Meloni e Frederiksen, la nuova convergenza europea sulla sicurezza

Destra sovranista e sinistra securitaria si incontrano sul terreno della sicurezza. In gioco i diritti fondamentali davanti al potere degli Stati.

Il 10 agosto 2026, la Presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e la Prima Ministra danese Mette Frederiksen hanno pubblicato un video-messaggio congiunto sui social network per chiedere una linea dura e un cambio di passo all’Unione Europea nella gestione dei flussi migratori.

Nonostante appartengano a famiglie politiche opposte, le due leader hanno riaffermato una forte intesa strategica basata su punti precisi:

No all’immigrazione incontrollata: Hanno dichiarato che i flussi illegali generano impatti negativi sulla sicurezza e sulla coesione sociale delle nazioni europee.

Hub in Paesi terzi: Hanno promosso la realizzazione di centri di rimpatrio e di identificazione al di fuori dei confini dell’UE, sul modello dell’accordo Italia-Albania o dei progetti avanzati dalla stessa Danimarca.

Rispetto dei valori: Hanno sottolineato che chiunque arrivi in Europa debba integrarsi e rispettarne le leggi e la cultura.

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo è diventata uno dei terreni principali di questa battaglia. Il percorso è iniziato il 22 maggio 2025, quando Italia e Danimarca promossero una lettera sottoscritta da nove Stati europei, chiedendo una revisione dell’interpretazione della CEDU da parte della Corte di Strasburgo. 

I governi firmatari sostenevano che la giurisprudenza della Corte avesse progressivamente ampliato la portata della Convenzione, restringendo eccessivamente la capacità degli Stati di espellere cittadini stranieri, anche quando condannati per reati. 

Il problema, in realtà, era più ampio: chi deve avere l’ultima parola quando la sovranità dello Stato entra in conflitto con i diritti individuali tutelati dalla Convenzione?

A maggio 2026, la questione è arrivata al Consiglio d’Europa con la Dichiarazione di Chișinău. Il documento non modifica formalmente la CEDU e non può imporre alla Corte europea una nuova interpretazione. Al contrario, ribadisce l’indipendenza della Corte e l’obbligo degli Stati di rispettarne le sentenze.

La Dichiarazione sottolinea e riserva agli Stati il diritto di controllare l’ingresso e il soggiorno degli stranieri, insiste sulla necessità di proteggere le frontiere e affronta anche nuove modalità di gestione della migrazione, compresi i cosiddetti “return hubs” e l’esame delle domande di protezione in Paesi terzi.

La Dichiarazione di Chișinău non cancella il divieto di tortura e di trattamenti inumani, questi rimangono, così come il controllo della Corte. 

Aver spostato il baricentro del dibattito a favore della sovranità degli Stati è il punto politico: i tribunali nazionali e la stessa Corte di Strasburgo vengono invitati a bilanciare i diritti fondamentali degli individui con gli interessi dello Stato. 

Destra sovranista e sinistra securitaria

L’alleanza tra Meloni e Frederiksen è il sintomo di una profonda trasformazione della politica europea: una destra che vuole ridisegnare i principi e i vincoli su cui è costruito l’ordine europeo incontra una sinistra securitaria che non vuole lasciare alla destra radicale il monopolio del tema della sicurezza.

Per Giorgia Meloni, la battaglia sulla CEDU si inserisce nella strategia di recupero della sovranità nazionale nei confronti delle istituzioni sovranazionali e nella richiesta di ridurre i vincoli giuridici che ostacolano espulsioni e rimpatri.

La Corte di Strasburgo diventa così il simbolo di un potere esterno che, nella narrazione sovranista, interferisce con decisioni che dovrebbero spettare ai governi nazionali.

Dall’altra parte c’è Frederiksen. È socialdemocratica, ma da anni ha spostato il proprio partito verso una politica migratoria fortemente restrittiva. La logica è diversa da quella della destra radicale, ma porta spesso a conclusioni operative simili: controllo delle frontiere, riduzione dell’immigrazione irregolare, maggiore capacità di espulsione e rafforzamento della sicurezza.

La strategia è evidente: se la sinistra rinuncia alla sicurezza, lascia alla destra radicale una delle questioni elettoralmente più potenti. Frederiksen ha scelto quindi di competere su quel terreno, scelto dalla destra. 

La convergenza con Meloni nasce qui: non dalla stessa ideologia, ma da interessi politici che si sovrappongono.

Non più “diritti contro sicurezza”, ma “chi decide”

La vecchia frattura europea contrapponeva chi difendeva i diritti a chi chiedeva più sicurezza. Oggi la questione è più profonda: chi decide quando sicurezza e diritti entrano in conflitto?

Il punto di contatto tra destra sovranista e sinistra securitaria, e l’accordo politico che ne è scaturito, è netto: meno spazio alle decisioni giudiziarie europee, più spazio alle scelte politiche nazionali.

Questo significa anche che il linguaggio della sicurezza, delle frontiere, del controllo e dell’ordine pubblico è ormai entrato stabilmente nel vocabolario del centrosinistra europeo.

La differenza ideologica rimane, ma sul terreno concreto delle politiche migratorie si restringe. La destra vuole utilizzare la questione della sicurezza per ridisegnare i rapporti tra sovranità nazionale e vincoli europei; la sinistra, per non perdere consenso, accetta di giocare la stessa partita, cercando di dimostrare che può governare la sicurezza meglio della destra radicale.

La posta in gioco

La CEDU non è semplicemente un ostacolo burocratico alle politiche migratorie. È uno dei pilastri dell’ordine giuridico europeo costruito dopo la Seconda guerra mondiale: serve a impedire che un Governo possa cancellare alcuni diritti fondamentali in nome delle proprie esigenze politico-elettorali.

Per questo la polemica sulla Corte di Strasburgo è più importante di quanto sembri. Quando un governo sostiene che la Corte abbia interpretato la Convenzione “troppo lontano” dalle sue intenzioni originarie, non sta contestando soltanto una singola sentenza. Sta mettendo in discussione il modello stesso di evoluzione dei diritti europei e il ruolo di una corte sovranazionale nel limitarne il potere.

La posta in gioco, dunque, non è soltanto la possibilità di espellere più facilmente i migranti. È chi abbia il potere di stabilire dove finisca la sicurezza dello Stato e dove cominci il limite imposto dai diritti fondamentali. Ed è precisamente questo limite che la convergenza tra destra sovranista e sinistra securitaria sta mettendo alla prova.

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