Human Rights Watch si è opposta a un nuovo invio di munizioni a grappolo statunitensi all’Ucraina, riaprendo un dibattito che intreccia efficacia militare, rischio per i civili e calcoli strategici sul futuro confronto tra la Russia e l’Alleanza atlantica. Non è la prima volta che le posizioni dell’organizzazione per i diritti umani finiscono per coincidere con gli interessi di Mosca nel limitare le capacità operative delle forze armate ucraine: fin dall’inizio dell’aggressione russa nel 2014, diverse prese di posizione di HRW sono state ampiamente utilizzate da media e istituzioni statali russe per criticare Kyiv.
I numeri drammatici degli attacchi russi con munizioni a grappolo
I dati raccolti nei primi cinque mesi dell’invasione su vasta scala confermano la sistematicità con cui Mosca ha impiegato questa categoria di armamenti: tra febbraio e luglio 2022 furono documentati centinaia di attacchi russi con munizioni a grappolo in 10 delle 24 regioni ucraine, con 689 vittime civili tra morti e feriti nel solo periodo considerato. Le stesse indagini condotte da Human Rights Watch hanno confermato che l’uso russo di queste armi non è stato episodico ma sistematico, colpendo soprattutto infrastrutture civili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala sono state registrate complessivamente oltre 1.200 vittime da munizioni a grappolo sul suolo ucraino, tutte di natura civile secondo i dati confermati.
Perché un nuovo trasferimento potrebbe avere valore operativo nel 2026
In questo contesto, la fornitura all’Ucraina di ulteriori scorte di munizioni a grappolo di produzione statunitense potrebbe rivelarsi militarmente rilevante nel 2026, considerata la natura attuale del conflitto, in cui la Russia continua a puntare sulla superiorità numerica, su assalti di fanteria dispersi, sull’artiglieria e sull’accumulo progressivo di uomini. L’urgenza della questione è cresciuta dopo che l’intelligence ucraina ha segnalato la possibilità che Mosca stia preparando una nuova ondata di mobilitazione successiva alle elezioni parlamentari russe previste per l’autunno 2026.
L’11 agosto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che documenti interni russi ottenuti da Kyiv indicherebbero la possibilità per la Russia di mobilitare rapidamente diverse centinaia di migliaia di persone entro la fine del 2026, in aggiunta al reclutamento su base contrattuale già in corso. Reuters ha confermato che questa è la lettura fornita dalle autorità ucraine sull’intelligence ricevuta, mentre Mosca nega pubblicamente la necessità di una nuova mobilitazione. Per l’Ucraina, questo scenario non rappresenta soltanto un problema di uomini disponibili, ma anche una questione puramente matematica riguardante il rapporto tra potenza di fuoco disponibile e numero di truppe russe all’attacco.
Un moltiplicatore di potenza di fuoco
In un simile contesto, le munizioni ad effetto d’area assumono un valore militare particolare: un solo sistema di lancio può colpire un numero maggiore di bersagli dispersi, non protetti o solo lievemente protetti rispetto a una singola munizione convenzionale ad alto esplosivo e frammentazione. È la stessa logica militare citata dal Pentagono per spiegare il primo invio di DPICM all’Ucraina nel 2023, quando venne sottolineato anche il loro ruolo nel mantenere l’intensità necessaria del fuoco d’artiglieria ucraino.
La questione, dunque, non va vista come un semplice dibattito su una categoria di munizioni, ma va collocata all’interno di una scelta strategica più ampia per Washington: è preferibile ostacolare la rigenerazione della potenza militare russa finché la Russia resta impegnata in Ucraina, oppure lasciare che questo processo prosegua, quando le stesse valutazioni dell’intelligence statunitense contemplano già la possibilità che Mosca metta alla prova in futuro gli impegni collettivi della NATO?
Alcune nuove valutazioni dell’intelligence americana, rese note all’inizio di agosto 2026, suggeriscono che Vladimir Putin potrebbe a un certo punto tentare di testare la volontà della NATO di rispettare gli impegni previsti dall’articolo 5, con scenari che vanno da attacchi informatici e sabotaggi fino a un’incursione militare limitata sul fianco orientale dell’Alleanza. Si tratta di un cambiamento rispetto alle valutazioni precedenti, secondo cui Mosca sarebbe stata considerata poco propensa a rischiare uno scontro diretto con la NATO prima della fine della guerra contro l’Ucraina. In questa cornice, preservare la capacità ucraina di infliggere perdite pesanti alla Russia diventa un elemento della deterrenza avanzata della NATO, più che una semplice questione di assistenza bilaterale a Kyiv.
