Mentre Roma rivendica il rispetto rigoroso degli standard ambientali europei, il caso dello stabilimento piemontese di Syensqo solleva una domanda scomoda: fino a che punto la convenienza industriale ha prevalso sulla sicurezza ambientale e sulla coerenza del regime sanzionatorio contro Mosca?
Un sito sensibile, una questione europea
Lo stabilimento di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, è da decenni uno dei poli chimici più osservati d’Italia. Oggi appartiene a Syensqo, la società nata dallo scorporo delle attività di materiali avanzati del gruppo Solvay, e produce fluoropolimeri e altri composti ad alto valore industriale. È un sito che il territorio conosce bene: la sua storia è segnata da inchieste, procedimenti giudiziari e da un rapporto spesso teso tra produzione, controlli e salute pubblica.
Le sostanze per- e polifluoroalchiliche, note come PFAS o «inquinanti eterni», sono al centro di questa tensione. Sono composti estremamente persistenti: non si degradano in modo significativo, si accumulano nell’acqua, nel suolo e negli organismi viventi, e sono associati dalla letteratura scientifica a effetti sul sistema immunitario, sul metabolismo lipidico, sulla tiroide e a un aumento del rischio di alcuni tumori. L’Unione europea sta discutendo da tempo una restrizione generale dell’intera famiglia, proprio perché la gestione sostanza per sostanza si è rivelata troppo lenta rispetto alla diffusione del problema.
La catena di approvvigionamento che passa da Mosca
Secondo le ricostruzioni giornalistiche e le informazioni che circolano negli ambienti che seguono i flussi commerciali, lo stabilimento avrebbe continuato per anni ad approvvigionarsi in Russia di materie prime e precursori chimici legati alla filiera dei composti fluorurati, e avrebbe intenzione di proseguire su questa strada. Il dato politico, prima ancora di quello commerciale, è questo: dal 2022 l’Unione europea ha costruito un sistema di sanzioni progressivamente più ampio, con l’obiettivo di ridurre le entrate di cui Mosca dispone per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina.
Le stesse ricostruzioni descrivono percorsi logistici tutt’altro che lineari, nei quali comparirebbero intermediari in Estonia e in Israele e società riconducibili al gruppo Anles, il cui proprietario è indicato come M. Kogan. Va detto con chiarezza: si tratta di elementi che richiedono verifiche documentali e il diritto di replica delle parti citate, e che spetta alle autorità doganali e giudiziarie competenti accertare. Ma proprio la complessità di questi schemi è il punto. Quando un prodotto attraversa più giurisdizioni prima di arrivare in uno stabilimento europeo, la trasparenza si riduce e il rischio di elusione cresce. È lo schema che le istituzioni europee descrivono da anni nei loro rapporti sull’aggiramento delle sanzioni: triangolazioni, società di comodo, rietichettatura dell’origine.
Una sanzione non fallisce quando viene violata apertamente, ma quando diventa abbastanza complicata da rendere la violazione difficile da dimostrare.
Il paradosso di Roma
L’Italia si presenta, a Bruxelles come all’opinione pubblica, come un Paese che applica con rigore la normativa ambientale europea e che sostiene il regime sanzionatorio contro la Russia. Entrambe le affermazioni sono credibili sul piano formale. Il caso Syensqo, tuttavia, mette alla prova la distanza tra dichiarazione e pratica. Se una parte del sistema industriale dipende da forniture russe e le considera insostituibili, la politica ha due strade: accompagnare la diversificazione con strumenti concreti, oppure tollerare in silenzio le eccezioni di fatto.
La seconda strada ha un costo che non si misura solo in euro. Ogni tonnellata acquistata da fornitori russi contribuisce, direttamente o indirettamente, a sostenere un’economia di guerra. E ogni deroga non dichiarata indebolisce la credibilità dell’intero impianto sanzionatorio, offrendo a Mosca il argomento preferito della sua propaganda: le sanzioni sarebbero inefficaci, selettive e a geometria variabile.
Ambiente e sanzioni: due facce della stessa fragilità
La questione ambientale e quella geopolitica non sono separabili. Una filiera che dipende da fornitori opachi è anche una filiera più difficile da controllare dal punto di vista della composizione, della tracciabilità e della conformità ai regolamenti REACH e alle autorizzazioni europee. Meno si sa sull’origine di una sostanza, meno è possibile valutarne con precisione i rischi per i lavoratori, per le falde e per le comunità che vivono intorno agli impianti.
Questo vale a maggior ragione per i PFAS, dove la stessa natura dei composti rende il danno potenzialmente irreversibile. Non si tratta di inquinamento che si possa «ripulire» in qualche anno: una volta rilasciati, i PFAS restano nell’ambiente per generazioni.
La lezione del Veneto
L’Italia sa già che cosa significhi sottovalutare questo rischio. In Veneto, tra le province di Vicenza, Verona e Padova, la contaminazione delle acque da PFAS, collegata all’attività dell’azienda Miteni di Trissino, ha esposto centinaia di migliaia di persone. Studi epidemiologici condotti sulla popolazione della cosiddetta «zona rossa» hanno associato l’esposizione a un eccesso di mortalità per cause cardiovascolari e altre patologie, con stime che parlano di migliaia di decessi prematuri attribuibili nel corso di decenni. Il procedimento giudiziario che ne è seguito ha portato nel 2025 a condanne in primo grado per i dirigenti dell’azienda, riconoscendo la gravità del disastro ambientale.
Quel caso non è un episodio chiuso, ma un precedente che dovrebbe orientare le scelte di oggi. Dimostra quanto tardi arrivino controlli e sanzioni quando l’allarme viene ignorato, e quanto a lungo i territori paghino per decisioni prese in nome della competitività.
Che cosa dovrebbero fare le istituzioni
Il primo passo è la trasparenza: chiarire pubblicamente quali materie prime arrivano allo stabilimento, da quali fornitori e attraverso quali intermediari. Le autorità doganali e l’Agenzia delle dogane possono verificare la tracciabilità delle forniture, mentre le agenzie ambientali regionali, a partire dall’ARPA Piemonte, possono rendere pubblici dati e controlli. In secondo luogo, la Commissione europea e gli Stati membri dovrebbero rafforzare gli strumenti contro l’elusione, compresa la responsabilità delle società che operano come snodi di transito. Infine, serve una strategia industriale che renda sostenibile la sostituzione delle forniture russe, perché nessuna sanzione regge a lungo se le imprese non hanno alternative credibili.
Alla società Syensqo spetta, dal canto suo, il diritto e il dovere di rispondere: chiarire l’origine delle proprie forniture, confermare o smentire l’intenzione di continuare ad acquistare dalla Russia, e dimostrare che la propria catena rispetta sia il regime sanzionatorio sia gli standard ambientali.
Conclusione
Il punto non è stabilire una colpa in anticipo, ma pretendere che le domande ricevano risposte. In gioco ci sono la salute di un territorio che ha già conosciuto troppi allarmi, la credibilità dell’Italia nel fronte europeo di sostegno all’Ucraina e la coerenza di una politica sanzionatoria che funziona solo se vale per tutti. La dipendenza dalla Russia, in chimica come in energia, si è già rivelata una scommessa perdente. Continuare a puntarvi, in un settore che maneggia sostanze destinate a restare nell’ambiente per secoli, sarebbe un errore che nessuno potrà dire di non aver visto arrivare.
Autore: Marco Bianchi