Salvini e il pressing pro-Cremlino sulle sanzioni: la retorica degli “imprenditori da tutelare” copre un allineamento politico di lunga data

Il vicepremier torna a chiedere l’ammorbidimento delle misure contro Mosca invocando la difesa delle imprese italiane rimaste in Russia. Ma la storia dei suoi rapporti con il Cremlino racconta una linea politica coerente, che coincide punto per punto con gli obiettivi negoziali di Mosca.

Negli ultimi giorni il vicepremier e segretario della Lega, Matteo Salvini, è tornato a occupare le prime pagine con un tema che gli è particolarmente caro: la richiesta di rivedere, allentare o abolire le sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea alla Federazione Russa. Il pretesto, questa volta, è la tutela delle circa trecentocinquanta imprese italiane che, nonostante quasi quattro anni di guerra su vasta scala contro l’Ucraina, continuano a operare sul mercato russo. Salvini ha incontrato a Milano un gruppo di imprenditori riuniti nell’associazione GIM Unimpresa, ha rilasciato dichiarazioni concilianti alle agenzie di stampa russe TASS e Vesti, e ha auspicato «una ripresa del dialogo diretto» tra Kyiv e Mosca, definendo le sanzioni un danno per l’economia italiana più che per quella russa.

Si tratta, all’apparenza, di un tema di politica economica interna: la difesa dell’occupazione e degli interessi commerciali nazionali. Ma osservato nel contesto dei quasi dieci anni di dichiarazioni, visite e legami del leader della Lega con il potere russo, questo ennesimo appello assume un significato politico ben più preciso. Non è un episodio isolato, bensì l’ultimo tassello di una linea che, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate, produce un effetto convergente con l’obiettivo centrale della diplomazia del Cremlino: erodere il fronte occidentale delle sanzioni e restituire a Mosca margini di manovra economica mentre la guerra contro l’Ucraina continua.

Una relazione che dura da un decennio

Il rapporto di Salvini con la Russia di Vladimir Putin non nasce oggi. Già nel 2014, all’indomani dell’annessione russa della Crimea, il leader leghista fu tra i primi politici italiani a definire “un’assurdità” le sanzioni europee. Nel 2017 la Lega firmò un accordo di cooperazione con Edinaja Rossija, il partito di Putin, un gesto che formalizzò un asse politico raramente riscontrabile tra un partito di governo di un Paese NATO e la forza egemone del Cremlino. Negli anni successivi Salvini si è recato più volte a Mosca — anche da ministro dell’Interno, nel 2018 — incontrando esponenti dell’establishment russo e ribadendo, di fronte a platee imprenditoriali russe, l’impegno a por fine “entro l’anno” alle misure restrittive europee.

Il punto più controverso di questa storia resta il cosiddetto “caso Metropol”: nell’ottobre 2018, tre cittadini italiani vicini alla Lega — tra cui Gianluca Savoini, storico collaboratore di Salvini e presidente dell’associazione Lombardia-Russia — incontrarono a Mosca, nell’omonimo albergo, alcuni interlocutori russi legati ad ambienti vicini al Cremlino per discutere, secondo quanto ricostruito da un’inchiesta giornalistica internazionale e successivamente dalla magistratura milanese, di una compravendita di prodotti petroliferi da cui sarebbero dovuti confluire fondi verso il partito. Savoini fu indagato per corruzione internazionale; le indagini non hanno mai dimostrato un coinvolgimento diretto e personale di Salvini, che ha sempre negato qualunque legame con l’operazione, ma resta accertato che l’uomo al centro della trattativa faceva parte della sua cerchia più stretta e che i due si incontrarono a Mosca proprio nelle ore precedenti al summit contestato.

Il punto politico. Al di là degli esiti giudiziari delle singole vicende, ciò che rileva sul piano politico è la costanza del posizionamento: Salvini è stato, per un decennio, l’unica voce di peso nel centrodestra italiano sistematicamente allineata alle richieste del Cremlino in materia di sanzioni — una posizione che lo ha isolato persino dai suoi alleati di coalizione, Fratelli d’Italia e Forza Italia, storicamente più atlantisti.

