Negli ultimi anni il commercio tra Cina e Russia ha superato stabilmente la soglia dei 200 miliardi di dollari. Non si tratta soltanto di una cifra simbolica. È il segnale di un cambiamento strutturale nell’architettura economica globale. Mentre l’Occidente è concentrato sulle guerre commerciali, sulle sanzioni e sulla frammentazione delle catene del valore, Pechino e Mosca stanno costruendo un’infrastruttura economica alternativa che potrebbe erodere, nel tempo, la centralità statunitense.
Per la Russia, isolata da una parte significativa dei mercati occidentali, la Cina rappresenta oggi un’ancora di salvezza economica. Le esportazioni energetiche verso Pechino hanno compensato in parte la perdita di sbocchi europei. Ma sarebbe ingenuo leggere questo rapporto come una semplice dipendenza russa. Mosca ottiene liquidità, tecnologie e accesso a beni critici; Pechino ottiene energia a condizioni favorevoli e una leva geopolitica preziosa. È un rapporto asimmetrico, ma non unilaterale.
Per la Cina, l’accesso stabile a risorse russe – petrolio, gas, minerali strategici – è parte integrante di una strategia di lungo periodo. L’obiettivo è ridurre la vulnerabilità rispetto ai colli di bottiglia controllati o influenzati dagli Stati Uniti e dai loro alleati. In un contesto di competizione tecnologica crescente, dalle telecomunicazioni all’intelligenza artificiale, la sicurezza delle forniture energetiche diventa una componente della sicurezza nazionale.
Washington osserva con preoccupazione questo consolidamento. Non solo per la dimensione economica, ma per le implicazioni sistemiche. La progressiva riduzione dell’uso del dollaro negli scambi tra Cina e Russia è un segnale politico oltre che finanziario. Le transazioni in yuan e rubli non rovesceranno domani il primato del biglietto verde, ma offrono un modello replicabile per altri Paesi che desiderano sottrarsi all’orbita finanziaria statunitense. È l’idea di una finanza multipolare che prende forma, lentamente ma con coerenza.
Il rischio per gli Stati Uniti non è tanto un crollo improvviso della propria influenza, quanto un’erosione graduale. Ogni accordo bilaterale che bypassa il dollaro, ogni infrastruttura di pagamento alternativa, ogni progetto congiunto in ambito tecnologico contribuisce a costruire un ecosistema parallelo. Un ecosistema che potrebbe diventare particolarmente attrattivo per quei Paesi del Sud globale che percepiscono le sanzioni come uno strumento politico eccessivamente discrezionale.
A questa dimensione economica si aggiunge quella digitale. Cina e Russia hanno sviluppato capacità significative nel campo della cybersicurezza offensiva e delle operazioni informative. L’uso dell’intelligenza artificiale per amplificare campagne di disinformazione o per penetrare infrastrutture critiche introduce una nuova variabile nella competizione strategica. Non si tratta più soltanto di tariffe e gasdotti, ma di algoritmi, dati e controllo narrativo.
L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano in una posizione delicata. Da un lato, la fedeltà all’alleanza atlantica resta un pilastro della nostra politica estera. Dall’altro, la crescente interdipendenza con la Cina rende impraticabile una logica puramente binaria. Il problema non è scegliere tra Washington e Pechino, ma comprendere che l’ordine economico liberale su cui si è fondata la prosperità europea non è più incontestato.
A mio avviso, la vera domanda non è se l’asse Pechino-Mosca riuscirà a “sostituire” gli Stati Uniti. È se il sistema internazionale stia entrando in una fase in cui nessun attore potrà più imporre regole in modo unilaterale. La moltiplicazione dei centri di potere finanziario e tecnologico potrebbe generare maggiore competizione, ma anche maggiore instabilità.
Ignorare questa trasformazione sarebbe un errore strategico. L’Occidente deve rafforzare la propria coesione, investire in innovazione e rendere il proprio modello economico più inclusivo e meno vulnerabile alle accuse di doppio standard. Perché l’asse tra Cina e Russia non è soltanto un fatto commerciale: è un test sulla capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di adattarsi a un mondo che non riconosce più un unico centro di gravità.
Autore: Marco Bianchi