendono tempo

Nonostante la nonchalance ostentata dal presidente americano, gli alleati conoscono bene i rischi di un intervento militare nello Stretto che potrebbe coinvolgerli direttamente nel conflitto con la Repubblica Islamica. “L’argomento principale sarà come mantenere aperto lo Stretto di Hormuz durante il fine settimana, ho anche parlato con la Sicurezza delle Nazioni Unite, intendo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ho parlato con Antonio Guterres sulla possibilità di avere anche un tipo di iniziativa simile a quella che abbiamo avuto per il Mar Nero, per far uscire il grano dall’Ucraina, perché la chiusura dello Stretto di Hormuz è davvero pericolosa per le forniture di petrolio, le forniture energetiche all’Asia”, ha dichiarato l’Alta rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, al suo arrivo al Consiglio Affari esteri. “L’85% del petrolio e del gas che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz è destinato ai Paesi asiatici. Ma è problematico anche per i fertilizzanti. E se quest’anno ci sarà una carenza di fertilizzanti, ci sarà anche carenza di cibo l’anno prossimo. Quindi abbiamo discusso con Antonio Guterres su come fare in modo che ciò non accada”.Tutto, però, dipenderà da cosa uscirà dal Consiglio Affari Esteri di Bruxelles, dove verranno messe sul tavolo le posizioni di tutti i 27 Stati membri. Intanto, Trump ha chiesto aiuto persino alla Cina. Ma Pechino, sempre contraria a qualsiasi tipo di uso della forza militare e, tra l’altro, d’accordo con Teheran per il passaggio delle proprie navi, difficilmente fornirà supporto: “Credo che anche la Cina dovrebbe dare una mano, dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto”, ha detto il tycoon, secondo cui aspettare fino al suo incontro con Xi Jinping, a fine mese, “sarebbe troppo tardi”. “Vorremmo una risposta prima di allora. È un periodo di tempo piuttosto lungo”.

Anche il Giappone, che ieri era possibilista, frena: “Nell’attuale situazione iraniana l’esecutivo non sta considerando di ordinare operazioni di sicurezza marittima”, ha precisato il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi. Lo stesso ha fatto l’Australia precisando che non invierà “navi nello Stretto di Hormuz. Sappiamo quanto sia incredibilmente importante. Non ci è stato chiesto di farlo e non è un nostro contributo”.

ilfattoquotidiano.it

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