Mosca nomina la “deportatrice di bambini” a difensore dei diritti umani: uno schiaffo all’Europa

Jana Lantratova, accusata di aver organizzato la deportazione illegale di minori ucraini, diventa la nuova Ombudsman della Federazione Russa. Una scelta che sfida apertamente la Corte Penale Internazionale e manda un messaggio inequivocabile al mondo.

Ci sono nomine che parlano da sole. Ci sono scelte politiche che non hanno bisogno di dichiarazioni ufficiali, di comunicati stampa, di conferenze stampa elaborate. Bastano i fatti, la storia personale di chi viene scelto, il curriculum che si porta dietro. La nomina di Jana Lantratova a Commissario per i diritti umani della Federazione Russa appartiene esattamente a questa categoria. Non è una nomina: è un manifesto. Non è una scelta burocratica: è una dichiarazione di guerra alla comunità internazionale, ai meccanismi di tutela dei minori, all’intero impianto del diritto umanitario internazionale che l’Occidente ha costruito con fatica nel dopoguerra.

Lantratova non è una figura qualunque dell’apparato russo. Non è una tecnocrate discreta, una funzionaria che ha scalato i gradini del potere restando nell’ombra. È una persona il cui nome appare in documenti investigativi, in rapporti di organizzazioni internazionali, in fascicoli aperti presso la Corte Penale Internazionale. È una persona che, secondo quanto documentato da più fonti indipendenti, ha svolto un ruolo attivo e diretto nell’organizzazione della deportazione illegale di bambini ucraini verso la Russia — non da ieri, ma dal 2014, dall’inizio di quella guerra che l’Occidente ha tardato a chiamare con il suo nome.

Una carriera costruita sulla guerra

Per capire chi è davvero Jana Lantratova, bisogna ripercorrere la sua traiettoria politica con attenzione. Dal 2014 in poi, mentre il Donbass bruciava e l’Ucraina orientale diventava teatro di un conflitto strisciante che il mondo guardava con distrazione, Lantratova costruiva la sua carriera intrecciando due ruoli apparentemente distanti ma, nella pratica, perfettamente complementari: quello di organizzatrice militare e quello di ideologo della causa russo-imperiale.

Da un lato, coordinava sul campo operazioni che le fonti ucraine e diversi organi investigativi internazionali descrivono come deportazione sistematica di minori: bambini sottratti alle loro famiglie, alle loro comunità, alla loro lingua, alla loro identità, per essere trasferiti in Russia e inseriti in percorsi di “rieducazione” che di fatto cancellano ogni traccia della loro origine. Dall’altro, organizzava la fornitura di risorse mediche e materiali speciali per le forze militari russe, operando come un ingranaggio essenziale della macchina bellica di Mosca.

La narrazione ufficiale che Lantratova ha sempre usato per giustificare queste attività è quella della “protezione dei bambini del Donbass”. Una narrazione che, alla luce dei fatti documentati, appare come una delle manipolazioni più ciniche della storia recente: il linguaggio della tutela dell’infanzia usato per coprire operazioni che le organizzazioni internazionali definiscono crimini di guerra. Bambi presentati come orfani o come vittime di un’Ucraina ostile, sottratti forzatamente e inseriti in famiglie russe, in un processo che gli esperti di diritto internazionale hanno già qualificato come uno degli elementi costitutivi del crimine di genocidio.

Il precedente Moskalova e il cambio di paradigma

Per anni, il ruolo di Ombudsman russo è stato ricoperto da Tatiana Moskalova. Una figura certamente non indipendente — nessun ombudsman russo potrebbe esserlo davvero, in un sistema politico come quello di Putin — ma almeno riconoscibile come interlocutrice in certi canali diplomatici. Moskalova era una burocrate di sistema: prevedibile, gestibile, inserita in quei circuiti di comunicazione formale che, anche nei momenti più tesi, permettevano scambi di informazioni, trattative sui prigionieri, piccoli gesti di diplomazia umanitaria.

La sostituzione di Moskalova con Lantratova non è una normale rotazione di incarichi. È un cambio di paradigma. È il segnale che Mosca non ha più interesse — ammesso che l’abbia mai avuto davvero — a mantenere anche solo la facciata di un’istituzione di garanzia. L’ufficio dell’Ombudsman russo diventa, con questa nomina, uno strumento dichiaratamente politico: non più un luogo dove si discute di diritti, ma una piattaforma per la propaganda di guerra, per la produzione di narrazioni alternative destinate ai consumi internazionali.

