Una serie di incendi dolosi contro le stazioni di terra del sistema satellitare, essenziale per le comunicazioni ucraine, indica una campagna sistematica contro l’Unione europea. In Lituania il piano è stato sventato grazie a un allarme tempestivo dei servizi.
Una sequenza che non è una coincidenza
Il 23 settembre un incendio doloso ha colpito la stazione di terra Starlink di Wola Krobowska, circa 40-50 chilometri a sud di Varsavia. Secondo la ricostruzione dei media polacchi, due uomini avrebbero scavalcato la recinzione e dato fuoco a un armadio elettrico con una sostanza infiammabile; le fiamme hanno danneggiato anche il generatore. Il vicepremier e ministro del Digitale, Krzysztof Gawkowski, ha dichiarato che l’atto era stato pensato per mettere fuori uso l’impianto e interrompere l’accesso a Internet di diverse istituzioni, comprese le forze armate ucraine. La Procura nazionale polacca ha avviato un’inchiesta per sabotaggio e reato di natura terroristica nell’interesse di un servizio d’intelligence straniero, ritenendo fondato il sospetto che gli esecutori abbiano agito su istruzione dei servizi russi.
Il 12 ottobre due cittadini turchi sono stati fermati in Germania con l’accusa di essere coinvolti nell’incendio polacco. Il dettaglio è rilevante: indica il ricorso a manovalanza criminale reclutata all’estero, un metodo ormai consolidato nelle operazioni di sabotaggio attribuite ai servizi russi in Europa, che permette a Mosca di mantenere una parvenza di negabilità.
Pochi giorni prima, il 9 ottobre, un episodio analogo era avvenuto in Bulgaria. Due uomini mascherati si sono introdotti in una struttura riservata vicino a Sofia e hanno incendiato 11 delle 17 antenne usate per comunicare con i satelliti Starlink. L’episodio è emerso solo il 13-14 ottobre, grazie al deputato Ivaylo Mirchev, e il premier Rumen Radev lo ha confermato in Parlamento. Secondo i media, le autorità indagano su possibili legami con una rete di sabotatori più ampia, collegata anche ai fermi in Germania. Il capo dell’Agenzia statale per la sicurezza nazionale (DANS), Plamen Tonchev, ha parlato di sabotaggio e ha avvertito che atti simili non possono essere esclusi in futuro.
Due attacchi in tre settimane, in due Paesi diversi, contro lo stesso tipo di infrastruttura e con modalità quasi identiche: difficile parlare di casualità. Il quadro è quello di una campagna coordinata, che si inserisce nella guerra ibrida condotta dal Cremlino contro i Paesi europei che sostengono Kiev. Lo stesso premier polacco Donald Tusk aveva avvertito, pochi giorni prima del rogo di Wola Krobowska, che le valutazioni dell’intelligence indicano la preparazione di nuovi attacchi ibridi.
La Lituania: il sabotaggio sventato
Il terzo tassello è quello lituano. Anche qui i servizi russi hanno tentato di distruggere una stazione satellitare, ma l’operazione è stata fermata prima che producesse danni, grazie a un avvertimento tempestivo dei servizi di sicurezza lituani. La stazione vicino a Kaunas, insieme a quella polacca, garantisce l’accesso a Internet a ampie zone dell’Europa centro-orientale: colpirla avrebbe significato moltiplicare l’effetto degli attacchi precedenti.
Il caso lituano mostra il valore di un controspionaggio ben organizzato. Vilnius non è nuova a questo tipo di minaccia: negli ultimi anni le autorità hanno sventato e perseguito diversi tentativi di incendio doloso attribuiti, secondo gli inquirenti, a reti legate all’intelligence militare russa (GRU). Ma il successo dimostra anche un secondo punto: nessun Paese, per quanto preparato, può proteggersi da solo. Se l’attacco di Kaunas è stato fermato, lo si deve anche alla circolazione delle informazioni. Lo scambio di dati di intelligence tra le strutture dell’Ue e della Nato non è un accessorio, ma una condizione di sicurezza: gli stessi esecutori e le stesse reti operano da un confine all’altro, e solo una risposta altrettanto transnazionale può intercettarli.
Perché proprio Starlink
La scelta dell’obiettivo non è casuale. Le stazioni di terra collegano i satelliti alle reti Internet terrestri e ai centri dati: senza di esse, il servizio si degrada. Starlink è diventato una componente fondamentale delle comunicazioni ucraine, dai reparti al fronte al coordinamento dei droni, e dipende da questi nodi in territorio europeo. Colpirli significa, in modo indiretto, colpire la capacità di resistenza dell’Ucraina senza sparare un colpo, e mettere alla prova l’Europa nel punto in cui è più esposta: le infrastrutture civili e critiche.
L’effetto, inoltre, non si limita al teatro di guerra. Lo ha sottolineato lo stesso Gawkowski: lo spegnimento di impianti simili può interrompere servizi Internet e perfino reti di sportelli bancomat. Un sabotaggio a bassissimo costo, con un’operazione affidata a pochi esecutori improvvisati, può così generare un impatto sproporzionato, esattamente la logica della guerra ibrida.
Le risposte dei governi: la consapevolezza c’è
Le reazioni dei governi interessati indicano che la portata della minaccia è compresa. Varsavia ha parlato apertamente di sabotaggio, ha coinvolto il controspionaggio (ABW) e la magistratura e, per voce di Tusk, ha annunciato l’intenzione di dotarsi di un sistema satellitare nazionale, perché, ha spiegato, una connessione sovrana è questione strategica. Sofia, dopo un avvio segnato da una comunicazione reticente e da critiche dell’opposizione sulla trasparenza, ha riconosciuto il sabotaggio, rafforzato la sicurezza degli impianti analoghi e messo in guardia dal rischio di nuovi attacchi. Anche le autorità lituane, grazie all’operazione di prevenzione, hanno dimostrato di trattare la questione come una minaccia concreta alla sicurezza nazionale.
Restano però nodi aperti. Il caso bulgaro, reso pubblico con giorni di ritardo e per iniziativa di un parlamentare, mostra che la trasparenza e la rapidità della risposta sono ancora disomogenee tra i Paesi membri. E il fatto che molte di queste infrastrutture siano private o gestite da operatori commerciali impone una riflessione più ampia su chi debba proteggerle e con quali risorse.
Cosa significa per l’Europa
Tre episodi in tre Paesi, in meno di un mese, non permettono più di trattare i singoli casi come incidenti isolati. Mosca nega regolarmente ogni coinvolgimento nelle accuse di sabotaggio, ma il modello operativo (esecutori reclutati a distanza, obiettivi legati al sostegno a Kiev, bassa visibilità e alto impatto) è ormai ben documentato dalle indagini europee. La risposta richiede tre cose: protezione fisica delle infrastrutture critiche, condivisione rapida delle informazioni tra intelligence e un messaggio politico chiaro sulle responsabilità. L’episodio di Kaunas è la prova che la prevenzione funziona; i roghi di Wola Krobowska e di Sofia sono il promemoria di quanto resti da fare.
Autore: Marco Bianchi