Mine iraniane nello Stretto di Hormuz: impatto sull’approvvigionamento italiano

Teheran avrebbe piazzato mine nello Stretto di Hormuz, bloccando centinaia di navi e destabilizzando i mercati energetici. L’Italia, che importa il 90 per cento del suo petrolio via mare, monitora la situazione con l’Ue e prepara misure interne per i carburanti

Teheran avrebbe piazzato circa una dozzina di mine nello Stretto di Hormuz, dislocate in siti noti. Lo sostiene Reuters, che rilancia l’allerta degli 007 statunitensi e cita due fonti a conoscenza della questione. L’attività di dispiegamento mine non è ancora estesa, riferiscono altre fonti alla Cnn, aggiungendo che l’Iran detiene ancora oltre l’80-90 per cento delle sue piccole imbarcazioni e dei suoi posamine, quindi le sue forze potrebbero facilmente piazzarne a centinaia.

Attualmente circa 137 navi portacontainer rimangono bloccate a ovest dello stretto, mentre tre mercantili sono stati colpiti da proiettili non identificati nella mattina dell’11 marzo 2026.

Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia strategico attraverso cui transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Il blocco destabilizza i mercati energetici e il presidente statunitense, Donald Trump, ha lanciato un avvertimento pubblico senza precedenti, chiedendo a Teheran di rimuovere immediatamente qualsiasi mina o di affrontare “conseguenze militari mai viste prima”.

Parallelamente alle dichiarazioni, il Comando centrale statunitense (Centcom) ha annunciato di aver eliminato 16 imbarcazioni iraniane sospettate di capacità di posamine nel Golfo.L’impatto di Hormuz sull’Italia

Il pericolo delle mine nello Stretto di Hormuz ha una ricaduta concreta anche sull’Italia, che importa circa il 90 per cento del suo fabbisogno di petrolio via mare, con gran parte delle forniture provenienti dal Golfo Persico.

Durante la guerra Iran‑Iraq (1980‑1988), l’Italia subì forti aumenti dei prezzi del greggio: nel 1981 il barile passò da circa 35 a oltre 40 dollari, costringendo aziende come Eni e Snam a riorganizzare le rotte e accrescere le scorte strategiche.

Nel 2025 l’Italia ha importato circa 30 milioni di tonnellate di petrolio, di cui oltre il 70 per cento transitava attraverso rotte vulnerabili al blocco dello Stretto.

La premier Giorgia Meloni ha richiamato l’importanza cruciale dello Stretto per la stabilità dei mercati energetici globali, sottolineando che la questione si sta discutendo “con i nostri partner europei e non solo” e ribadendo la necessità di tutelare la libertà di navigazione senza essere trascinati in un conflitto aperto.

In concreto, Italia, Regno Unito e Germania hanno concordato di lavorare insieme su possibili opzioni per proteggere il transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz di fronte alle minacce iraniane, sottolineando l’importanza della libertà di navigazione per le economie europee. Altri partner europei, come Francia e Grecia, stanno discutendo iniziative diplomatiche e di sicurezza per garantire la protezione delle rotte marittime e la stabilità regionale, anche nell’ambito di missioni europee già esistenti volte alla sorveglianza e alla sicurezza marittima nel Golfo.

Italia, provvedimento sulle accise? Cautela

Sul fronte interno, l’aumento dei prezzi dei carburanti ha acceso il dibattito politico e sociale. Con il gasolio a 2,6 euro al litro, associazioni di categoria e consumatori attendevano un provvedimento sulle accise per calmierare i prezzi, come aveva accennato la stessa premier: “Stiamo valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili”.

La questione è stata comunque affrontata dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha presieduto la riunione con il ministro delle Imprese Adolfo Urso, monitorando l’andamento dei prezzi dall’inizio della crisi. La linea dell’esecutivo è di cautela, valutando se l’impennata dei costi continuerà o se l’emergenza rientrerà con l’evolversi della crisi in Medio Oriente. Già ieri il petrolio è sceso sotto i 90 dollari al barile e le Borse europee hanno registrato una ripresa.Quando le mine paralizzarono il traffico marittimo

Già negli anni ’80, nell’ambito della Tanker War – una fase del più ampio conflitto tra Iran e Iraq – le forze iraniane e irachene presero di mira i mercantili e le petroliere nel Golfo Persico con attacchi missilistici, mine navali e altre offensive indirette, con l’obiettivo di esercitare pressione economica sull’avversario e minacciare le forniture energetiche globali.

