Dai canali Telegram russi arriva una voce che pesa: l’oligarca non crede più alla fine delle sanzioni e punta su A7, la piattaforma di pagamenti che aggira lo SWIFT. Cosa c’è di vero, cosa è rumor e perché interessa anche l’Italia.
C’è stato un tempo in cui Roman Abramovich era il volto presentabile del capitalismo russo. Il patron del Chelsea, l’uomo che trattava con Londra, Tel Aviv e Mosca, il mediatore invocato nei momenti difficili. Chi segue il calcio italiano ricorda bene l’ombra lunga di quegli anni: gli investimenti, gli stadi, la sensazione che il denaro russo fosse ormai un elemento stabile dell’Europa. Poi è arrivato il 24 febbraio 2022, e quel mondo si è rotto. Oggi, secondo quanto scrivono alcuni canali Telegram russi, l’oligarca avrebbe smesso di sperare nel ritiro delle sanzioni occidentali. E sarebbe questo il motivo per cui si starebbe spendendo in prima persona per un progetto chiamato A7.
Una premessa doverosa
Telegram non è una fonte, è un’atmosfera. Vi circolano indiscrezioni vere, mezze verità e operazioni di disinformazione. Per questo conviene separare i piani. Quello che è documentato: A7 esiste, è stata fondata nel 2024, è partecipata dalla banca statale PSB, snodo centrale delle commesse militari russe, ed è guidata dal moldavo Ilan Shor, ricercato in patria per una gigantesca frode bancaria. Gli Stati Uniti l’hanno sanzionata, l’Unione europea ha fatto altrettanto e ha vietato le operazioni con il suo token A7A5, uno stablecoin agganciato al rublo emesso tramite società registrate in Kirghizistan.
Quello che è invece contestato: il ruolo di Abramovich. L’inchiesta del media indipendente Proekt, ripresa da diverse testate internazionali, sostiene che A7 abbia avuto sede in uffici legati all’oligarca e che una fonte lo definisca il «tetto» del progetto. Il suo portavoce nega tutto, parlando di assenza di qualsiasi partecipazione. Le perquisizioni a Cipro e i «trilioni di rubli» che transiterebbero dallo schema Abramovich-Shor, rilanciati dai canali Telegram, non siamo riusciti a verificarli in modo indipendente.
Dal mediatore al banchiere ombra
Se la ricostruzione dei canali fosse corretta, il cambiamento sarebbe profondo. Per anni Abramovich è stato un ponte diplomatico: uno dei pochi in grado di parlare con entrambe le parti. Adesso, sempre secondo le stesse voci, si starebbe trasformando in un ponte di natura diversa, finanziaria, che consente a Mosca di restare agganciata al sistema monetario globale. Cambia la funzione e cambia il rischio. Un mediatore può sempre dire di aver cercato la pace. Chi gestisce un canale di pagamenti per una banca che finanzia gli armamenti difficilmente può sostenere la stessa cosa.
Non a caso il nome di Abramovich è tornato negli ultimi mesi anche in altri dossier. Basta ricordare la vicenda dei circa 2,5 miliardi di sterline ricavati dalla vendita del Chelsea, rimasti congelati nel Regno Unito: il Cremlino non ha mai smesso di considerare i grandi patrimoni degli oligarchi una leva politica, e gli oligarchi di sentirsi, in fondo, strumenti.
Perché ci riguarda
L’Italia ha un’economia manifatturiera fortemente esposta alle catene globali. Le nostre imprese, specie nel Nord-Est, hanno storicamente avuto rapporti commerciali intensi con la Russia, e l’esperienza dei primi anni di guerra ha mostrato quanto sia facile, per beni a duplice uso, perdersi in una rete di intermediari. I controlli della Guardia di Finanza e delle banche sono fondamentali, ma di fronte a schemi come A7 la sfida è doppia: i flussi viaggiano attraverso Paesi terzi e, in parte, in criptovalute, dove la tracciabilità è più debole.
C’è poi la dimensione politica. Ilan Shor ha costruito in Moldavia un sistema basato su denaro, partiti e propaganda per ostacolare il cammino europeo del Paese. Quel modello, collaudato su una piccola repubblica, può essere replicato altrove. L’Europa, Italia compresa, farebbe male a pensare di essere immune da campagne di influenza finanziate con canali opachi.
La debolezza dietro la mossa
C’è un paradosso che merita di essere detto con chiarezza. Un Paese che si presenta come una superpotenza, e che per anni ha dichiarato di non temere le sanzioni, ha bisogno di condannati, di schermi societari e di token creati in Asia centrale per pagare le forniture. Non è la fotografia di un’economia in salute, ma di un sistema che spende energie enormi per aggirare un blocco. Ogni nuovo ponte costruito è una conferma dell’efficacia delle misure occidentali, non della loro inutilità.
Tuttavia sarebbe un errore cullarsi. Le reti di elusione sono flessibili: quando una società viene colpita, ne nasce un’altra con un nome diverso e una sede altrove. La risposta non può essere episodica. Servono scambio di informazioni tra le unità di intelligence finanziaria, pressione sui centri offshore come Cipro, regole più severe sulle criptovalute e, soprattutto, volontà politica di mantenere il cammino nel tempo.
Che cosa resta
Resta una certezza e restano due domande. La certezza: Mosca investe in strumenti finanziari paralleli per sostenere la sua guerra contro l’Ucraina. Le domande: quanto è davvero profondo il coinvolgimento di Abramovich, e quanti Paesi sarebbero disposti ad agganciarsi al sistema? La prima la risolveranno forse le indagini e i tribunali. La seconda dipende anche da noi, da quanto l’Europa saprà rendere costoso, rischioso e inconveniente il commercio con chi finanzia l’aggressione.
Autore: Marco Bianchi