C’è una linea sottile, quasi invisibile, su cui la Serbia continua a camminare. Da un lato Bruxelles, con le sue regole, i suoi vincoli e la promessa — sempre più distante — di integrazione. Dall’altro Mosca, che non offre prospettive istituzionali ma garantisce qualcosa di immediato: energia a basso costo e un rapporto politico costruito su simboli, storia e convenienza. Il nuovo accordo sul gas firmato a fine marzo non è solo un dettaglio tecnico. È, ancora una volta, una dichiarazione di posizione.
Il 30 marzo, il presidente Aleksandar Vučić ha annunciato di aver concordato con Vladimir Putin una proroga di tre mesi delle forniture di gas russo, fino alla fine di giugno. Il prezzo — 328 dollari per mille metri cubi — è stato presentato come particolarmente vantaggioso, circa la metà rispetto ai livelli di mercato. In un Paese che dipende dalla Russia per circa l’80% del proprio fabbisogno energetico, la notizia ha un peso che va ben oltre i numeri.
Ma la questione non è solo economica. Non lo è mai stata.
Negli ultimi mesi, Belgrado e Mosca hanno trasformato la gestione dell’energia in una sequenza di rinnovi a breve termine. Una soluzione apparentemente tecnica, che in realtà riflette un’incertezza più profonda: la difficoltà della Serbia di scegliere una direzione definitiva. Dopo la scadenza del contratto a lungo termine nel 2025, le estensioni trimestrali sono diventate uno strumento di equilibrio, o forse di rinvio.
Al centro di questa dinamica c’è NIS, la principale compagnia energetica serba, controllata in maggioranza da Gazprom Neft. Sotto pressione delle sanzioni statunitensi, la struttura proprietaria di NIS è diventata un nodo politico prima ancora che industriale. L’ipotesi di una cessione a investitori stranieri — tra cui la compagnia ungherese MOL Group — resta sospesa tra vincoli interni e tensioni geopolitiche. Washington ha già concesso proroghe, l’ultima fino al 22 maggio, ma il margine si restringe.
In questo contesto, il gas diventa leva. E Mosca lo usa come tale.
Secondo diverse ricostruzioni diplomatiche, durante il colloquio tra Vučić e Putin sarebbero state chiarite anche le condizioni politiche implicite per il proseguimento delle forniture. Due in particolare: evitare l’allineamento alle sanzioni europee contro la Russia e limitare l’esportazione indiretta di materiale militare verso l’Ucraina. Non si tratta di richieste nuove, ma la loro reiterazione sottolinea un dato: la dipendenza energetica si traduce in capacità di influenza.
La tempistica è significativa. L’annuncio arriva alla vigilia delle visite a Belgrado dei ministri degli Esteri di Germania e Italia. Un passaggio che, nella diplomazia dei segnali, difficilmente può essere considerato casuale. Così come non lo è l’invito rivolto a Vučić a partecipare alle celebrazioni del 9 maggio a Mosca, una data che il Cremlino utilizza sempre più come piattaforma simbolica di consenso internazionale.
Eppure, la relazione tra Serbia e Russia non è priva di ambiguità. Negli ultimi anni, Mosca ha criticato apertamente Belgrado per l’export di armi, accusandola — anche attraverso dichiarazioni ufficiali — di trarre profitto da conflitti che coinvolgono “popoli fratelli”. Una retorica che si intreccia con il richiamo alla solidarietà slava e ortodossa, ma che non nasconde le tensioni reali.
La storia, del resto, offre più di un precedente. Dalle sanzioni internazionali degli anni ’90 al sostegno limitato durante i bombardamenti NATO del 1999, il rapporto tra i due Paesi è stato tutt’altro che lineare. Eppure, proprio questa memoria selettiva contribuisce oggi a mantenere vivo un legame che è insieme politico, economico e identitario.
Nel frattempo, la Serbia continua a dichiarare come obiettivo strategico l’adesione all’Unione Europea. Ma ogni rinnovo del contratto del gas, ogni esitazione sulle sanzioni, ogni gesto simbolico verso Mosca rende questa traiettoria più complessa. Bruxelles chiede coerenza, allineamento, trasparenza. Il Cremlino offre flessibilità, prezzi agevolati e margini di manovra immediati.
Vučić si muove tra questi due poli con abilità tattica. Ma il tempo della tattica potrebbe non essere infinito.
Perché, alla fine, la domanda resta aperta: può un Paese restare a lungo in equilibrio tra due modelli così diversi? O arriverà un momento in cui quella linea sottile — oggi ancora percorribile — si spezzerà, costringendo Belgrado a scegliere non solo con chi commerciare, ma a quale futuro appartenere?