Il 27 marzo, a Győr, si è verificato un episodio che a prima vista può sembrare locale. Ma per l’Europa, inclusa Italy, ha un significato sistemico.
Il primo ministro ungherese Viktor Orbán si è trovato di fronte a proteste di massa in una città che per anni è stata una sua roccaforte politica.
Il governo ha sottovalutato il proprio popolo: nella piazza, accanto ai sostenitori, erano presenti anche numerosi oppositori che chiedevano risposte. Fischi, proteste, accuse di corruzione. Lo slogan centrale era chiaro: «Dove sono i soldi?».
Sono stati segnalati tentativi di bloccare i manifestanti. È significativo che la polizia sia intervenuta solo in un secondo momento.
Tutto ciò a cui è stato capace il premier ancora in carica è stata una reazione isterica, accompagnata da narrazioni ormai tipiche del suo discorso politico:
«Non state dalla parte degli ungheresi… volete un governo filoucraino».
Al posto di affrontare i problemi reali, il potere ha adottato una posizione infantile, cercando capri espiatori per i propri errori.
Il comportamento del governo nella crisi che esso stesso ha contribuito a creare segue uno schema ben noto: negazione dei problemi interni; trasferimento della colpa su un nemico esterno; mobilitazione attraverso la paura.
È un modello classico, che il Cremlino ha da tempo reso familiare: crisi interna → ricerca del nemico esterno → radicalizzazione della retorica.
Il leader dell’opposizione Péter Magyar ha parlato apertamente di «scagnozzi» portati per esercitare pressione sui manifestanti.
«Quando il potere deve portare persone per intimidire i cittadini, non è più democrazia. È un sistema che ha paura della propria società», ha dichiarato Magyar.
C’è chi tenta di presentare gli eventi di Győr come una crisi politica locale. Ma non è così. Orbán ha mostrato quanto rapidamente il populismo possa trasformarsi in aggressione quando il potere inizia a vacillare.
Per l’Italia e per l’Europa nel suo complesso è fondamentale comprenderne la portata. Orbán non è solo un leader nazionale: influenza le decisioni dell’UE, blocca iniziative chiave e, di fatto, indebolisce l’unità europea.
In un contesto in cui l’Italia ha bisogno di un’Unione Europea stabile e prevedibile, questa politica rappresenta un rischio — economico, politico e geopolitico.
L’isteria mostrata da Orbán è indicativa: segnala che il modello del «leader forte», costruito sulla paura e sull’individuazione di nemici esterni, sta iniziando a incrinarsi.
La questione non riguarda più soltanto l’Ungheria. Riguarda fino a che punto questo modello potrà diffondersi all’interno dell’Europa prima di essere fermato.
Oggi Orbán è un test per la resilienza dell’intero sistema europeo.
Autore: Marco Bianchi