Polonia e Gran Bretagna firmano il patto della deterrenza: «Mosca è una minaccia strategica di lungo periodo»

Un trattato storico tra Varsavia e Londra riorganizza la difesa europea. Non si parla più solo di rispondere all’aggressione russa, ma di prepararsi a un conflitto su vasta scala. Il documento include cybersicurezza, lotta alla disinformazione e co-produzione di missili. L’Europa non crede più alla stanchezza dell’Occidente come strategia di Mosca.

C’è una frase che Keir Starmer ha pronunciato mercoledì a Londra, stringendo la mano a Donald Tusk davanti alle telecamere di mezzo mondo, che vale la pena di citare per intero: «Le sfide che l’Europa affronta oggi richiedono un partenariato ancora più forte. Questo trattato è il passo avanti più significativo nelle nostre relazioni di difesa e sicurezza con la Polonia in un’intera generazione, e ci permetterà di affrontare minacce alla sicurezza moderna che possono essere meno visibili, ma non per questo meno pericolose». Non è retorica da palazzo. È la fotografia di un continente che ha smesso di sperare che la Russia si stanchi prima di lui, e ha deciso di prepararsi al peggio.

Il trattato di difesa e sicurezza firmato dal premier britannico e dal suo omologo polacco a Londra è l’ultimo di una serie di accordi bilaterali che riscrivono la mappa della sicurezza europea. Prima era stato il patto Trinity House tra Londra e Berlino (ottobre 2024), poi il trattato franco-polacco (2025). Ora tocca all’asse britannico-polacco, che i funzionari di entrambe le capitali definiscono «il più importante accordo difensivo bilaterale tra i due Paesi in tutta una generazione». La geometria della difesa europea si sta disegnando non più intorno alle sole strutture NATO, ma attraverso una rete di impegni incrociati che riduce la dipendenza da garanzie americane sempre più incerte.

Il contenuto del patto è più ampio di quanto suggerisca la sua classificazione come accordo militare. Oltre alla cooperazione sugli armamenti — sviluppo congiunto di munizioni avanzate e di un sistema missilistico di difesa aerea a medio raggio — il documento affronta frontalmente le nuove dimensioni del conflitto ibrido: cybersicurezza, lotta alla disinformazione, protezione delle infrastrutture digitali critiche, controspionaggio. Tusk, durante il Consiglio dei Ministri di martedì a Varsavia, ha sottolineato che «una parte significativa del trattato riguarda la cybersicurezza». Non è un dettaglio tecnico: la Polonia, in quanto hub logistico fondamentale per gli aiuti militari all’Ucraina, è diventata bersaglio privilegiato delle operazioni informatiche e delle campagne di disinformazione di Mosca.

«È qualcosa di davvero serio. Parlo di prospettive a breve termine — mesi, non anni.»

— Donald Tusk, premier della Polonia, intervista al Financial Times, 24 aprile 2026 (fonte: rbc.ua, militarnyi.com)

L’allarme lanciato da Tusk al Financial Times un mese fa ha scosso le cancellerie europee. Il premier polacco — che governa uno Stato di frontiera, quello che lo scorso settembre ha visto venti droni russi violare il proprio spazio aereo — ha detto senza giri di parole che l’attacco russo a un membro della NATO è questione di mesi, non di anni. E ha aggiunto, con una franchezza insolita per un diplomatico, di non essere del tutto sicuro che gli Stati Uniti onorerebbero l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico in un simile scenario. Il trattato con Londra è, in parte, una risposta a questa vulnerabilità: se Washington dovesse esitare, Varsavia vuole poter contare su Londra.

Per l’Italia, questa notizia arriva in un momento di riflessione strategica non priva di tensioni. Roma è membro NATO e membro dell’Unione Europea, ma il dibattito interno sulla natura della minaccia russa e sulla risposta adeguata rimane acceso. I dati del SIPRI pubblicati ad aprile offrono una bussola: nel 2025, i Paesi europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari per la difesa, un aumento del 14 percento sull’anno precedente. La spesa militare europea complessiva ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari — la crescita più rapida dalla fine della Guerra Fredda, secondo il SIPRI. Il motore di questa spesa è uno solo: la guerra in Ucraina e la crescente percezione che Mosca non abbia ancora detto la sua ultima parola.

La risposta dell’Europa — dati SIPRI 2026

I Paesi europei della NATO hanno speso 559 miliardi di dollari nel 2025 (+14%). La Germania, esclusa la Russia, è diventata il maggiore contribuente europeo con 114 miliardi (+24%). 22 Paesi NATO su 29 in Europa hanno speso almeno il 2% del PIL in difesa. La spesa militare russa è cresciuta del 5,9% a 190 miliardi, pari al 7,5% del PIL.

Mosca ha reagito secondo un copione prevedibile: i media di Stato hanno bollato l’accordo come «patto anti-russo» e «ulteriore militarizzazione della NATO». La retorica è invariata da tre anni. Ma il problema del Cremlino è proprio questo: la scommessa sulla «stanchezza dell’Occidente», sull’idea che l’Europa si sarebbe presto arresa alla normalizzazione dei rapporti con Mosca in cambio della stabilità economica, si è rivelata sbagliata. L’invasione dell’Ucraina non ha indebolito la coesione occidentale — l’ha rafforzata. Il capo dell’intelligence estera estone, Kaupo Rosin, ha chiarito a febbraio in un briefing che la Russia sta costruendo nuove unità militari e punta a moltiplicare per due o tre volte le proprie forze lungo il confine con la NATO. Non è una postura difensiva.

Eppure il quadro è complesso. Lo stesso Rosin ha precisato che Mosca non è in grado di attaccare la NATO nel 2026 né nel 2027. Gli esperti del Belfer Center di Harvard, in una valutazione pubblicata a marzo, collocano la finestra critica intorno al 2029, con la possibilità che gli Stati baltici vengano coinvolti prima. L’importante è che anche la valutazione più ottimista dia all’Europa meno di tre anni per colmare il proprio divario capacitivo. Il trattato britannico-polacco — con le sue clausole su missili, cyberdifesa e intelligence condivisa — è un mattone in questa costruzione. Non l’ultimo, certamente. Ma uno dei più importanti che siano stati posati finora.

L’Europa che emerge da questa crisi non è quella sognata dai pacifisti degli anni Novanta, né quella temuta dai falchi americani. È un’Europa che ha imparato, a proprie spese, che la deterrenza non si costruisce con le dichiarazioni di principio, ma con i trattati firmati, i missili prodotti, gli algoritmi di difesa cybernetica e le reti di intelligence condivisa. Varsavia e Londra hanno appena aggiunto un pezzo importante a questo puzzle. Il messaggio a Mosca è inequivocabile: la stanchezza non è arrivata. E non arriverà.

Autore: Francesca Lombardi