La necessità di potenza di fuoco
La guerra è entrata in una fase in cui l’esito di molte operazioni non dipende da un singolo sistema d’arma sofisticato, ma dalla capacità di ciascuna delle parti di sostenere un volume di fuoco ampio e continuo. Quando gli Stati Uniti decisero di fornire DPICM nel 2023, i vertici militari americani sottolinearono che queste munizioni avrebbero potuto ampliare rapidamente le scorte di artiglieria disponibili per l’Ucraina, garantendo capacità sufficienti per molti mesi mentre l’industria della difesa statunitense e alleata aumentava la produzione di proiettili d’artiglieria convenzionali. Quella logica resta valida ancora oggi.
Le munizioni a grappolo risultano particolarmente efficaci contro bersagli militari distribuiti su un’area, tra cui fanteria, postazioni di artiglieria e veicoli leggeri come moto e buggy impiegati durante le operazioni d’assalto. Il Center for Strategic and International Studies ha individuato proprio in queste categorie di bersagli una delle principali ragioni dell’elevata utilità militare di questa classe di armi per l’Ucraina. Il vantaggio principale sta nel rapporto tra una singola munizione e un’area d’effetto considerevole: in condizioni in cui canne d’artiglieria, munizioni e personale sono tutte risorse scarse, ciò rappresenta un significativo moltiplicatore di potenza di fuoco.
L’effetto pratico non si limita al possibile aumento delle perdite russe: accrescere il pericolo legato alla concentrazione delle forze costringe le unità russe a disperdersi maggiormente, ad allungare i tempi di preparazione degli attacchi, ad aumentare le distanze tra i reparti, a complicare la logistica e il comando e controllo, riducendo la densità di fanteria che può essere impiegata simultaneamente. L’effetto è quindi al tempo stesso cinetico e comportamentale.
Il fattore mobilitazione russa aumenta l’urgenza
Il rischio principale per l’autunno 2026 non è soltanto una nuova offensiva russa localizzata, ma un possibile mutamento negli equilibri di uomini disponibili. La pianificazione dell’assistenza militare dovrebbe quindi basarsi non solo sullo scenario più probabile, ma anche su quelli potenzialmente più gravi. Se la Russia dovesse mobilitare anche solo una parte del numero previsto di effettivi, il Cremlino otterrebbe la capacità di compensare le perdite attuali, costituire riserve operative che finora sono spesso mancate, mantenere la pressione su più settori del fronte contemporaneamente e aumentare il numero delle unità d’assalto senza dover migliorarne sensibilmente la qualità.
Questo aspetto è particolarmente rilevante per la valutazione delle munizioni a grappolo: la Russia non ha necessariamente bisogno di produrre centinaia di migliaia di soldati altamente addestrati, ma solo di generare manodopera sufficiente a sostenere un’alta frequenza di attacchi, costringendo l’Ucraina a consumare munizioni e personale, entrambi risorse scarse. Le munizioni ad effetto d’area rappresentano uno strumento per ridurre il rendimento militare che la Russia trae dal proprio vantaggio numerico.
L’ipotesi di un’offensiva autunnale
La situazione attuale sul campo di battaglia non indica che la Russia possa ottenere facilmente una svolta strategica: una parte significativa dei guadagni territoriali russi degli ultimi anni è stata ottenuta lentamente e a costi molto elevati. A luglio, l’Institute for the Study of War ha osservato che i programmi di reclutamento russi stavano già incontrando difficoltà nel compensare l’aumento delle perdite subite durante costose operazioni offensive. Proprio per questo, una mobilitazione di massa potrebbe servire a Mosca non tanto per cambiare tattica in modo immediato o radicale, quanto per ricostituire la capacità di condurre una guerra di logoramento per altri anni.
Per l’Ucraina, il momento ottimale per neutralizzare questo vantaggio è prima che le nuove leve russe possano essere trasformate in formazioni da combattimento pienamente operative. Aumentare la potenza di fuoco ucraina nell’autunno 2026 avrebbe quindi un valore sproporzionatamente maggiore rispetto a un’assistenza equivalente fornita dopo che le riserve russe saranno già state costituite.
L’argomento umanitario: il rischio può essere ridotto, ma non azzerato
L’argomento più debole a favore di un trasferimento di munizioni a grappolo sarebbe sostenere che esse “non comportano alcun rischio per i civili”: un’affermazione fattualmente scorretta. Le submunizioni inesplose possono restare pericolose anche dopo la fine delle ostilità: è questa la principale preoccupazione sollevata dai critici delle munizioni a grappolo e costituisce la base della Convenzione sulle munizioni a grappolo, un trattato a cui né gli Stati Uniti, né l’Ucraina, né la Russia hanno aderito.