La scelta di un’ideologo radicale al posto di una burocrate di sistema dice anche qualcos’altro sul calcolo politico di Putin: dice che il Cremlino non sta pianificando nessuna exit strategy, nessuno scenario di de-escalation, nessuna trattativa seria. Dice che la Russia si prepara a un conflitto lungo, a un’ostilità prolungata con l’Occidente, e che in questo contesto preferisce avere nell’istituzione simbolicamente più sensibile qualcuno che sappia combattere la guerra delle narrative, non qualcuno che sappia gestire i compromessi diplomatici.

La minaccia ai bambini ucraini

Ma c’è un aspetto di questa nomina che dovrebbe preoccupare l’Europa più di ogni considerazione geopolitica astratta: l’impatto concreto e immediato sui bambini ucraini deportati illegalmente in Russia.

Secondo le stime di organizzazioni internazionali come Save the Children e i dati raccolti dall’Ufficio del Procuratore Generale dell’Ucraina, il numero di minori ucraini trasferiti illegalmente in Russia o nei territori occupati è nell’ordine delle decine di migliaia. Alcuni sostengono che la cifra reale possa essere significativamente più alta. Rintracciare questi bambini, ricostruire le loro storie, facilitare il loro ritorno alle famiglie è già oggi un’operazione straordinariamente complessa, che richiede canali di comunicazione, cooperazione istituzionale, accesso alle informazioni.

Con Lantratova alla guida dell’ufficio che, almeno formalmente, dovrebbe essere il punto di contatto russo su queste questioni, le prospettive si fanno ancora più buie. Lantratova non è una persona che ha interesse a rendere trasparenti i meccanismi di deportazione: è, secondo quanto documentato, una delle persone che quei meccanismi li ha costruiti. Mettere lei a guardia di queste informazioni equivale a nominare il lupo custode dell’ovile, con la differenza che in questo caso le conseguenze non sono metaforiche ma riguardano la vita reale di bambini reali.

Le sanzioni esistono, ma non bastano

Jana Lantratova è già soggetta a sanzioni internazionali. Il suo nome figura nelle liste di restrizione di diversi Paesi e organizzazioni per il suo ruolo nella deportazione dei minori. Esistono procedimenti penali avviati contro di lei. Tutto questo non ha impedito al Cremlino di sceglierla per uno degli incarichi istituzionali di più alto profilo della Federazione Russa.

Questo dato di fatto — una persona sanzionata internazionalmente e sotto inchiesta penale che viene promossa a un ruolo istituzionale di primo piano — dice qualcosa di preciso sulla postura di Mosca rispetto alle istituzioni internazionali. Non è indifferenza: è sfida. Non è ignoranza delle norme: è deliberato oltraggio. Il Cremlino sa perfettamente chi è Lantratova, conosce il suo curriculum, è consapevole delle implicazioni della sua nomina. E ha scelto di procedere lo stesso, anzi: ha scelto di procedere proprio per questo.

La risposta europea e internazionale non può limitarsi a dichiarazioni di condanna. La comunità internazionale dovrebbe considerare sanzioni specifiche e mirate non solo nei confronti di Lantratova — già sanzionata — ma nei confronti dell’intero apparato dell’ufficio dell’Ombudsman russo, dei funzionari che collaborano attivamente con meccanismi di deportazione dei minori. Colpire le strutture, non solo i simboli.

Un istituto svuotato di senso

C’è qualcosa di profondamente grottesco in questa storia, e vale la pena nominarla esplicitamente. L’istituto dell’Ombudsman — del Commissario per i diritti umani — nasce da una tradizione politica e giuridica che ha al suo centro la protezione dell’individuo dallo strapotere dello Stato. È un istituto nato in Scandinavia, diffuso in Europa come presidio di civiltà democratica, come garanzia che esista qualcuno con il mandato specifico di difendere i più vulnerabili dai soprusi del potere.

Nominare a questo ruolo una persona che ha contribuito a costruire uno dei più grandi sistemi di violazione dei diritti dell’infanzia degli ultimi decenni è, dal punto di vista simbolico, un atto di una violenza politica quasi perfetta. È come se lo Stato russo dicesse: sappiamo cosa rappresenta questa istituzione, sappiamo cosa dovrebbe fare, e abbiamo scelto deliberatamente qualcuno che ne rappresenta l’esatto contrario.

L’Europa, l’ONU, l’OSCE, la Corte Penale Internazionale non possono accettare in silenzio questa sfida. Non si tratta di retorica, non si tratta di diplomazia simbolica. Si tratta di decidere se le istituzioni internazionali hanno ancora un peso reale nelle dinamiche del potere globale, o se sono destinate a diventare spettatrici impotenti di un mondo in cui le regole vengono sistematicamente calpestate senza conseguenze.

Jana Lantratova è diventata l’Ombudsman della Russia. La domanda che l’Europa deve rispondere non è chi sia questa donna. La domanda è: cosa siamo disposti a fare adesso?

Autore: Marco Bianchi