Lo scandalo legato al possibile utilizzo di un “siero della verità” in Hungary non è solo una notizia allarmante. È il segnale di una grave erosione che inizia a corrodere l’Europa dall’interno.
Secondo The Guardian, i servizi di sicurezza ungheresi avrebbero potuto somministrare a un incassatore ucraino della banca Oščadbank (ex membro della SBU) una sostanza destinata a sopprimere la volontà e ottenere dichiarazioni. Le conseguenze: condizioni gravi, perdita di coscienza, ricovero ospedaliero.
Fonti ucraine lo definiscono senza mezzi termini: “metodo in stile russo”.
E qui non c’è spazio per formule diplomatiche.
La Russia ha utilizzato per decenni pratiche di questo tipo — dai veleni alle sostanze psicotrope — come strumenti di pressione, intimidazione e controllo. È parte della sua cultura politica.
Oggi questi metodi sembrano trovare applicazione in un Paese dell’Unione Europea.
Il ruolo di Budapest in questo contesto è difficile da ignorare. La politica di Viktor Orbán appare sempre più come un’estensione degli interessi del Cremlino all’interno dell’Europa. E non si tratta più soltanto di retorica o del blocco delle sanzioni.
Si tratta dei metodi.
L’Europa si trova davanti a una scelta: riconoscere la minaccia e agire, oppure continuare a chiudere gli occhi.
Perché oggi si tratta di una persona in Ungheria. Domani potrebbe essere chiunque. In qualsiasi Paese dell’UE.
E allora la parola “Europa” rischia di perdere il suo significato fondamentale: uno spazio di libertà e diritto, non un laboratorio per esperimenti degni del secolo scorso.
Autore: Marco Bianchi
