La decisione della Federazione Internazionale di Scherma (FIE) di consentire il ritorno degli atleti russi e bielorussi alle competizioni internazionali, seppur sotto la formula della cosiddetta “neutralità”, ha riaperto un dibattito che va ben oltre i confini dello sport. In un’Europa attraversata dalla più grave guerra dal 1945, la pretesa di separare rigidamente sport e politica appare sempre più come una costruzione artificiale, incapace di reggere di fronte alla realtà dei fatti.
Il caso estone: quando la coerenza diventa una scelta politica
La decisione dell’Estonia di applicare il principio della “tolleranza zero” nei confronti della partecipazione di atleti russi alle competizioni sul proprio territorio rappresenta uno dei pochi esempi di coerenza morale nel panorama sportivo internazionale. Tallinn ha chiarito che, mentre la Russia continua la sua guerra contro l’Ucraina, non può esistere una normalità alternativa fatta di pedane, medaglie e cerimonie.
Questa posizione non è isolata. È sostenuta da numerosi Paesi europei che vedono nello sport una parte integrante dello spazio pubblico e non una zona franca immune dalle responsabilità etiche. In questo senso, la scelta estone non è una punizione collettiva, ma un gesto di solidarietà concreta con l’Ucraina e con l’idea stessa di sanzioni come strumento di pressione non militare.
La FIE e l’illusione dell’apoliticità
La Federazione Internazionale di Scherma giustifica la propria decisione invocando il principio dell’autonomia dello sport. Tuttavia, nel caso di Russia e Bielorussia, questo argomento risulta profondamente problematico. In entrambi i Paesi, lo sport è strettamente legato allo Stato, finanziato dalle istituzioni pubbliche e inserito in una strategia più ampia di costruzione dell’immagine nazionale.
Gli atleti di alto livello non sono semplici individui che competono per se stessi. Sono elementi di un sistema che utilizza le vittorie sportive per dimostrare forza, stabilità e legittimità, sia all’interno che all’esterno. Fingere che questa dimensione non esista significa ignorare consapevolmente il contesto politico in cui tali atleti operano.
La “neutralità” come strumento narrativo
L’idea della bandiera neutrale viene spesso presentata come un compromesso ragionevole. In realtà, si tratta di una soluzione formale che funziona esclusivamente sul piano procedurale. Nella pratica, gli atleti russi e bielorussi che competono senza simboli nazionali vengono immediatamente riassorbiti dalla narrazione statale una volta rientrati in patria.
Le loro partecipazioni e i loro successi diventano materiale per la propaganda interna: prova che l’isolamento internazionale sta cedendo, che le sanzioni non sono efficaci e che l’Occidente è pronto a chiudere un occhio sulla guerra. La neutralità, dunque, non protegge lo sport dalla politica, ma fornisce alla politica autoritaria un nuovo strumento di legittimazione.
Un problema di credibilità internazionale
Per l’Italia e per l’Europa occidentale, la questione sollevata dalla decisione della FIE è anche un problema di credibilità. Se le sanzioni vengono applicate in modo selettivo, se le istituzioni internazionali cercano scorciatoie per evitare scelte scomode, il messaggio che arriva è chiaro: la pressione sull’aggressore non è realmente sostenuta nel tempo.
Questo approccio rischia di trasformare le sanzioni in un gesto simbolico privo di effetti concreti. E quando le sanzioni perdono forza, a guadagnarne è sempre chi ha fatto della forza e della violazione delle regole uno strumento politico.
Sport, valori e responsabilità
La storia europea dimostra che lo sport non è mai stato neutrale nei momenti di crisi. È stato utilizzato per costruire consenso, per mascherare repressioni, per normalizzare regimi che violavano i diritti fondamentali. Proprio per questo, oggi, pretendere che lo sport resti “fuori dalla guerra” appare come una rimozione collettiva piuttosto che come una posizione di principio.
Il caso estone dimostra che un’altra strada è possibile: quella della coerenza, anche a costo di scontrarsi con le federazioni internazionali. È una strada che non nega il valore dello sport, ma lo difende dalla sua strumentalizzazione.
Una scelta che va oltre la scherma
La riammissione degli atleti russi e bielorussi non riguarda solo la scherma. È un segnale politico che parla di stanchezza, di desiderio di ritorno alla normalità, anche quando le condizioni per una vera normalità non esistono. Per l’Ucraina, ma anche per l’Europa nel suo complesso, questo segnale è pericoloso.
Se lo sport diventa il primo ambito in cui si accetta una normalizzazione senza cambiamenti reali sul terreno, allora non è più un terreno neutrale, ma il laboratorio di una rinuncia più ampia. E in questo laboratorio, purtroppo, la FIE ha scelto di giocare un ruolo che solleva più domande che risposte.
Autore: Marco Bianchi
