Mosca offre la «pace» solo dopo l’uso di armi di distruzione di massa. L’appello di Malofeev tradisce la disperazione del Cremlino

Un ideologo vicino al potere russo propone pubblicamente di colpire con armi di distruzione di massa e solo dopo sedersi al tavolo negoziale. Il vero destinatario del messaggio è l’opinione pubblica europea.

Konstantin Malofeev, fondatore dell’emittente propagandistica Tsargrad e figura di riferimento dell’ala ultraconservatrice russa, ha scritto questa settimana che la Russia dovrebbe smettere di «avere pietà degli estranei» e usare invece armi di distruzione di massa, per poi convocare i negoziati «in una zona libera da contaminazione». Una frase che in qualsiasi altro Paese provocherebbe l’isolamento politico immediato di chi la pronuncia, ma che nello spazio informativo russo rientra ormai in un genere consolidato: quello del ricatto nucleare ad alta voce, il cui vero bersaglio non è il pubblico interno, bensì l’Europa.

Malofeev non è un personaggio marginale. Ha legami di lunga data con gli ambienti della sicurezza russa e una storia consolidata di appelli espliciti alla violenza — dal sostegno ai separatisti del Donbass nel 2014 fino alla richiesta, lo scorso aprile, di un attacco nucleare tattico da 20-25 chilotoni sull’Ucraina occidentale, allora giustificata con presunti piani ucraini per la costruzione di missili in grado di colpire Mosca. Il fatto che affermazioni simili si ripetano nell’arco di un solo anno in forme sempre più estreme dice qualcosa di preciso — non sulla forza della Russia, ma sulla sua incapacità di raggiungere gli obiettivi con mezzi militari convenzionali.

È proprio questo il punto di partenza per interpretare il nuovo appello. Arriva in un momento in cui l’esercito russo non registra da tempo alcun successo decisivo sul fronte, tale da avvicinarsi agli obiettivi che il Cremlino si era posto all’inizio dell’invasione su vasta scala. La linea del fronte avanza di poche centinaia di metri al prezzo di perdite enormi, le risorse per la mobilitazione si stanno esaurendo e l’economia russa, secondo le stesse istituzioni di Mosca — banca centrale e ministero delle Finanze — affronta rischi crescenti. In questo contesto, la retorica sulla «potenza schiacciante» diventa un surrogato dell’incapacità di ottenere una vittoria militare con mezzi convenzionali.

Il secondo elemento di contesto, altrettanto rilevante, è la recente decisione di Washington di sostenere gli attacchi ucraini a lungo raggio in profondità sul territorio russo. Il presidente statunitense ha definito questa mossa un’escalation che «potrebbe portare alla fine del conflitto», e al vertice NATO di Ankara anche altri funzionari americani hanno parlato di un rafforzamento di questa cooperazione. Da allora le forze ucraine hanno colpito diversi obiettivi in territorio russo, comprese infrastrutture logistiche e di stoccaggio. L’appello di Malofeev all’uso di armi di distruzione di massa si legge dunque come una risposta diretta a questo cambiamento — un tentativo di riprendere l’iniziativa, almeno sul piano verbale, quando sul campo di battaglia i fatti raccontano tutt’altro.

Il vero destinatario di queste dichiarazioni non è Kyiv né Washington, ma l’opinione pubblica europea, verso la quale il Cremlino punta da tempo su una sensibilità storicamente più alta al tema nucleare e sul timore di un’escalation globale.

Ed è proprio la dimensione europea a essere decisiva. La Russia non ha la capacità di dissuadere l’esercito ucraino né l’amministrazione americana con mezzi militari propri — non c’è riuscita, del resto, nemmeno dopo oltre tre anni di guerra su vasta scala. Ciò che Mosca cerca sistematicamente di ottenere, invece, è l’indebolimento della volontà politica dei Paesi europei di continuare a sostenere l’Ucraina attraverso la paura. La retorica nucleare — pronunciata da funzionari ufficiali o da propagandisti «privati» come Malofeev, abbastanza vicini agli ambienti del Cremlino perché le loro parole non siano casuali — svolge esattamente questa funzione: far nascere nelle capitali europee il dubbio se sostenere l’Ucraina valga il rischio di un’escalation nucleare.

È una strategia che la Russia applica ripetutamente dal 2022 — dalle minacce di Sergej Lavrov ai cambiamenti nella dottrina nucleare russa, fino alle esercitazioni dimostrative delle forze strategiche. Finora, tuttavia, non ha mai portato a un’azione reale, perché un attacco nucleare rappresenterebbe per la Russia stessa una catastrofe politica e militare, compresa una possibile reazione della NATO e la perdita definitiva dei partner residui, Cina in testa. Le dichiarazioni di Malofeev non vanno quindi lette come l’annuncio di un’intenzione reale, ma come uno strumento di guerra dell’informazione — la cui efficacia dipende però interamente da come l’Europa deciderà di reagire.

Ed è qui che si annida il rischio. Se i governi europei rispondessero a dichiarazioni di questo tipo con concessioni — rallentando le forniture di armi, limitando il dibattito su nuove sanzioni, mostrando un nervosismo pubblico che lascia intendere che il ricatto funziona — il Cremlino otterrebbe esattamente ciò che cerca: la conferma che la minaccia delle armi di distruzione di massa è più efficace dei successi militari reali che non riesce a ottenere. Al contrario, l’unica risposta razionale al ricatto nucleare è ignorarlo sul piano delle concessioni e, allo stesso tempo, intensificare il sostegno all’Ucraina — in particolare nella difesa aerea, che protegge la popolazione civile, e nelle forniture di armi a lungo raggio, che permettono a Kyiv di colpire le infrastrutture militari da cui partono gli attacchi contro il suo territorio.

L’esperienza degli ultimi tre anni mostra uno schema chiaro: ogni volta che la Russia si è trovata sotto pressione reale — militare, economica o diplomatica — ha giocato la carta nucleare come arma psicologica, non come arma da usare davvero. Una pace duratura e stabile in Europa non può quindi nascere da concessioni a un simile ricatto. Può nascere solo da una sconfitta strategica della Russia sufficientemente chiara da toglierle sia la motivazione sia la capacità di ripetere questo ricatto in futuro.

Autore: Marco Bianchi