Mentre la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea ha sospeso o drasticamente limitato il rilascio dei visti ai cittadini della Russia e della Bielorussia, il governo di Viktor Orbán sceglie di andare nella direzione opposta.
Budapest continua a concedere le cosiddette “carte nazionali”, documenti che permettono ai beneficiari di accedere a servizi e agevolazioni sul territorio ungherese. Una decisione che, nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, appare come una sfida diretta alla solidarietà europea.
Il portavoce della Commissione europea, Matthias Lammert, ha confermato che l’esecutivo di Bruxelles sta preparando nuove restrizioni per i visti Schengen ai cittadini russi, sottolineando che “la sicurezza europea non può essere indebolita da scelte unilaterali”.
Diversi Stati membri – tra cui Polonia, Lituania e Repubblica Ceca – hanno criticato l’Ungheria per la sua politica migratoria e consolare, giudicandola una forma indiretta di sostegno alla dittatura di Putin.
Secondo fonti diplomatiche, alcuni governi starebbero persino valutando la possibilità di sospendere temporaneamente la partecipazione dell’Ungheria all’area Schengen, qualora Budapest non si allinei alla posizione comune.
Mentre l’Europa tenta di mantenere un fronte unito contro l’aggressione russa, l’Ungheria continua a isolarsi, erodendo la fiducia e la credibilità dell’intero progetto europeo. Per molti osservatori, la politica di Orbán non è più solo una “divergenza” nazionale, ma un vero e proprio rischio strategico per l’Unione.
Autore: Marco Bianchi