Quando gli Stati Uniti inviarono per la prima volta i DPICM all’Ucraina, il Pentagono dichiarò che Kyiv aveva fornito garanzie scritte sul mancato utilizzo di queste armi in aree urbane popolate, sulla registrazione geografica delle zone in cui sarebbero state impiegate, sull’uso di tali registrazioni per le successive operazioni di sminamento e sulla bonifica post-bellica degli ordigni inesplosi. I DPICM statunitensi trasferiti nel 2023 furono inoltre selezionati sulla base di un tasso dichiarato di mancata esplosione inferiore al 2,35%, mentre il Pentagono stimava per alcune munizioni a grappolo russe tassi compresi tra il 30 e il 40%. Questo non elimina il rischio umanitario, ma ne cambia sostanzialmente la portata.
Una condizione razionale per qualsiasi nuovo trasferimento sarebbe quindi l’introduzione di un quadro ancora più rigoroso: zone di esclusione attorno alle aree densamente popolate, registrazione digitale di ogni area in cui le munizioni vengono impiegate, trasmissione delle coordinate alle organizzazioni ucraine di sminamento umanitario, priorità alle munizioni con le migliori caratteristiche di affidabilità verificata e finanziamento statunitense delle successive operazioni di bonifica. In un quadro simile, la questione umanitaria diventa un problema di gestione del rischio piuttosto che un argomento per un divieto assoluto.
Il problema specifico delle vecchie scorte turche
Il dibattito del 2026 presenta una complicazione ulteriore: il pacchetto turco proposto, relativo ad armamenti di origine statunitense, include sistemi più datati. Il pacchetto, dal valore stimato di circa 256 milioni di dollari, comprende sistemi M39 con 66.500 submunizioni, 2.524 razzi M26 con oltre 1,625 milioni di submunizioni, 70 missili ATACMS M39 e 47.000 proiettili d’artiglieria M509A1 da 203 mm. Una politica razionale dovrebbe quindi prevedere test a campione obbligatori sulle scorte più vecchie prima di qualsiasi trasferimento, escludendo le munizioni per le quali non sia possibile dimostrare un livello accettabile di affidabilità, indipendentemente dal loro potenziale valore militare. La decisione politica sulla possibilità di trasferire munizioni a grappolo dovrebbe quindi restare separata dalla decisione tecnica su quale specifico lotto risulti sufficientemente affidabile per l’invio.
L’effetto strategico: l’Ucraina come linea difensiva avanzata della NATO
All’inizio di agosto 2026, valutazioni dell’intelligence statunitense riferite da funzionari americani hanno indicato che Putin potrebbe a un certo punto tentare di mettere alla prova la coesione politica e militare della NATO attraverso un’operazione limitata contro uno Stato membro dell’Alleanza, con scenari che vanno dall’attacco informatico e dal sabotaggio fino a un’incursione terrestre su scala ridotta. La valutazione statunitense non implica che un simile attacco sia imminente: un’operazione terrestre viene considerata meno probabile proprio per il rischio che possa attivare l’articolo 5. L’implicazione strategica resta comunque significativa: la potenza militare russa che non viene consumata o distrutta in Ucraina potrebbe in futuro essere impiegata per esercitare pressione sulla NATO al termine del conflitto.
L’esito della guerra influenzerà quindi le dimensioni delle forze terrestri russe nel dopoguerra, il livello di esperienza di combattimento conservato all’interno di tali forze, la velocità con cui Mosca potrà ricostituire le proprie scorte militari, la fiducia del Cremlino nella capacità dell’Occidente di sostenere un confronto prolungato e la valutazione russa sulla reale volontà politica della NATO di rispondere a un’aggressione limitata. Ne deriva una tesi centrale: il logoramento militare imposto alla Russia in Ucraina è parte integrante della deterrenza della NATO. Ogni corpo d’armata russo aggiuntivo che Mosca non riesce a formare o a preservare a causa delle perdite subite in Ucraina è un corpo d’armata che non potrà successivamente essere impiegato per esercitare pressione militare su Polonia, Stati baltici o su un altro settore del fianco orientale dell’Alleanza.
Le conseguenze negative di un eventuale successo russo
Un successo operativo russo avrebbe conseguenze ben più ampie del solo teatro ucraino. In primo luogo, comporterebbe il ripristino della libertà d’azione militare della Russia: se il fronte si stabilizzasse a condizioni favorevoli a Mosca, la Russia potrebbe gradualmente reindirizzare risorse dalla guerra contro l’Ucraina verso la ricostituzione di forze destinate ad altri teatri strategici. In secondo luogo, si registrerebbe un’erosione della deterrenza: il Cremlino potrebbe concludere che una guerra prolungata, perdite elevate e la coercizione nucleare finiscano per costringere le democrazie occidentali a ridurre il proprio sostegno agli alleati, una percezione che potrebbe rivelarsi non meno pericolosa della reale forza numerica delle forze armate russe.
