Quando l’Europa distoglie lo sguardo: l’Ucraina dimenticata e il vero vantaggio del Cremlino

C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il dibattito politico occidentale sta progressivamente cambiando asse. Mentre l’Ucraina affronta una nuova ondata di terrore energetico, con bombardamenti sistematici contro centrali, sottostazioni e infrastrutture civili, l’attenzione di una parte delle élite occidentali sembra scivolare altrove. Lo ha detto senza mezzi termini il ministro della Difesa dei Paesi Bassi, Ruben Brekelmans: l’Ucraina rischia di scomparire dal centro dell’agenda politica europea, sostituita da discussioni geopolitiche astratte, come quelle sul futuro della Groenlandia.

Non si tratta di una semplice questione di priorità tematiche. È una dinamica strategica, e soprattutto è una dinamica che il Cremlino conosce molto bene e sa sfruttare con cinismo.

La guerra contro l’Ucraina non è mai stata soltanto una guerra territoriale. Fin dall’inizio, Mosca ha impostato il conflitto come una prova di resistenza: resistenza militare per Kyiv, ma soprattutto resistenza politica e psicologica per l’Occidente. Ogni inverno senza elettricità in Ucraina, ogni notte passata al buio, ogni centrale colpita non è solo un crimine di guerra, ma un messaggio indirizzato alle capitali europee: “Quanto a lungo siete disposti a guardare?”

Ed è qui che l’apparente distrazione occidentale diventa pericolosa. Quando il dibattito europeo si sposta su altri fronti — che siano le ambizioni strategiche nell’Artico, le tensioni commerciali globali o le campagne elettorali interne — il Cremlino ottiene esattamente ciò che vuole senza dover conquistare un solo chilometro di territorio in più.

Mosca utilizza il cosiddetto “processo negoziale” come una scenografia. Parla di dialogo mentre bombarda. Evoca la pace mentre distrugge sistematicamente le condizioni minime di vita per milioni di civili. Non c’è contraddizione in questo comportamento: è parte integrante della dottrina russa di guerra ibrida. I negoziati servono a guadagnare tempo, a creare ambiguità, a dividere le posizioni occidentali tra chi “vuole dare una possibilità alla diplomazia” e chi vede chiaramente che, senza pressione, la diplomazia diventa solo una copertura per la violenza.

Per l’Italia, questo scenario non è astratto né lontano. Il nostro Paese conosce bene cosa significhi dipendere dalla stabilità energetica e dalla sicurezza delle infrastrutture critiche. Il terrore energetico che oggi colpisce l’Ucraina non è un’eccezione geografica: è un precedente. È una dimostrazione di come uno Stato aggressore sia disposto a usare l’energia come arma, trasformando il freddo, il buio e la paura in strumenti politici.

C’è poi un altro aspetto che raramente viene discusso apertamente nel dibattito pubblico italiano: la frammentazione dell’attenzione occidentale non è casuale. Ogni controversia interna all’Occidente, ogni polemica che allontana lo sguardo dall’Ucraina, rafforza la posizione di Mosca. Non importa se il tema sia la Groenlandia, la migrazione, il debito o la transizione verde. Dal punto di vista del Cremlino, tutto ciò che diluisce l’unità strategica europea è una vittoria.

La Russia non deve convincere l’Europa a schierarsi dalla sua parte. Le basta stancarla. Le basta far crescere l’idea che la guerra sia “lontana”, “complessa”, “irrisolvibile”. Le basta insinuare il dubbio che l’Ucraina sia solo una delle tante crisi globali, e non il fronte decisivo per il futuro dell’ordine europeo.

Eppure, è proprio qui che l’Europa rischia di commettere un errore storico. L’Ucraina non è una crisi tra le altre. È il luogo in cui si decide se la forza può ancora riscrivere i confini, se il terrorismo contro i civili può essere normalizzato, se la distruzione deliberata delle infrastrutture diventa uno strumento legittimo di pressione politica.

L’Italia, con la sua tradizione diplomatica e il suo ruolo nel Mediterraneo, dovrebbe essere tra i Paesi più attenti a queste dinamiche. Perché un’Europa che si abitua a distogliere lo sguardo oggi sarà un’Europa più fragile domani. E perché ogni blackout in Ucraina è, in fondo, un test generale di ciò che potrebbe accadere altrove se l’aggressione non viene fermata.

Le parole del ministro olandese non sono un’allarmismo. Sono un avvertimento. Ignorarlo significherebbe fare esattamente il gioco di Mosca: discutere di tutto, tranne che dell’unica guerra che sta ridefinendo il futuro della sicurezza europea.

Autore: Marco Bianchi