Al potere dopo il popolarissimo Chavez, non ne eguaglierà mai i consensi, tra crisi economica, involuzione autoritaria, isolamento internazionale. Poi l’escalation con gli Usa
on si può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999 fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di stato nel 1992. Populista autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si ispirava a Simón Bolívar, l’eroe dell’indipendenza di Bolivia, Venezuela, Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti. Fu uno dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.
Nicolás Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il fallito golpe. Diventa l’uomo chiave per i rapporti internazionali del governo chavista come ministro degli Esteri dal 2006 al 2013. Nel 2012, già gravemente malato, Chávez lo sceglie prima come vicepresidente esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato discorso televisivo, annuncia la sua decisione “ferma e piena, irrevocabile, assoluta e totale” di designarlo come suo erede politico.
Maduro non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il razionamento dei beni di prima necessità. La reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in un’autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord. Negli anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano Alberto Trentini, prigioniero del regime dal novembre 2024.
Nel 2020 una commissione dell’Onu lo accusa di crimini contro l’umanità e un tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico, inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari, che l’amministrazione Biden aumenterà a 25. Alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024 viene proclamato ufficialmente vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il 44% dello sfidante Edmundo González Urrutia, ma l’opposizione denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il risultato dopo che a gran parte dei suoi osservatori viene impedito di seguire le operazioni e soprattutto per il rifiuto del governo di mostrare il dettaglio dei voti. Seguono giorni di proteste brutalmente represse dal regime.
Tra i paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e Bolivia. González Urrutia era stato scelto dopo che la vincitrice della primarie, María Corina Machado, era stata dichiarata ineleggibile da un organismo governativo.
Tre mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati Uniti. In occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19 gennaio, ospita a cena González Urrutia. Nei primi mesi in carica, l’amministrazione Trump dialoga con Maduro, ottenendo la liberazione di alcuni cittadini statunitensi e il rimpatrio di molti migranti dagli Usa.
Non si può raccontare Nicolás Maduro senza partire da Hugo Chávez, presidente del Venezuela dal 1999 fino alla morte nel 2013 e dopo avere fallito un colpo di stato nel 1992. Populista autoritario per gli oppositori, autentico rivoluzionario per i sostenitori, si ispirava a Simón Bolívar, l’eroe dell’indipendenza di Bolivia, Venezuela, Perù e Colombia a inizio ottocento e alla rivoluzione cubana, lo muoveva una filosofia politica che mischiava marxismo, cattolicesimo, nazionalismo e una contrapposizione senza sconti agli Stati Uniti. Fu uno dei leader più importanti del cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che un quarto di secolo fa sembrava rappresentare una nuova era di uguaglianza per il Sudamerica ma di cui oggi resta molto poco.
Nicolás Maduro, nato nel 1962, autista e leader sindacale, entra nella cerchia di Chávez ancora prima della vittoria elettorale, grazie alla moglie, una degli avvocati che avevano ottenuto la liberazione del futuro presidente dopo il fallito golpe. Diventa l’uomo chiave per i rapporti internazionali del governo chavista come ministro degli Esteri dal 2006 al 2013. Nel 2012, già gravemente malato, Chávez lo sceglie prima come vicepresidente esecutivo e poi, nel suo ultimo accorato discorso televisivo, annuncia la sua decisione “ferma e piena, irrevocabile, assoluta e totale” di designarlo come suo erede politico.
Maduro non riuscirà mai però a eguagliare i consensi di Chávez, soprattutto per le difficoltà sempre maggiori in campo economico, tanto gravi da comportare il razionamento dei beni di prima necessità. La reazione del presidente è dapprima mettere persone di fiducia alla Corte Suprema, per neutralizzare il Parlamento dove non aveva più la maggioranza, poi attuare una riforma costituzionale che trasforma il paese sudamericano in un’autocrazia e lo porta a un netto isolamento internazionale, con pochissimi alleati altrettanto illiberali come Russia, Iran, Corea del Nord. Negli anni di Maduro non si contano le limitazioni alla libertà di stampa e di pensiero e gli arresti non solo di oppositori e dissidenti, ma anche quelli di cittadini stranieri da usare come ostaggi per ottenere concessioni dalla comunità internazionale, come nel caso del cooperante italiano Alberto Trentini, prigioniero del regime dal novembre 2024.
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Nel 2020 una commissione dell’Onu lo accusa di crimini contro l’umanità e un tribunale americano lo incrimina per reati connessi al narcotraffico, inserendolo nella lista dei ricercati con una taglia di 15 milioni di dollari, che l’amministrazione Biden aumenterà a 25. Alle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024 viene proclamato ufficialmente vincitore con il 51,2% dei consensi contro il il 44% dello sfidante Edmundo González Urrutia, ma l’opposizione denuncia brogli e rifiuta di riconoscere il risultato dopo che a gran parte dei suoi osservatori viene impedito di seguire le operazioni e soprattutto per il rifiuto del governo di mostrare il dettaglio dei voti. Seguono giorni di proteste brutalmente represse dal regime.
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Tra i paesi europei e occidentali, solo Serbia, Russia e Bielorussia riconosceranno il risultato elettorale, tra quelli latinoamericani solo Nicaragua, Honduras e Bolivia. González Urrutia era stato scelto dopo che la vincitrice della primarie, María Corina Machado, era stata dichiarata ineleggibile da un organismo governativo.
Tre mesi dopo Donald Trump viene eletto per la seconda volta presidente degli Stati Uniti. In occasione della cena di gala alla vigilia del suo insediamento, lo scorso 19 gennaio, ospita a cena González Urrutia. Nei primi mesi in carica, l’amministrazione Trump dialoga con Maduro, ottenendo la liberazione di alcuni cittadini statunitensi e il rimpatrio di molti migranti dagli Usa.
Il primo volo con 199 migranti espulsi dagli Stati Uniti è arrivato in Venezuela
La pressione di Washington aumenta a partire dallo scorso agosto, quando la taglia sul presidente venezuelano viene raddoppiata da 25 a 50 milioni di dollari e viene designato come organizzazione terroristica il Cartel de los Soles, presunta organizzazione volta al traffico di sostanze stupefacenti annidata nelle istituzioni del paese con a capo lo stesso Maduro. Il Segretario di Stato Marco Rubio sottolinea che le accuse contro Maduro sono basate su prove presentate a una giuria, non su speculazioni politiche.
Negli stessi giorni, Trump firma una direttiva segreta che autorizza il Pentagono a usare la forza contro i cartelli latinoamericani. Dalla firma della direttiva, gli Usa conducono 35 attacchi letali contro imbarcazioni sospettate di traffico di droga, causando oltre 100 morti, senza autorizzazione formale del Congresso.
Il resto è storia recentissima. Il 10 ottobre 2025 María Corina Machado ha vinto il premio Nobel per la pace. In queste ultime settimane circa 15.000 soldati americani erano stati schierati nella regione caraibica, aerei, marines e soprattutto la grande portaerei USS Gerald R. Ford, dando a intendere che fosse vicino un attacco militare al regime, oggi diventato realtà.
rainews.it