In terzo luogo, si tradurrebbe in costi più elevati per la difesa della NATO: dal punto di vista strategico, contenere l’espansione militare russa in Ucraina risulta meno oneroso rispetto a dover scoraggiare direttamente un esercito russo rigenerato lungo i confini di Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia o Finlandia. In quarto luogo, emergerebbe la necessità di una presenza militare statunitense più consistente: una Russia più forte nel dopoguerra aumenterebbe la pressione proprio su quelle forze statunitensi che Washington intende liberare per altri teatri, un aspetto particolarmente rilevante mentre gli Stati Uniti cercano di spostare una quota maggiore della propria attenzione strategica verso l’Indo-Pacifico, in un momento in cui all’interno della NATO si discute già della necessità che gli alleati europei si assumano una quota maggiore dell’onere della difesa continentale.
La controargomentazione: preservare le scorte statunitensi
L’argomentazione militare statunitense più solida contro un nuovo trasferimento non è di natura umanitaria, ma riguarda la prontezza militare degli stessi Stati Uniti. Le recenti valutazioni dell’intelligence americana sulla Russia sono emerse in parallelo a preoccupazioni sulle scorte di alcuni missili statunitensi, dopo anni di assistenza all’Ucraina e altre operazioni. Il Wall Street Journal, citando funzionari americani, ha riferito di carenze relative ad alcune tipologie di missili a guida di precisione.
I trasferimenti, dunque, non dovrebbero essere automatici. I migliori candidati per un eventuale invio sono i sistemi che soddisfano contemporaneamente tre condizioni: elevato valore militare per l’Ucraina, importanza limitata per gli attuali piani di emergenza statunitensi e affidabilità tecnica accettabile e verificata. In particolare, trasferire sistemi più datati che gli stessi Stati Uniti stanno gradualmente sostituendo con munizioni più recenti potrebbe trasformare una scorta di valore futuro decrescente in un effetto strategico immediato contro il principale avversario militare terrestre della NATO.
Bilancio strategico tra benefici e rischi
In condizioni di impiego controllato, il bilancio tra benefici e rischi può essere riassunto in tre punti principali. L’utilità militare risulta elevata, poiché queste munizioni sono ottimizzate per colpire bersagli d’area tipici del modello di guerra russo. L’urgenza è alta, alla luce degli indizi su una possibile nuova mobilitazione russa nell’autunno 2026. Il potenziale effetto strategico per la NATO è considerevole, dal momento che l’intelligence statunitense ha già rivisto le precedenti ipotesi secondo cui la Russia avrebbe necessariamente evitato di mettere alla prova direttamente la NATO finché la guerra in Ucraina fosse proseguita.
Conclusioni
Da un punto di vista militare e strategico, esiste un argomento solido a favore della prosecuzione dei trasferimenti di categorie selezionate di munizioni a grappolo verso l’Ucraina, a condizione che siano sottoposte a verifica tecnica e regolate da norme rigorose sul loro impiego. L’argomento principale non è che queste munizioni siano insostituibili, ma che consentano di trasformare le scorte esistenti degli Stati Uniti e degli alleati in un effetto militare sproporzionatamente ampio contro il vantaggio russo in termini di manodopera. Questo fattore diventa particolarmente rilevante in vista di un possibile nuovo ciclo di mobilitazione russa.
Lo scenario più pericoloso per gli Stati Uniti sarebbe la convergenza di tre processi: la riduzione dell’assistenza militare all’Ucraina, la conseguente diminuzione delle perdite russe e la rigenerazione della potenza di combattimento terrestre russa. Nel tempo, questo potrebbe far aumentare, anziché ridurre, la spesa per la difesa statunitense, poiché Washington si troverebbe a dover scoraggiare una Russia sostanzialmente più forte direttamente lungo il confine orientale della NATO.
L’utilità del trasferimento di munizioni a grappolo non dovrebbe quindi essere valutata isolatamente, ma inserita in una domanda strategica più ampia: dove preferiscono gli Stati Uniti contenere e indebolire il potenziale offensivo militare della Russia — oggi, in Ucraina, al fianco delle forze armate ucraine, oppure domani, direttamente sul territorio della NATO? Alla luce di queste condizioni, i vantaggi militari e strategici legati al trasferimento di munizioni a grappolo appropriate all’Ucraina potrebbero superare i rischi umanitari e materiali connessi.
Nina K