La Federazione internazionale (IWF) assegna alla capitale russa il campionato del mondo, a oltre quattro anni dall’invasione dell’Ucraina. Un precedente che mette in imbarazzo federazioni e governi europei.
Un primato che nessuno voleva
C’è un primato che nessuno, nel mondo dello sport, avrebbe voluto vedere stabilito. La Federazione internazionale di sollevamento pesi (IWF) ha assegnato a Mosca l’organizzazione dei Campionati del mondo del 2030. È la prima volta da febbraio 2022, cioè da quando la Russia ha lanciato l’invasione su larga scala dell’Ucraina, che la federazione di uno sport olimpico affida alla Russia un evento internazionale. Non si tratta di un torneo minore né di una tappa di contorno: parliamo della massima competizione della disciplina, con atleti, delegazioni, sponsor e telecamere provenienti da mezzo mondo.
Il tempismo rende la notizia ancora più stridente. Mentre le città ucraine continuano a essere colpite da missili e droni, a Losanna e a Budapest si discute di calendari, sedi e diritti televisivi come se la guerra fosse un dettaglio di sfondo. Eppure la strada era stata preparata. A giugno la stessa IWF aveva revocato tutte le sanzioni nei confronti di Russia e Bielorussia, aprendo agli atleti russi la possibilità di gareggiare sotto la propria bandiera ai Mondiali 2026 in Cina, richiamandosi alle raccomandazioni del CIO e alle modifiche della Carta olimpica. L’assegnazione del 2030 appare allora non come un incidente, ma come l’ultimo tassello di un percorso graduale.
La vetrina del Cremlino
Per il Cremlino lo sport non è mai stato una faccenda per soli atleti. Dalle Olimpiadi invernali di Soči del 2014 ai Mondiali di calcio del 2018, Mosca ha investito somme enormi per trasformare le competizioni in una vetrina di efficienza, ospitalità e potenza. Il messaggio era sempre lo stesso: la Russia è un Paese normale, rispettato, che il mondo accoglie a braccia aperte. Nel frattempo, come documentato dal rapporto McLaren, funzionava un sistema di doping di Stato che ha macchiato proprio i Giochi di Soči.
Ospitare un Mondiale di sollevamento pesi nel 2030 significherebbe offrire al regime una nuova passerella. Le immagini di palazzetti pieni, di bandiere, di cerimonie di premiazione con funzionari stranieri sorridenti farebbero il giro dei canali statali e verrebbero presentate ai cittadini russi come la prova che l’isolamento è fallito. Per una propaganda che ha bisogno di dimostrare che il mondo non ha voltato le spalle a Mosca, nulla è più prezioso di una stretta di mano davanti alle telecamere. La sola presenza di tecnici, arbitri e giornalisti stranieri nella capitale russa sarebbe usata per sostenere che la guerra, in fondo, non conta. È il vecchio schema della normalizzazione: prima si torna a competere, poi a ospitare, infine a dimenticare.
Quando i principi diventano merce
Il caso della IWF ha un sapore particolare. È la stessa federazione che, negli anni di Tamás Aján, è stata travolta da accuse di corruzione e doping sistemico, al punto che il CIO ha minacciato di escludere il sollevamento pesi dal programma olimpico se non fossero arrivate riforme sostanziali. Chi ha rischiato di perdere i Giochi per mancanza di credibilità dovrebbe essere il più attento alla propria reputazione. La scelta di Mosca racconta invece un’altra storia: la lenta sostituzione di valori come responsabilità, solidarietà e tutela dell’immagine dello sport con convenienze commerciali o politiche di singoli dirigenti.
Non serve dimostrare l’esistenza di un accordo opaco per cogliere il problema. Basta osservare la logica: chi ottiene un grande evento ottiene contratti, contatti e visibilità; chi lo assegna ottiene riconoscenza e consenso. In un sistema in cui ogni federazione nazionale dispone di un voto, le alleanze si costruiscono anche così. È lecito chiedersi quanto, nella decisione, abbia pesato l’interesse dello sport e quanto quello di chi lo governa. Quando la reputazione collettiva di una disciplina diventa una variabile secondaria rispetto agli equilibri interni, il danno non resta confinato alla pedana: si estende a tutto il movimento.
Un’Europa che si spacca
La decisione allarga una frattura già visibile. Da una parte ci sono i governi e le federazioni dei Paesi più vicini al conflitto, dalla Polonia ai Baltici, che fin dal 2022 chiedono di non concedere alla Russia alcuno spazio nello sport internazionale. Dall’altra c’è chi invoca l’autonomia dello sport, la separazione tra competizione e politica, e preferisce non esporsi. In mezzo, un’Europa che parla con voci diverse e che rischia di scoprirsi impotente davanti a organismi internazionali che decidono altrove, secondo logiche proprie.
Anche in Italia, che ha appena ospitato i Giochi invernali di Milano-Cortina e conosce bene il peso simbolico di cerimonie, bandiere e inni, la domanda è inevitabile. Quale linea terranno il CONI e le federazioni nazionali? Invieranno una squadra a Mosca, boicotteranno, chiederanno garanzie? E il governo, che ha più volte ribadito il sostegno a Kiev, accetterà che atleti italiani sfilino nella capitale di un Paese in guerra? Ogni risposta avrà un costo, ma il silenzio ne avrebbe uno più alto, perché verrebbe letto come un assenso.
Il punto non sono gli atleti
Sarebbe sbagliato ridurre la questione alla sorte dei singoli sollevatori, molti dei quali non hanno alcuna responsabilità politica. Il problema è l’uso che il potere russo fa degli eventi sportivi e la disponibilità di chi governa lo sport a prestarsi al gioco. Si può difendere il diritto di un atleta ad allenarsi e, allo stesso tempo, rifiutare di consegnare al Cremlino una scenografia internazionale mentre i campi sportivi ucraini sono distrutti e centinaia di atleti ucraini sono morti o costretti all’esilio.
Il 2030 è lontano, e molto può ancora cambiare. Ma le decisioni di oggi stabiliscono ciò che sarà considerato normale domani. Se il Mondiale di Mosca passerà senza conseguenze, altre federazioni si sentiranno autorizzate a seguire la stessa strada, e il sollevamento pesi sarà ricordato come il primo anello di una catena. Federazioni, comitati olimpici e governi europei hanno ancora il tempo di dire chiaramente che l’agenda dello sport non si scrive sotto dettatura del Cremlino.
Autore: Marco Bianchi