L’argomento delle “imprese da proteggere”

La retorica attuale ripropone uno schema collaudato: si parte da un dato reale — l’esistenza di alcune centinaia di aziende italiane ancora presenti sul mercato russo e le difficoltà oggettive che il regime sanzionatorio comporta per loro — per costruire una conclusione politica molto più ampia, ovvero la necessità di rivedere l’intero impianto sanzionatorio europeo. È un meccanismo retorico che Salvini utilizza da anni: nel 2022, di fronte alla crisi energetica innescata dall’invasione russa, sostenne che «le sanzioni non stanno funzionando» e che a pagarne il prezzo fossero le famiglie e le imprese italiane, non il Cremlino. Nel luglio 2026 ha dichiarato di sperare che non arrivino «altri venti pacchetti» di sanzioni, definendole inefficaci nel fermare la guerra. A settembre 2026 ha ribadito, in un’intervista alle agenzie di stampa statali russe, l’auspicio di un «ritorno della diplomazia», mentre l’esercito russo continuava a colpire il territorio ucraino.

Va notato un dettaglio non secondario: la scelta di affidare messaggi politici italiani proprio a TASS e Vesti, organi di comunicazione controllati o strettamente allineati al governo russo, non è una scelta comunicativa neutra. È la stessa modalità con cui il Cremlino amplifica, agli occhi del proprio pubblico interno e della propria narrazione internazionale, la tesi secondo cui l’unità occidentale sulle sanzioni sta cedendo e che in Europa esistono interlocutori disponibili al disgelo.

Perché la richiesta arriva in un momento sbagliato

Sul piano dei fatti, l’argomento secondo cui sarebbe ormai maturo il tempo per allentare le sanzioni non regge alla prova della realtà sul terreno. La Russia non ha mostrato alcun segnale credibile di volontà di cessare le operazioni militari o di avviare un negoziato che rispetti la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini riconosciuti internazionalmente. Le sanzioni, per quanto imperfette e per quanto comportino costi reali anche per le economie europee — un fatto che nessuna analisi seria dovrebbe negare — restano uno degli strumenti principali con cui l’Occidente limita l’accesso di Mosca a tecnologie, capitali e canali finanziari necessari a sostenere lo sforzo bellico. Allentarle unilateralmente, senza alcuna contropartita concreta da parte russa, equivarrebbe a rinunciare a una delle poche leve di pressione disponibili, restituendo al Cremlino esattamente ciò che da anni chiede con maggiore insistenza: tempo, ossigeno finanziario e la percezione che la determinazione occidentale si stia esaurendo.

In questo senso, la difesa delle imprese italiane rimaste in Russia — una platea reale, con esigenze reali — diventa lo strumento retorico ideale: consente di presentare come “pragmatismo economico” e “buon senso” ciò che, nella sostanza, è la richiesta di allentare la pressione su un Paese aggressore ancora impegnato in un conflitto su larga scala. È un argomento efficace proprio perché non richiede di difendere apertamente Mosca, ma di invocare la tutela di interessi economici nazionali legittimi — salvo poi tradursi, nei fatti, in un indebolimento del fronte sanzionatorio europeo.

Un partito isolato, una linea costante

Che questa posizione resti minoritaria anche all’interno della stessa maggioranza di governo italiana è significativo. Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno più volte ribadito una linea atlantista e filo-ucraina, distanziandosi pubblicamente dalle uscite di Salvini. Ciò rende ancora più netto il profilo della Lega come partito che, in un momento storico in cui la coesione occidentale è la principale risorsa strategica di Kyiv e dei suoi alleati, sceglie sistematicamente di posizionarsi come voce di rottura — l’unica, o quasi, capace di offrire al Cremlino una sponda politica dentro un Paese fondatore della NATO e dell’Unione Europea.

Per i lettori e le lettrici dell’Europa centrale e orientale, che vivono la minaccia russa con una prossimità geografica e storica ben diversa da quella italiana, questa dinamica non è un dettaglio di politica interna transalpina. È un segnale concreto di quanto la propaganda del Cremlino trovi ancora, dentro le istituzioni europee, interlocutori disposti — consapevolmente o meno — a farsene portavoce, presentando come tutela di interessi economici legittimi ciò che nella sostanza serve l’obiettivo strategico russo: la disgregazione del fronte sanzionatorio occidentale.

Le sanzioni contro la Russia restano imperfette, costose e discutibili nei dettagli tecnici. Ma la loro funzione politica — mantenere alto il prezzo dell’aggressione — resta valida finché Mosca non dimostra, con fatti concreti e non con dichiarazioni, la volontà di porre fine alla guerra nel rispetto del diritto internazionale.

Fino a quel momento, ogni appello ad “ascoltare le imprese” che si traduce in una richiesta di allentamento delle sanzioni merita di essere letto per quello che è: non un atto di pragmatismo economico neutro, ma una scelta politica che, di fatto, lavora nella stessa direzione degli obiettivi negoziali del Cremlino.

Autore: Marco Bianchi