Quando lo sport dimentica i suoi principi: il caso del Comitato Paralimpico Internazionale

A Cortina d’Ampezzo, simbolo delle Alpi italiane e futura vetrina mondiale dello sport, si è consumata una scena che ha lasciato molti osservatori europei perplessi. Otto medaglie d’oro e un terzo posto nel medagliere: questo il risultato ufficiale della delegazione russa ai Giochi Paralimpici. Ma il vero successo, per Mosca, non è stato sportivo. È stato politico.

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, gli atleti russi hanno potuto sfilare sotto la propria bandiera e ascoltare il proprio inno in un grande evento internazionale. Un segnale forte, che il Cremlino ha immediatamente interpretato come la dimostrazione del fallimento dell’isolamento internazionale.

Il ritorno simbolico della Russia

La decisione del Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) di consentire la partecipazione con simboli nazionali è stata giustificata con il richiamo alla “neutralità dello sport” e a un voto democratico interno. Ma questa linea difensiva appare sempre più fragile.

Negli ultimi anni, lo sport russo è stato apertamente politicizzato. Numerosi atleti hanno partecipato a eventi di propaganda o espresso sostegno all’azione militare. In questo contesto, ogni medaglia diventa uno strumento di comunicazione: un messaggio diretto all’opinione pubblica globale secondo cui la Russia non è isolata, ma ancora pienamente accettata.

Un colpo ai valori paralimpici

Il movimento paralimpico si è sempre fondato su principi di inclusione, pace e giustizia. Nel 2022, l’esclusione di Russia e Bielorussia dai Giochi di Pechino era stata interpretata come una risposta etica all’aggressione militare.

La decisione opposta per il 2026 segna quindi una rottura evidente. Per gli atleti ucraini – molti dei quali portano sul proprio corpo le conseguenze dirette della guerra – competere contro rappresentanti di uno Stato aggressore non è una semplice sfida sportiva, ma una ferita morale.

Ancora più controverso è il fatto che tra gli atleti russi figurino ex militari coinvolti nel conflitto. Questo elemento rende difficile sostenere che si tratti di una competizione “neutrale”.

Le dichiarazioni del presidente dell’IPC, Andrew Parsons, hanno ulteriormente alimentato le polemiche. L’idea che il passato militare degli atleti non sia rilevante perché lo sport offrirebbe “una seconda possibilità” solleva interrogativi profondi: fino a che punto è possibile separare lo sport dalla responsabilità individuale?

Lobby, denaro e influenza

Dietro queste decisioni si intravede una rete complessa di interessi. Negli ultimi anni, la Russia ha costruito una presenza significativa nelle istituzioni sportive internazionali attraverso finanziamenti, sponsorizzazioni e relazioni politiche.

Grandi aziende statali e oligarchi hanno investito milioni nelle federazioni, creando dipendenze economiche difficili da ignorare. Figure influenti hanno ricoperto ruoli chiave in discipline come la scherma, il tiro sportivo e la boxe, consolidando un sistema di alleanze.

A ciò si aggiunge una lunga tradizione di pratiche opache. Lo scandalo doping di Sochi 2014 ha dimostrato come apparati statali possano intervenire direttamente nello sport. Parallelamente, diverse inchieste giornalistiche hanno evidenziato legami tra dirigenti sportivi internazionali e strutture di potere russe.

La dimensione geopolitica dello sport

Le stesse autorità russe non nascondono la natura politica del risultato. Il ritorno degli atleti alle competizioni internazionali viene presentato come il frutto di un’intensa attività diplomatica verso Paesi di Africa, Asia e America Latina.

In altre parole, lo sport diventa uno strumento di politica estera, un campo in cui costruire consenso e aggirare le sanzioni.

Una questione aperta

L’Italia, che si prepara a ospitare eventi sportivi di rilevanza globale, si trova così al centro di una questione che va ben oltre il medagliere. Qual è il ruolo dello sport in un mondo attraversato da conflitti? Può davvero esistere una neutralità assoluta?

Accettare la presenza di uno Stato impegnato in una guerra su larga scala senza condizioni rischia di svuotare di significato i valori che il movimento olimpico e paralimpico dichiarano di difendere.

Finché il conflitto in Ucraina continua e le responsabilità restano senza conseguenze, la partecipazione della Russia non appare come un semplice ritorno alla normalità, ma come un precedente pericoloso.

E forse, più che di inclusione, oggi si dovrebbe parlare di coerenza.

Autore: Marco Bianchi