L’Italia punta sull’Indo-Pacifico, partendo dal grande business di Fincantieri

Medio Oriente e Sud-est asiatico trainano la crescita di Fincantieri nella difesa. Intanto si rinvia in Commissione l’ok alla cessione di nave Garibaldi all’Indonesia

Le guerre cambiano le mappe geopolitiche, ma anche quelle industriali. Mentre il conflitto in Medio Oriente riaccende le tensioni globali e riporta la difesa al centro delle strategie dei governi, Fincantieri accelera sulla produzione militare e riorganizza la propria capacità produttiva.

Con un portafoglio ordini da 60 miliardi di euro – circa dieci anni di lavoro già garantito – il gruppo cantieristico italiano guarda alla nuova fase di instabilità senza contraccolpi immediati, né nel breve né nel medio termine, ma prepara il terreno per una domanda crescente di navi militari.

L’impatto del conflitto

L’escalation in Medio Oriente arriva in un momento in cui la domanda globale di sistemi di difesa è già in crescita. I mercati principali di Fincantieri – Italia, Europa, Stati Uniti, Medio Oriente e Sud-est asiatico – non risultano al momento direttamente colpiti dalle tensioni.

“Il Medio Oriente si conferma un quadrante cruciale – dichiara Pierroberto Folgiero, amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri – Qui collaboriamo strettamente nel settore della difesa. È una situazione complessa, con un picco di crisi emotiva, ma dal punto di vista del ciclo industriale l’area rimane uno dei due motori mondiali insieme al Sud-Est asiatico. Siamo nel macro trend geopolitico della difesa e sarà un periodo molto lungo in cui il mondo continuerà a investire in sicurezza. Ciascun blocco geopolitico prende sempre più coscienza dell’importanza della dimensione della difesa, anche a livello sociale”.

Il Sud-est asiatico e nave Garibaldi

Il maxi-contratto da 1,25 miliardi siglato da Fincantieri con il ministero della Difesa indonesiano per due Pattugliatori Polivalenti d’Altura conferma come il Sud-Est asiatico rappresenti oggi uno dei principali motori di crescita del gruppo, sia sul piano industriale sia su quello geopolitico, all’interno di una strategia più ampia di rafforzamento della presenza italiana nell’Indo-Pacifico.

In questo quadro rientra anche la possibile cessione all’Indonesia della nave Garibaldi, storica ex ammiraglia della Marina Militare, la prima portaeromobili italiana e destinata, nelle intenzioni del governo, che dovrebbe essere trasferita dopo gli interventi di adeguamento a carico della controparte asiatica.

Tuttavia, come riportato dal Fatto Quotidiano, l’iter specificamente politico si è momentaneamente bloccato in Commissione Difesa, dove il voto sul decreto è stato rinviato – probabilmente a fine marzo – a causa delle richieste di chiarimento avanzate da opposizioni e parte della maggioranza, in particolare sulla mancata trasmissione di una lettera del ministero indonesiano e sui meccanismi finanziari collegati all’operazione, giudicati ancora poco trasparenti.

Cantieristica navale

In questo momento, dunque, non si rilevano impatti diretti della guerra sulle attività commerciali. L’unico effetto significativo, fa sapere Fincantieri, riguarda piuttosto la crescente rilevanza strategica della cantieristica navale a livello geopolitico, in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni e instabilità.

Più che sul lato commerciale le eventuali conseguenze del conflitto potrebbero quindi emergere nella catena di approvvigionamento, soprattutto per quanto riguarda materie prime ed energia. Fincantieri utilizza, infatti, grandi quantità di acciaio ed energia, ma la visibilità di lungo periodo garantita dal backlog consente al gruppo di tutelarsi da possibili oscillazioni dei prezzi attraverso accordi quadro con i fornitori e strumenti di copertura finanziaria.

Più capacità produttiva per la difesa

Il piano industriale del gruppo include il progetto Capacity Boost, che prevede una riallocazione della capacità produttiva per rispondere alla crescita della domanda nel settore della difesa.

Il Gruppo prevede infatti di raddoppiare in Italia la capacità produttiva destinata alla difesa, che non avverrà però a scapito delle attività civili. Tutti i business sono previsti in crescita, compreso quello della produzione civile. La strategia prevede quindi una redistribuzione delle lavorazioni all’interno del network internazionale del gruppo.

Parte della produzione civile – in particolare quella legata alle navi da crociera – verrà ulteriormente spostata verso i cantieri in Romania, mentre in Vietnam è previsto un rafforzamento della capacità produttiva nel settore offshore oil & gas.

