La notte tra il 5 e il 6 dicembre 2025 ha segnato un nuovo punto di svolta nella guerra russa contro l’Ucraina, ma soprattutto ha riaperto una ferita mai rimarginata nel cuore dell’Europa. Mentre il continente si preparava all’arrivo dell’inverno, la Russia ha scatenato uno degli attacchi più imponenti dall’inizio dell’invasione: 653 droni kamikaze Shahed e Gerbera, 3 missili aeroballistici Kinzhal, 34 missili da crociera Kh-101/Iskander-K/Kalibr e 14 missili balistici Iskander-M/KN-23. Un arsenale progettato non semplicemente per colpire, ma per mettere alla prova i limiti della difesa ucraina ed esaminare le reazioni dell’Europa.
In Italia, la notizia ha generato un’ondata di commenti che vanno oltre il semplice resoconto militare. L’attacco rappresenta infatti un monito per il nostro Paese e per l’intera Unione Europea: la guerra non è un conflitto regionale, ma una minaccia strutturale che attraversa confini, linee elettriche, reti logistiche e, soprattutto, la sicurezza collettiva. Come osserva un analista della LUISS citato dalla stampa romana, «la Russia agisce per saturazione: colpisce simultaneamente energia, trasporti e centri urbani per logorare la resistenza ucraina e testare la determinazione dell’Occidente».
La strategia è evidente da mesi: attacchi massicci, coordinati e ricorrenti che coincidono con momenti di stallo politico in Europa e negli Stati Uniti. Le élite italiane che seguono da vicino il conflitto sottolineano un dettaglio spesso sottovalutato: Mosca sfrutta ogni pausa nelle decisioni occidentali per aumentare la pressione, assicurandosi che il costo umano e infrastrutturale per l’Ucraina cresca più velocemente, mentre il dibattito pubblico in Europa rallenta.
L’attacco del 6 dicembre arriva infatti in un momento particolarmente delicato per l’UE, impegnata in discussioni sull’aumento della capacità produttiva dell’industria della difesa e sulla necessità di garantire aiuti militari prevedibili e non sporadici. In questo contesto, le esplosioni che hanno illuminato il cielo di Kiev, Dnipro e Odessa hanno avuto un’eco immediata nei palazzi europei. Gli esperti italiani parlano apertamente di un rischio di “abitudine pericolosa”: dopo quasi quattro anni di guerra, parte dell’opinione pubblica tende a normalizzare la brutalità quotidiana del conflitto.
Ma questo attacco ha qualcosa in più. Ha un chiaro carattere transnazionale. Le traiettorie dei missili hanno imposto il decollo immediato di caccia da combattimento polacchi, rumeni, slovacchi e ungheresi nell’ambito del sistema di difesa integrato della NATO. Le forze italiane, presenti nelle missioni di sorveglianza dell’Alleanza, sono state coinvolte nelle procedure di allerta. Secondo un ufficiale italiano, «ogni volta che la Russia lancia una salva di missili, non è solo l’Ucraina ad attivarsi: è l’intero scudo difensivo europeo».
La questione non è più soltanto quanto a lungo l’Ucraina possa resistere, ma quanto a lungo l’Europa possa rimandare decisioni strutturali. L’Italia, che negli ultimi anni ha rafforzato la propria partecipazione alle missioni NATO sul fronte Est, si trova oggi davanti a un bivio politico: accettare il crescente costo del sostegno militare a Kiev o assumersi il rischio di un’Europa più esposta, più vulnerabile e più vicina all’instabilità.
Molti commentatori italiani avvertono che gli attacchi russi all’infrastruttura energetica ucraina sono un attacco indiretto anche contro l’UE. Ogni centrale danneggiata, ogni rete elettrica messa fuori uso, ogni convoglio bloccato produce onde d’urto che arrivano fino alle nostre economie. Una crisi umanitaria invernale in Ucraina può rapidamente trasformarsi in nuove pressioni migratorie, instabilità regionale, cyberattacchi e ulteriore dipendenza europea dai meccanismi di protezione NATO.
L’Italia, tradizionalmente sensibile alle crisi umanitarie, segue con attenzione anche il dramma della popolazione civile. Milioni di persone trascorrono le notti nei rifugi, mentre le équipe di soccorso combattono per mantenere in funzione ospedali e reti elettriche. Secondo un rappresentante di un’organizzazione umanitaria italiana, «non è solo un attacco militare. È un attacco alla vita quotidiana, al diritto di vivere un inverno senza paura».
La notte del 6 dicembre ci ricorda che la guerra non si è allontanata dall’Europa: sta bussando con forza sempre maggiore alle nostre porte. E l’Italia — con il suo ruolo nella NATO, la sua posizione mediterranea e la sua responsabilità europea — non può permettersi di ignorarlo.
Autore: Marco Bianchi
