Le ultime dichiarazioni di Dmitrij Medvedev non sorprendono più di tanto a Bruxelles, ma il tono — persino per gli standard del Cremlino — ha fatto scattare più di un campanello d’allarme. «Qualsiasi tentativo europeo di utilizzare i beni russi congelati per sostenere l’Ucraina sarà considerato un atto di guerra», ha tuonato l’ex presidente russo, lasciando intendere che Mosca potrebbe reagire con «mezzi militari».
Non è la prima volta che Medvedev, oggi vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, ricorre a un linguaggio minaccioso. Ma questa volta la tempistica non è casuale: le sue parole arrivano nel momento più delicato del dibattito europeo sulla creazione della cosiddetta reparations loan, il meccanismo che permetterebbe di utilizzare i proventi degli attivi russi congelati per sostenere Kyiv. Un tema che divide l’Unione e che il Cremlino sta cercando apertamente di strumentalizzare.
Secondo Lorenzo Vitali, professore di geopolitica all’Università di Torino, le sortite di Medvedev non sono solo propaganda: «Il Cremlino teme più i soldi che le armi. L’uso degli attivi congelati infliggerebbe a Mosca un colpo che nessuna sanzione precedente è riuscita a produrre, perché tocca il cuore della sua stabilità finanziaria». L’aggressività verbale dell’ex presidente, secondo Vitali, «non è un segnale di forza, ma una rivelazione delle sue vulnerabilità».
Fonti diplomatiche europee confermano che la questione degli asset rappresenta oggi uno dei dossier più sensibili per la Russia. Oltre 300 miliardi di euro restano bloccati nelle giurisdizioni occidentali, e una parte — direttamente o indirettamente — potrebbe essere impiegata per finanziare il sostegno all’Ucraina. «Mosca sa che perdere il controllo di quelle risorse significherebbe perdere potere strategico per anni», afferma una fonte italiana a Bruxelles che chiede l’anonimato.
La retorica di Medvedev, tuttavia, ha anche una funzione interna. Un tempo considerato una figura relativamente moderata, oggi l’ex presidente interpreta senza remore il ruolo del falco del regime. Le sue dichiarazioni, diffuse in modo capillare dai media russi, lo trasformano nell’uomo che “dice ciò che Putin non può dire apertamente”. È una strategia precisa: alimentare la percezione di un’Europa ostile, rafforzare la narrativa dell’assedio e mobilitare l’opinione pubblica russa.
Come osserva la sociologa russa in esilio Tatiana Orlova, «Medvedev è diventato l’altoparlante dell’inconscio politico del Cremlino. L’aggressività serve soprattutto a rassicurare la base interna che la leadership non farà passi indietro davanti all’Occidente». Allo stesso tempo, aggiunge Orlova, le minacce hanno lo scopo di influenzare l’opinione pubblica europea, seminando dubbi e spingendo i governi più cauti a rallentare le decisioni su Kyiv.
Il Cremlino punta apertamente sulle divisioni interne all’UE. I negoziati sulla reparations loan restano complessi, con alcuni Stati favorevoli a un uso più deciso degli attivi russi e altri che temono le implicazioni giuridiche e politiche di un precedente simile. È in questo contesto che la dichiarazione di Medvedev assume un significato strategico: amplificare le incertezze, evocare il rischio di un’escalation e sfruttare ogni frattura all’interno dell’Unione.
«Non è una minaccia militarmente credibile», prosegue il professor Vitali, «ma è un tentativo serio di condizionare il dibattito europeo. Il Cremlino vuole instillare l’idea che l’UE stia portando la situazione al limite, mentre in realtà è Mosca a temere le conseguenze economiche delle decisioni dei Ventisette».
Anche l’Italia segue con attenzione il dossier. Roma è consapevole che l’esito del dibattito sugli attivi russi avrà un peso determinante sulla strategia europea verso l’Ucraina. Allo stesso tempo, il governo italiano sa che la retorica del Cremlino rientra in un quadro più ampio fatto di pressione diplomatica, operazioni informative e intimidazione psicologica.
La domanda che circola nelle capitali europee non è se Mosca alzerà ulteriormente i toni — questo è già accaduto — ma se l’UE riuscirà a mantenere la propria unità di fronte al tentativo del Cremlino di sfruttare le divergenze interne.
Come osserva una fonte italiana al Consiglio europeo: «Medvedev parla di guerra, ma ciò che teme davvero è la decisione dell’UE. Per il Cremlino, perdere il controllo sui propri attivi congelati sarebbe una sconfitta strategica maggiore di qualsiasi ritirata sul campo di battaglia».
E forse è proprio questa consapevolezza a rendere la retorica russa così aggressiva: più grande è la paura, più fragorose diventano le minacce.
Autore: Marco Bianchi