Questa escalation portò gli Stati Uniti a intervenire con operazioni come la scorta di petroliere nel 1987 e l’ingresso diretto nelle ostilità, con scontri e operazioni specifiche di protezione e contro‑minamento nello Stretto di Hormuz e nel Golfo.

In quegli anni, Washington sollecitò la partecipazione degli alleati europei, compresa l’Italia, alle operazioni di protezione delle rotte marittime. La risposta iniziale di Roma fu prudente: nel 1987, sotto il governo di Amintore Fanfani, Palazzo Chigi esitò a impegnarsi direttamente.

Solo quando la minaccia si concretizzò con l’attacco alla motonave italiana Jolly Rubino, l’Italia intervenne attivamente, inviando una task force navale per bonificare i campi minati e garantire la sicurezza delle rotte.

Le missioni di sminamento italiane

L’Italia vanta una lunga tradizione nelle operazioni di sminamento e sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico. Tra le prime esperienze, alla fine degli anni ’80, l’Operazione Golfo 1 vide la Marina militare italiana operare tra il 1987 e il 1988 insieme a forze statunitensi, britanniche, francesi, belghe e olandesi per proteggere petroliere e traffico commerciale e neutralizzare mine navali durante la guerra Iran‑Iraq. L’Italia schierò fregate e cacciamine per garantire la sicurezza dei corridoi marittimi insieme alle principali marine occidentali.

Più recentemente, dal 2020 l’Italia partecipa all’Operazione EMASoH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz), missione europea volta a tutelare la libertà di navigazione nello stretto e monitorare la sicurezza marittima in un’area vulnerabile a mine, attacchi o interferenze. All’operazione partecipano anche Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo e Norvegia, con l’obiettivo di garantire corridoi sicuri per il traffico commerciale internazionale.

Oltre alle missioni operative, la Marina militare italiana mantiene elevate capacità di ricerca e neutralizzazione mine attraverso esercitazioni multinazionali nel Golfo Persico e nel Mar Rosso. Per il futuro è in corso un programma di ammodernamento con nuove unità di minehunters di ultima generazione, capaci di operare in acque potenzialmente minate e proteggere le rotte commerciali critiche.Perché le mine rimangono uno strumento efficace e temuto

Le mine navali sono spesso sottovalutate nelle analisi belliche, ma la loro efficacia deriva da caratteristiche ben precise. Possono essere piazzate con mezzi relativamente semplici o da navi di piccole dimensioni, e una volta in acqua agiscono da sole, generando timori anche in assenza di conferme ufficiali.

Inoltre, richiedono vaste e costose operazioni di bonifica e controllo per essere rimosse o rese innocue. Queste caratteristiche le rendono strumenti ideali in scenari in cui una potenza minore vuole imporre blocchi o costringere gli avversari a impegnare ingenti risorse per garantire la sicurezza delle rotte commerciali.

Mine per la guerra asimmetrica

Le mine rappresentano solo una delle molte forme di guerra asimmetrica che gli Stati dotati di risorse relativamente limitate possono utilizzare con grande effetto.

Negli ultimi anni, conflitti in altre aree come il Mar Nero o lo stretto di Bab el‑Mandeb nello Yemen hanno visto l’impiego di mine sia ancorate sia vaganti, oltre all’uso di droni marini ed esplosivi telecomandati.

Questi strumenti consentono di compromettere rotte commerciali senza un confronto diretto aperto tra grandi flotte navali, e sono spesso difficili da disinnescare in acque ristrette e trafficate.

L’evoluzione delle mine: da “barilotti” a ordigni intelligenti

Dagli anni ’80 a oggi, l’arsenale minerario iraniano ha compiuto un salto tecnologico significativo, passando dalle rudimentali mine a contatto di derivazione sovietica o nordcoreana (come le M-08) a sistemi estremamente sofisticati.

Mentre le vecchie mine ancorate esplodevano solo per urto diretto, le moderne mine iraniane sono ora dotate di sensori ad influenza multipla: possono percepire la firma magnetica di una nave, il rumore dei motori (acustica) o la variazione di pressione dell’acqua (barica) al passaggio dello scafo.

Teheran ha inoltre integrato queste armi con materiali anecoici per renderle invisibili ai sonar e ha sviluppato la capacità di posarle non solo tramite piccole imbarcazioni veloci dei Pasdaran, ma anche attraverso sottomarini classe Kilo e mini-sommergibili, rendendo la bonifica un compito tecnico ed estremamente rischioso per le marine occidentali.

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