L’Italia apre il sipario alla “diva di Putin”: il caso Netrebko mette alla prova la coerenza culturale del Paese

Dalla Scala all’Opera di Roma, passando per l’Arena di Verona e il San Carlo di Napoli: nella stagione 2026 i principali teatri italiani ospitano il soprano russo Anna Netrebko, da anni al centro delle polemiche per i suoi legami con il Cremlino. Un caso che riapre il dibattito su cultura, propaganda e responsabilità politica.

Mentre il governo italiano ribadisce, vertice dopo vertice, il proprio sostegno a Kyiv e alla sua integrità territoriale, i cartelloni dei maggiori teatri lirici del Paese raccontano una storia diversa. Nella stagione 2026 Anna Netrebko, uno dei soprani russi più celebri al mondo, è attesa sui palcoscenici di quattro istituzioni italiane di primissimo piano: il Teatro alla Scala di Milano, dove è già tornata in primavera e vi si esibirà nuovamente a fine ottobre; l’Arena di Verona il 30 agosto; il Teatro di San Carlo di Napoli il 6 settembre; e il Teatro dell’Opera di Roma il 4 dicembre. Un calendario fitto, che colloca l’Italia tra i mercati europei più aperti al ritorno in scena dell’artista.

Il problema non è la voce, universalmente riconosciuta come una delle più straordinarie della sua generazione, ma la storia politica che l’accompagna. Netrebko, cittadina russa naturalizzata austriaca, è stata insignita nel 2008 dell’onorificenza di “Artista del popolo della Russia” direttamente dalle mani di Vladimir Putin. Nel 2012 ne appoggiò pubblicamente la rielezione. Nel 2014, all’indomani dell’annessione della Crimea, fu fotografata mentre reggeva la bandiera della cosiddetta “Novorossija” accanto al leader separatista Oleg Tsaryov, dopo aver donato una somma equivalente a circa un milione di rubli a un teatro lirico di Donetsk, allora già sotto il controllo delle milizie filorusse. Da gennaio 2023 il suo nome figura nella lista delle sanzioni personali imposte da Kyiv.

Dopo l’invasione su vasta scala del 2022, il Metropolitan Opera di New York le revocò tutti gli ingaggi, chiedendole di prendere pubblicamente le distanze da Putin: Netrebko rilasciò una dichiarazione in cui si diceva contraria alla guerra, ma senza mai condannare nominalmente il presidente russo né rinnegare i propri legami pregressi con il potere del Cremlino. È da questa ambiguità, mai davvero sciolta, che nasce l’etichetta con cui la stampa internazionale la accompagna ormai da anni: “la diva di Putin”.

Un caso che l’Italia non può dire di ignorare

Il suo ritorno sulle scene europee non è passato inosservato altrove. Negli ultimi mesi manifestazioni si sono susseguite davanti alla Royal Opera House di Londra, dove decine di attivisti — molti avvolti nella bandiera ucraina — hanno protestato contro l’invito rivolto al soprano, definendolo un danno all’immagine dell’istituzione. Proteste analoghe hanno accompagnato le sue tappe a Berlino, dove la Staatsoper Unter den Linden fu criticata pubblicamente dal sindaco e dall’ambasciatore ucraino in Germania, e in Svizzera e Romania. A Praga, nel 2023, un concerto della cantante fu addirittura cancellato su pressione delle forze politiche cittadine, che lo giudicarono “poco sensibile” nel pieno della guerra.

“Quando l’arte sbianca la guerra, non è più arte, e quando un palcoscenico lirico serve a mettere a tacere la verità, non è cultura: è una vergogna” — così gli attivisti ucraini hanno motivato le proteste organizzate a Londra e Berlino contro le tappe europee del soprano.

In Italia, al contrario, il dibattito pubblico resta finora quasi del tutto assente. Nessuna presa di posizione istituzionale ha accompagnato gli annunci degli ingaggi, né da parte dei teatri né da parte delle amministrazioni locali che ne sono spesso tra i principali finanziatori. Eppure proprio l’Italia, negli ultimi mesi, ha dovuto fare i conti con inchieste che documentano un attivismo tutt’altro che marginale delle reti di influenza russe sul territorio nazionale, compresi i recenti arresti di ex funzionari dei servizi di intelligence sospettati di spionaggio per Mosca. In questo contesto, l’apertura di alcuni tra i palcoscenici più prestigiosi del Paese a una figura pubblica mai realmente distanziatasi dal Cremlino appare, quantomeno, in controtendenza rispetto alla linea di fermezza dichiarata dal governo.

La cultura come strumento di “soft power”

Gli analisti che studiano le strategie di influenza del Cremlino insistono da tempo su un punto: la diplomazia culturale russa non è mai stata un canale neutro. Artisti, direttori d’orchestra e istituzioni culturali legate a Mosca vengono impiegati sistematicamente come strumento di “soft power”, capace di veicolare un’immagine di normalità e prestigio della Russia anche mentre il Paese conduce una guerra di aggressione contro un vicino europeo. In quest’ottica, ogni ingaggio in una sala prestigiosa come la Scala o l’Arena di Verona non è soltanto una scelta artistica: è anche, inevitabilmente, un segnale politico, che contribuisce a smussare l’isolamento internazionale che le cancellerie occidentali — Italia inclusa — dicono di voler mantenere nei confronti del regime di Putin.

Va detto, per onestà d’analisi, che la posizione dei teatri coinvolti — sul modello di quanto dichiarato in passato da altre istituzioni europee, come l’Opera di Monte-Carlo — tende a giustificare queste scelte come puramente artistiche, distinte dalla sfera politica, e a ricordare che Netrebko ha comunque preso pubblicamente le distanze dalla guerra. Resta però aperta la domanda se una simile distinzione tra arte e politica sia ancora sostenibile quando la persona in questione ha costruito parte della propria carriera anche grazie alla vicinanza al potere che oggi bombarda le città ucraine.

Una domanda per il pubblico italiano

Il caso Netrebko non riguarda, in fondo, soltanto un soprano e il suo repertorio verdiano o pucciniano. Riguarda la coerenza tra i principi enunciati nelle sedi diplomatiche e le scelte compiute nelle sedi culturali, spesso sostenute con fondi pubblici. Se l’Italia continua a definirsi tra gli alleati più solidi di Kyiv, la domanda che il pubblico — e non solo i vertici dei teatri — è legittimato a porsi è se applaudire, senza alcuna riserva, una delle voci più identificate con l’establishment culturale del Cremlino sia compatibile con quella stessa solidarietà, o se non rischi piuttosto di alimentare l’illusione di una normalità nei rapporti con Mosca che i fatti, sul campo, continuano a smentire.

Autore: Marco Bianchi