In pratica, l’idea per Fincantieri è quella di riallocare i carichi di lavoro e investire dove ha più senso farlo”.

Diversificazione: esperienza della guerra in Ucraina

Alla base della strategia di Fincantieri c’è una forte diversificazione sia per settori sia per aree geografiche. Oggi il portafoglio attività del gruppo è distribuito tra crociere (circa il 40 per cento dei ricavi), difesa (circa il 30 per cento) e offshore oil & gas e wind (circa il 20 per cento).

Fincantieri non è esposta su un singolo mercato o su una sola area geografica e proprio questa diversificazione rappresenta la prima risposta ai rischi geopolitici.

Lo stesso principio viene applicato alla gestione delle forniture. L’esperienza della guerra in Ucraina ha, ad esempio, costretto il gruppo a riorganizzare rapidamente la catena dell’acciaio.

“Una parte rilevante dei nostri cantieri in Romania si riforniva in Ucraina – spiega Claudio Cisilino, executive vice president Operations, Corporate Strategy & Innovation di Fincantieri – quando Mariupol è stata bombardata abbiamo dovuto riorganizzare rapidamente gli approvvigionamenti su altri fornitori, senza impatti sul business”.

Dalle corvette alle portaerei

Nel settore difesa il core business di Fincantieri resta la costruzione di grandi navi di superficie, in pratica tutte le tipologie di navi di superficie non nucleari, dalla corvetta fino alla portaerei.

Tra i prodotti più richiesti ci sono le fregate, in particolare quelle della classe FREMM (Fregate Europee Multi Missione), oggi tra le piattaforme più competitive sul mercato internazionale.

Fincantieri è caratterizzata da una forte integrazione verticale: oltre alla costruzione delle navi, gestisce internamente anche una parte della componentistica, tra cui sonar, siluri ed elettronica di bordo. Questi sistemi, spiegano dall’azienda, trovano impiego nei programmi navali del gruppo e, in alcuni casi, possono essere forniti anche a soggetti terzi.

L’attività industriale si sviluppa dunque su due livelli: da un lato le grandi piattaforme – dalle corvette alle portaerei – e dall’altro la componentistica, che comprende elementi come droni, siluri, sonar o sistemi elettronici.

Export e criteri etici

Operare sui mercati internazionali della difesa significa però muoversi in contesti geopolitici sensibili, come nel caso delle forniture verso Paesi del Golfo. Da Fincantieri ricordano che le decisioni sulle esportazioni non dipendono direttamente dalle aziende ma seguono un iter autorizzativo statale.

“Ogni fornitura che realizziamo all’estero, come avviene per tutte le aziende italiane nel settore della difesa, deve seguire processi di approvazione standardizzati. Quando si sviluppa una discussione con un cliente prima di poter firmare un contratto, si richiede una autorizzazione alle trattative all’autorità preposta – spiega Fincantieri – Queste strutture valutano il contesto geopolitico, l’opportunità dell’operazione e la sussistenza delle necessarie condizioni indipendentemente dal ritorno economico immediato. Solo dopo parere favorevole il contratto potrà essere firmato”.Una volta firmato, prima della decorrenza dell’avvio effettivo del programma, dovrà essere presentata un’ulteriore richiesta di licenza di esportazione, che andrà a completare l’iter di autorizzazione governativa. Solo a valle di questa, si potrà procedere con le consegne. Sono quindi queste strutture a decidere sull’opportunità delle forniture che vengono realizzate dalle aziende che operano in questo settore.

Un passaggio obbligato anche e soprattutto per Fincantieri, controllata al 64 per cento da Cassa Depositi e Prestiti, quotata in Borsa e soggetta – come tutte le aziende che operano nel settore della difesa – a specifici meccanismi autorizzativi sulle proprie forniture.

La questione delle tecnologie dual use

Un tema sempre più centrale è quello delle tecnologie dual use, cioè tecnologie che possono essere impiegate sia in ambito civile sia militare. Proprio questa doppia possibilità di utilizzo può rappresentare una criticità sul piano della sicurezza e della geopolitica, perché sistemi sviluppati per applicazioni civili potrebbero essere adattati o riconvertiti per finalità militari.

Nel settore navale, tuttavia, la distinzione diventa più netta nella fase finale del prodotto. “La tecnologia può essere dual use – spiegano da Fincantieri – Ma la componentistica destinata a un sistema militare deve essere adattata a requisiti completamente diversi rispetto al civile, in termini di resilienza, durabilità e supporto operativo”.

Anche in questi casi, eventuali esportazioni restano comunque soggette ai controlli e alle autorizzazioni previsti per il settore della difesa, che valutano il contesto geopolitico e l’opportunità delle forniture.

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