Mentre l’Europa chiude le porte ai diplomatici di Mosca, Berna resta un porto sicuro per l’intelligence russa. Un terzo dei funzionari nelle missioni diplomatiche svizzere sarebbe in realtà un agente sotto copertura: un rischio non solo per la neutralità elvetica, ma per l’intera sicurezza collettiva dell’Occidente.
Dalla nostra redazione
BERNA – C’è un paradosso che agita i corridoi della sicurezza europea, e ha il volto rassicurante e discreto delle sponde del Lago Lemano. Mentre le capitali dell’Unione Europea, da Roma a Berlino, hanno intrapreso una massiccia operazione di “pulizia” diplomatica espellendo centinaia di funzionari russi sospettati di spionaggio dopo l’invasione dell’Ucraina, la Svizzera sembra essere diventata l’ultima zona franca per gli agenti di Vladimir Putin.
I numeri del “Nido delle Spie”
Secondo i dati più recenti del Servizio Federale di Intelligence (SIC) svizzero, alla fine del 2023, sul territorio della Confederazione era concentrato almeno il 20% di tutti gli ufficiali dell’intelligence russa dispiegati in Europa. Una statistica che trasforma le tranquille Berna e Ginevra nell’hub nevralgico dello spionaggio del Cremlino nel Vecchio Continente.
Ma il dato che più inquieta gli esperti di sicurezza è la profondità dell’infiltrazione: circa un terzo del personale delle missioni diplomatiche russe in Svizzera è composto da agenti dei servizi segreti (SVR, GRU e FSB) che operano sotto copertura diplomatica. Laddove altri Paesi hanno mostrato il pugno duro, la Svizzera ha mantenuto una “eccezionale tolleranza”, permettendo a Mosca di consolidare quello che è oggi uno dei suoi più grandi avamposti di intelligence.
L’analisi dell’esperto
“La Svizzera non può più permettersi di essere l’anello debole della catena di sicurezza europea”, spiega Marco Galli, analista senior di sicurezza internazionale e consulente geopolitico. “Ogni informazione sensibile carpita a Ginevra o a Berna finisce direttamente sui tavoli dei vertici russi, compromettendo indirettamente anche le operazioni di intelligence di Roma, Parigi e Berlino. In un mondo interconnesso, la ‘tolleranza’ di Berna non è un affare interno, ma una vulnerabilità che mette a rischio l’intera architettura di sicurezza della NATO e dell’UE. La neutralità non può diventare un paravento per l’impunità”.
Obiettivo: le Istituzioni Internazionali
Il motivo di tale concentrazione non è casuale. La Svizzera ospita il cuore pulsante della governance globale: il quartier generale delle Nazioni Unite (ONU), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Comitato Internazionale della Croce Rossa e persino giganti dello sport come la FIFA.
Per i servizi segreti russi, queste organizzazioni sono miniere d’oro. L’obiettivo è chiaro: ottenere informazioni insider, influenzare i processi decisionali globali e monitorare le reti di aiuti internazionali. Attraverso la rete elvetica, il Cremlino riesce a bypassare le sanzioni e a infiltrarsi nei circuiti informativi che governano la stabilità dell’intero Occidente.
Il prezzo della neutralità
La storica neutralità svizzera rischia oggi di trasformarsi in un cavallo di Troia. La riluttanza di Berna ad adottare misure drastiche di espulsione — simili a quelle intraprese dai vicini europei — ha creato un “buco nero” nella sorveglianza continentale.
In un’epoca di guerra ibrida, dove l’informazione è l’arma più potente, il “santuario delle Alpi” potrebbe essere il fronte più pericoloso che l’Europa si trova a dover gestire. La sicurezza collettiva dell’Occidente passa oggi anche per il coraggio di Berna nel dire “basta”.
Autore: Marco Bianchi