Sindaco nega la cittadinanza a una donna: ‘Non sa l’italiano’

La cittadinanza italiana negata a una donna di 62 anni porta in Veneto il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini, a mostrare solidarietà al sindaco il giorno dopo che anche il Viminale si è schierato dalla sua parte.

Succede a Cadoneghe, poco più di 15mila anime alle porte di Padova, dove il primo cittadino Marco Schiesaro una settimana fa ha negato, al momento del giuramento, la cittadinanza a una donna marocchina ma residente in Italia da 15 anni e sposata con un connazionale cittadino italiano dal 2019. La ragione riportata: l’incapacità di comunicare in italiano. “Le ho chiesto come stai, ha risposto ‘Riad’“, la versione del sindaco.

I consiglieri di opposizione del centrosinistra si sono rivolti alla Prefettura per verificare se Schiesaro abbia agito nei suoi poteri e, a seguire, è intervenuto il Viminale per schierarsi col sindaco, imponendo un secondo test di lingua in Comune. Così ieri la donna è tornata in municipio e i tecnici comunali, a quanto riporta il sindaco, hanno verificato per la seconda volta la sua non conoscenza della lingua. Ora la 62enne dovrà rivolgersi alla prefettura per produrre il certificato di livello linguistico B1 che dovrebbe fare parte dei prerequisiti per richiedere la cittadinanza. In alternativa, dovrà frequentare un corso di italiano e dimostrare di conoscere la lingua. Entro febbraio: il decreto di concessione della cittadinanza è arrivato alla donna ad agosto e da lì ci sono sei mesi per giurare e diventare italiani.

Intanto, il caso è diventato politico, anche per la concomitanza temporale con le polemiche sulla norma, annunciata dalla premier Giorgia Meloni, che impone un tetto agli studenti stranieri in classe e vieta burqa e niqab a scuola. Così oggi sono scesi direttamente in campo due ministri. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, su X, ha ricordato che a norma di legge “per ottenere la cittadinanza italiana bisogna avere un’adeguata conoscenza della nostra lingua”. Salvini si è recato dal sindaco Schiesaro, con altri amministratori leghisti, per ringraziarlo e dire che “ha semplicemente fatto rispettare la legge” e invitando tutta Italia a “verificare bene se chi chiede di diventare cittadino italiano conosce quanto meno qualche parola della lingua italiana”. Schiesaro, davanti a un gruppetto di supporter leghisti, ha rivendicato il suo gesto perché “nessuno le ha ordinato, tantomeno il dottore, di chiedere la cittadinanza italiana” e parlato di “un moto popolare che è nato da Cadoneghe”. Qualche anno fa lo stesso Schiesaro decise di non assegnare un camposanto privato alla comunità islamica.

Tacciono i pesi massimi del Pd padovano, il sindaco Sergio Giordani e il segretario provinciale Vittorio Ivis. A replicare all’iniziativa è la capogruppo dem in Consiglio comunale, Lucia Vettore, che accusa Schiesaro di aver “fatto solo propaganda” sulla vicenda. Stessi toni nella risposta appesa davanti alla Casa del lavoratore di Cadoneghe, che parla di “armi di distrazioni di massa“. Da Avs la deputata Luana Zanella attacca “la destra compatta contro una donna indifesa“. Al bar i più stanno con Schiesaro. “È l’unica cosa buona che ha fatto finora, quella con Salvini è invece campagna elettorale”, afferma Pierluigi, che beve uno spritz con Clarissa e Angelo, entrambi “d’accordo col sindaco e il governo al duemila per cento”. Mauro, allo stesso tavolino del Bar Caffè Company, la vede diversamente: “Posso essere d’accordo sul fatto che non vada data, ma la decisione non spetta a lui. È triste deridere in pubblico una persona che già fatica a essere integrata nella società”. Al Bar sport Vanessa, sposata con un tunisino, condivide la decisione di Schiesaro: “Questa ‘propaganda’ insegna a tutti gli altri sindaci a lavorare in maniera corretta”. Anche Vannj ha una compagna straniera, moldava: “La sua famiglia si è fatta il mazzo, si sono integrati per avere la cittadinanza italiana“. Intanto a una ventina di chilometri da Padova, a Piove di Sacco, il collettivo studentesco Osa denuncia che in una scuola superiore alcuni studenti sarebbero stati mandati dalla vicepreside per aver scambiato qualche frase in arabo durante una pausa dalle lezioni. “Di fronte alla dirigenza, si sono sentiti intimare di ‘tornare al loro paese’ se avessero voluto continuare a usare ‘la loro lingua’”, raccontano gli attivisti.

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