Migrazione, l’UE volta pagina: rimpatri accelerati e centri fuori dai confini europei

Bruxelles apre alla linea dura sui rimpatri. Ma tra costi, accordi con Paesi terzi e diritti umani, il progetto dei “return hub” resta un cantiere aperto.

Dopo anni di trattative, l’Unione Europea ha imboccato con decisione la strada del pugno duro sulla migrazione irregolare. Il 1° giugno 2026 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto l’intesa definitiva sul nuovo Regolamento sui rimpatri, il testo che riscrive le regole con cui i 27 Stati membri gestiscono l’allontanamento dei richiedenti asilo respinti. Tra le novità più discusse, l’introduzione dei cosiddetti “return hub”: centri collocati fuori dal territorio dell’Unione, dove inviare le persone destinatarie di un ordine di espulsione in attesa del rimpatrio effettivo nel Paese d’origine.

Il provvedimento era stato approvato in prima battuta dalla commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) del Parlamento europeo lo scorso marzo, per poi ottenere il via libera dell’Aula il 26 marzo con 389 voti favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni. Una maggioranza costruita dai gruppi di centrodestra e destra, con il sostegno di formazioni sovraniste che fino a poco tempo fa restavano ai margini delle intese di maggioranza a Strasburgo. Il fronte del centrosinistra e delle sinistre ha invece votato compatto contro il testo.

Perché l’Europa cambia rotta

Alla base della svolta ci sono due fattori che si intrecciano nel dibattito pubblico dei principali Paesi membri: da un lato la percezione diffusa di un sistema d’asilo poco efficace, dall’altro la crescente insofferenza dell’opinione pubblica verso episodi di criminalità associati, nella narrazione politica, alla presenza di migranti privi di titolo di soggiorno regolare. Il tema ha pesato in modo significativo sulle ultime tornate elettorali in diversi Stati membri, alimentando l’ascesa di forze come il Rassemblement National in Francia e Vox in Spagna, anche se i dati ufficiali segnalano un calo sensibile degli arrivi irregolari nel biennio 2025-2026 rispetto ai picchi precedenti.

Il nodo che il legislatore europeo intende sciogliere è soprattutto operativo: attualmente, secondo le stime citate a Bruxelles, soltanto circa il 20% delle persone destinatarie di un ordine di allontanamento viene effettivamente rimpatriato. Un tasso di esecuzione che i governi definiscono da tempo insostenibile, sia per ragioni di credibilità del sistema d’asilo, sia per la gestione dell’ordine pubblico nelle aree di maggiore pressione migratoria.

«Le modifiche decisive introdotte da questo regolamento permetteranno di garantire un principio semplice: se si entra in Europa illegalmente, non si resterà», ha dichiarato l’eurodeputato francese di centrodestra François-Xavier Bellamy, tra i relatori del provvedimento.

Sulla stessa linea il conservatore svedese Charlie Weimers, che ha parlato apertamente dell’inizio di «un’epoca dei rimpatri». Il nuovo impianto normativo prevede inoltre un allungamento dei termini massimi di trattenimento — fino a due anni, senza limite superiore per le persone considerate a rischio per la sicurezza — e divieti d’ingresso nell’UE fino a dieci anni per chi elude un ordine di espulsione.

Il modello Albania e la corsa ai centri esterni

Il precedente più citato nei negoziati europei è quello firmato dall’Italia con l’Albania: i centri di Shengjin e Gjadër, attivi dal 2025 sotto giurisdizione e gestione italiana, sono stati più volte indicati dalla Commissione come banco di prova del meccanismo che si vuole ora estendere a livello continentale. Nel marzo 2025 Roma ha peraltro esteso l’uso delle strutture albanesi anche al trattenimento di migranti già presenti sul territorio italiano e destinatari di un provvedimento di rimpatrio, non più soltanto ai casi intercettati in mare.

Sull’onda di quell’esperienza, almeno cinque Stati membri — Germania, Austria, Paesi Bassi, Danimarca e Grecia — hanno già avviato colloqui esplorativi con governi di Paesi terzi, in prevalenza africani, per l’apertura di strutture analoghe sul proprio territorio. Un gruppo di quindici Stati membri aveva del resto sollecitato già nella primavera del 2025 la Commissione europea a “pensare fuori dagli schemi” tradizionali della politica dei rimpatri.

Nodi ancora irrisolti

Il progetto, tuttavia, arriva sul tavolo europeo senza un disegno operativo dettagliato. Mancano ancora, secondo quanto emerso dai lavori preparatori, indicazioni precise su quali Paesi terzi saranno disponibili a ospitare i centri, su chi ne sosterrà i costi di realizzazione e gestione — presumibilmente ingenti, considerata la necessità di garantire condizioni dignitose, assistenza sanitaria e sorveglianza — e su come verrà assicurato il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani per persone trattenute al di fuori della giurisdizione diretta degli Stati membri.

Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno criticato duramente l’impianto del regolamento, paventando il rischio di “prigioni offshore” sottratte al controllo giudiziario ordinario dell’Unione. Le stesse organizzazioni ricordano che precedenti accordi migratori dell’UE con Paesi terzi hanno in alcuni casi esposto le persone trasferite a violenze, sfruttamento e, in episodi documentati, alla morte — un precedente che alimenta la cautela di chi guarda con scetticismo all’efficacia reale dei nuovi hub, al netto delle intenzioni dichiarate. Anche l’esperienza italiana in Albania, spesso citata come modello, viene indicata da alcuni osservatori come prova dei limiti di scala di questo tipo di soluzione, più che come garanzia del suo successo.

Un tema che resterà al centro del dibattito

Il tema dei rimpatri e dell’integrazione mancata di parte della popolazione migrante — dal rispetto delle norme locali all’adesione ai principi democratici che regolano la convivenza civile in Europa — continuerà verosimilmente a occupare un posto centrale nell’agenda politica dei prossimi mesi, anche in vista di scadenze elettorali in diversi Paesi membri. Come spesso accade su temi identitari e ad alta sensibilità sociale, la discussione pubblica su migrazione e sicurezza resta inoltre un terreno particolarmente esposto a semplificazioni, strumentalizzazioni politiche e, non di rado, a campagne di disinformazione organizzata — un fenomeno su cui testate e piattaforme di fact-checking europee mantengono da tempo un monitoraggio attivo, proprio per la capacità di questi temi di polarizzare rapidamente l’opinione pubblica.

Il testo del regolamento dovrà ora completare l’iter di adozione formale prima di entrare pienamente in vigore, in parallelo con il Patto europeo su migrazione e asilo, la cui applicazione integrale è prevista per giugno 2026.

Autore: Marco Bianchi