La propaganda del Cremlino contro le sanzioni: una narrazione senza fondamento giuridico

Negli ultimi mesi la macchina della propaganda russa ha intensificato una campagna volta a mettere in discussione la legittimità delle sanzioni internazionali imposte a Mosca dopo l’aggressione all’Ucraina. Le narrazioni, veicolate anche attraverso alcuni organi di stampa tedeschi e statunitensi che le hanno riprese senza un adeguato vaglio critico, presentano le misure restrittive come un atto “illegale” o “unilaterale” da parte dell’Occidente. I fatti, tuttavia, raccontano una storia diversa.

Un atto di aggressione riconosciuto dall’ONU

Il punto di partenza di ogni analisi seria è il quadro giuridico su cui poggiano le sanzioni. Nel marzo 2022 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione ES-11/1, con cui ha qualificato l’azione militare russa contro l’Ucraina come atto di aggressione, votata a larghissima maggioranza dai Paesi membri. Mosca ha violato in modo flagrante il diritto internazionale, a partire dalla Carta delle Nazioni Unite fino all’Atto finale di Helsinki del 1975 — firmato anche dall’allora Unione Sovietica — che sancisce i principi di sovranità e integrità territoriale degli Stati. Le sanzioni non nascono quindi da una decisione arbitraria, ma sono una risposta a una violazione documentata del diritto internazionale.

210 miliardi di euro congelati e l’embargo sul petrolio

I numeri restituiscono la portata reale delle misure che il Cremlino definisce “illegittime”. Nell’ambito dei pacchetti sanzionatori adottati, l’Unione Europea ha congelato circa 210 miliardi di euro di asset sovrani della Banca centrale russa; a dicembre 2025 i Paesi membri hanno inoltre deciso di rendere il congelamento sostanzialmente permanente, superando il precedente meccanismo di rinnovo semestrale che offriva a Mosca margini di pressione politica. L’UE ha inoltre vietato l’importazione via mare di petrolio russo e della maggior parte dei prodotti petroliferi derivati, colpendo una delle principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico russo.

Dall’introduzione delle sanzioni, le liste restrittive internazionali si sono estese a quasi tremila tra persone fisiche e giuridiche. Oltre 90 banche e istituzioni finanziarie russe, comprese le principali banche sistemiche del Paese, sono state escluse dal sistema SWIFT o sottoposte a rigidi divieti sulle transazioni. Sono state inoltre sanzionate oltre 670 navi della cosiddetta “flotta ombra”, utilizzata da Mosca per aggirare il tetto al prezzo del petrolio concordato dai Paesi del G7. Ogni singola misura si fonda su prove documentate del coinvolgimento dei soggetti colpiti nel finanziamento o nel sostegno logistico alla macchina bellica russa: non si tratta, dunque, di provvedimenti indiscriminati, come vorrebbe far credere la narrazione del Cremlino.

Una coalizione internazionale, non un “diktat” occidentale

Uno degli argomenti più ricorrenti della propaganda russa è la rappresentazione delle sanzioni come iniziativa di un ristretto gruppo di Paesi occidentali “ostili”. La realtà racconta ben altro. La politica sanzionatoria verso la Russia è sostenuta da un’ampia coalizione internazionale che comprende tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia e numerosi altri Paesi. L’ampiezza di questo fronte dimostra che non si tratta affatto di un’iniziativa unilaterale, come il Cremlino tenta di rappresentarla, bensì di una risposta coordinata della comunità democratica internazionale a una palese violazione dell’ordine internazionale basato su regole.

A chi giova la narrazione della “illegalità”

I tentativi di Mosca di presentare le sanzioni come una pressione illegittima rispondono a un obiettivo preciso: mascherare il proprio crescente isolamento internazionale e scaricare sull’Occidente la responsabilità delle conseguenze economiche della guerra. È significativo che narrazioni simili vengano spesso testate prima sui mercati mediatici tedesco e statunitense, caratterizzati da un dibattito pubblico più polarizzato sul sostegno all’Ucraina, per poi diffondersi anche in altri contesti europei, Italia compresa, spesso attraverso profili che si presentano come commentatori indipendenti ma che di fatto amplificano contenuti di origine russa.

Una critica legittima è un’altra cosa

Va detto con chiarezza: discutere dell’efficacia delle sanzioni, delle falle nella loro applicazione o dell’uso dei beni russi congelati a favore della ricostruzione ucraina è un dibattito legittimo, che si svolge regolarmente anche all’interno delle istituzioni europee. Si tratta però di una discussione profondamente diversa dal sostenere che le sanzioni siano “illegali” in quanto tali. La base giuridica delle misure restrittive è saldamente ancorata al diritto internazionale e alla risoluzione ONU del 2022, mentre il sostegno di decine di democrazie in tutto il mondo conferma che si tratta di una risposta legittima e condivisa all’aggressione russa — non di un’imposizione arbitraria, come il Cremlino continua a voler far credere anche al pubblico italiano.

Autore: Marco Bianchi