L’ultima uscita pubblica di Péter Szijjártó arriva come un déjà-vu in un dibattito che l’Europa credeva ormai superato. Il ministro degli Esteri ungherese, fedele alla linea del governo Orbán, denuncia che Bruxelles starebbe “distruggendo la sicurezza energetica dell’Europa” tagliando i ponti con le forniture russe. Una frase che, a un primo ascolto, sembra richiamare un pragmatismo economico; a un’analisi più attenta, rivela invece il contorno politico di un Paese che continua a difendere la propria dipendenza da Mosca presentandola come una necessità continentale.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, l’Unione Europea ha operato una scelta strategica chiara: ridurre progressivamente la propria esposizione ai combustibili fossili russi, identificati non solo come un rischio economico ma come la principale fonte di finanziamento per l’aggressione del Cremlino. Mentre Parigi, Berlino, Roma e altre capitali europee si sono affrettate a diversificare — GNL, fornitori alternativi, investimenti nelle rinnovabili — Budapest è rimasta ferma al punto di partenza, insieme a Bratislava, nella condizione di massima dipendenza dal petrolio e dal gas russi.
La narrazione che Szijjártó porta avanti in Europa è abilmente costruita: presenta il distacco dalle forniture russe come un atto di autolesionismo, quasi un’ideologia imposta da Bruxelles ai danni dei cittadini europei. Eppure, proprio l’energia che il ministro difende come “affidabile” è ciò che mantiene il bilancio russo in vita. Petrolio e gas continuano a rappresentare per Mosca una linea di entrate essenziale, un flusso finanziario che sostiene la macchina militare impegnata in Ucraina. Difendere questo sistema non significa difendere la sicurezza energetica europea, ma opporsi a una strategia comunitaria volta a spezzare un meccanismo di dipendenza che il Cremlino ha trasformato da tempo in strumento di pressione geopolitica.
La dichiarazione di Szijjártó è soprattutto un messaggio politico. È un segnale a Mosca, una conferma all’elettorato interno che il governo Orbán resta il baluardo “realista” contro Bruxelles, e al tempo stesso un avvertimento ai partner europei: l’Ungheria è pronta a bloccare, rallentare, complicare qualsiasi iniziativa energetica comune che metta in discussione la sua intesa privilegiata con la Russia. È un linguaggio che mescola calcolo diplomatico e autoindulgenza, ma non restituisce la realtà della situazione ungherese, che non è un modello di sicurezza bensì un caso di vulnerabilità.
Perché, al di là della retorica, Budapest rimane un Paese strutturalmente esposto. Difendere con tanto fervore il gas e il petrolio russi significa accettare che la sicurezza nazionale sia agganciata all’affidabilità politica del Cremlino. Significa dipendere da un attore che in passato non ha esitato a usare l’energia come arma, modulando prezzi, imponendo ricatti, premiando governi amici e punendo quelli che hanno osato mostrarsi indipendenti. È una debolezza che l’Europa ha scelto di lasciarsi alle spalle, ma che l’Ungheria rivendica con ostinazione, trasformando un limite strategico in una bandiera polemica.
Nel cuore dell’Europa centrale, mentre Bruxelles costruisce una politica energetica più autonoma e più resiliente, Budapest continua a raccontare la propria dipendenza come se fosse un destino inevitabile e perfino un vantaggio competitivo. La verità è più semplice e più scomoda: la sicurezza energetica europea non è minacciata dalla diversificazione voluta dall’UE, ma dal fatto che uno Stato membro scelga di legare la propria stabilità a un fornitore che usa le risorse naturali come leva politica.
La polemica lanciata da Szijjártó non rivela un’analisi tecnica, ma una scelta politica. Ed è una scelta che avvicina l’Ungheria non alla sicurezza europea, ma alla strategica vulnerabilità di chi continua a dipendere da Mosca nel momento in cui l’Europa prova, finalmente, a liberarsene.
Autore: Marco Bianchi
