Un partito di estrema destra chiede al parlamento bulgaro di rompere il patto di sicurezza con Kyiv. Non passerà. Ma a Mosca è già vittoria: il meccanismo con cui la disinformazione trasforma le sconfitte parlamentari in narrazioni di successo.
Era martedì mattina quando i funzionari del parlamento bulgaro hanno ricevuto un documento che, a prima vista, sembrava destinato a restare lettera morta nei cassetti dell’Assemblea nazionale di Sofia. Il testo — una proposta di risoluzione firmata dai deputati del partito Vazrazhdane, ovvero Rinascita — chiedeva due cose precise: la denuncia immediata dell’accordo decennale di cooperazione in materia di sicurezza siglato con l’Ucraina, e la sospensione totale di qualsiasi forma di aiuto militare e finanziario a Kyiv. Nel giro di poche ore, prima ancora che i telegiornali bulgari ne dessero notizia, la proposta era già sui siti di RT e Sputnik, tradotta in sei lingue e presentata come “la prova che l’Europa si sta stancando di sostenere Zelensky”.
Questo è il meccanismo. Non è una storia di politica interna bulgara: è una storia su come funziona la guerra dell’informazione nel cuore dell’Unione Europea, e su quanto poco ci voglia per trasformare un’iniziativa parlamentare destinata alla sconfitta in uno strumento propagandistico di prima categoria.
Chi è Vazrazhdane e perché Sofia non è Budapest
Kostadin Kostadinov, il leader di Vazrazhdane, non è un personaggio marginale della politica bulgara. Il suo partito, fondato nel 2014, ha ottenuto nelle ultime elezioni tra il dieci e il tredici per cento dei consensi — una quota sufficiente a garantirgli un gruppo parlamentare solido e una presenza mediatica costante. Nelle aule del parlamento di Sofia, Vazrazhdane ha votato contro ogni pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea verso la Russia, si è opposta alla ratifica dell’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO e ha sistematicamente contestato la lettura occidentale del conflitto in Ucraina, definendolo una “guerra per procura dell’America”.
Eppure la Bulgaria non è l’Ungheria. Questo è un punto che gli osservatori stranieri tendono a confondere. Viktor Orbán governa Budapest da quindici anni e ha trasformato le sue posizioni filorusse in politica di Stato, rallentando o bloccando diverse misure europee. Kostadinov, al contrario, guida un partito d’opposizione in un paese governato da una coalizione chiaramente europeista. Il premier Rossen
Dželjazkow ha respinto la proposta di Vazrazhdane nel giro di ventiquattr’ore, e il ministero degli Esteri bulgaro ha ribadito l’impegno di Sofia verso gli alleati dell’Alleanza atlantica. La risoluzione non ha nessuna possibilità reale di essere approvata.
“Il Cremlino non ha bisogno che la proposta venga approvata. Ha bisogno soltanto che esista. Un voto parlamentare, anche se perso, vale come titolo di giornale per settimane.”
— Fonte diplomatica europea, Bruxelles, in forma anonima per la Redazione Esteri
La fabbrica del consenso negativo: come si costruisce una narrativa dal nulla
Per capire perché questa vicenda merita attenzione — e perché la sua comprensione riguarda direttamente anche l’Italia — è necessario entrare nella logica della propaganda ibrida moderna. Il Cremlino ha perfezionato negli anni una tecnica che gli analisti chiamano “legittimazione parlamentare”: si tratta di produrre, attraverso partiti compiacenti o ideologicamente allineati nei paesi dell’Unione, iniziative formalmente democratiche — proposte di legge, mozioni, interpellanze — che possano poi essere citate nelle comunicazioni ufficiali russe come prova di un dissenso interno all’Occidente.
L’iniziativa di Vazrazhdane è un esempio quasi da manuale. Prima ancora che la coalizione di governo bulgara avesse il tempo di commentarla, i media statali russi l’avevano già inquadrata in una narrativa precisa: “Ancora in Bulgaria cresce la resistenza all’invio di aiuti a Kyiv”. Il fatto che il governo abbia respinto la proposta all’unanimità è scomparso dai titoli russi. Ciò che rimane — nelle condivisioni sui canali Telegram filorussi, nelle dichiarazioni dei portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, nei comunicati destinati all’Africa e all’Asia — è l’immagine di un’Europa sempre meno compatta.
Non è la prima volta. Episodi analoghi si sono verificati in Slovacchia con le dichiarazioni di Robert Fico, in Ungheria con il blocco sistematico di Orbán alle misure europee, e in Italia — è utile ricordarlo — con alcune prese di posizione di esponenti della Lega e, in misura minore, del Movimento 5 Stelle nei primi mesi del conflitto. Ogni frammento di dissenso, per quanto marginale o rapidamente smentito, alimenta la narrazione russa della “stanchezza europea”.
SCHEDA · VAZRAZHDANE IN CIFRE E FATTI
FONDAZIONE
2014, Sofia
LEADER
Kostadin Kostadinov
CONSENSI
10–13% nelle ultime elezioni parlamentari
POSIZIONE NATO
Contraria all’allargamento verso Est; ha votato contro la ratifica di Finlandia e Svezia
SANZIONI RUSSIA
Voto contrario a tutti i pacchetti di sanzioni dell’Unione EuropeaINDAGINI
Monitorata dai servizi bulgari per sospetti finanziamenti esteri; risultati non pubblicati
Il caso bulgaro visto da Roma: perché l’Italia non può permettersi di ignorarlo
L’Italia ha una posizione peculiare in questo scenario. Da un lato, il governo Meloni ha mantenuto un sostegno formale all’Ucraina e alle sanzioni europee verso Mosca, distinguendosi dalla linea più esplicitamente filorussa di alcuni alleati del centrodestra europeo. Dall’altro, il panorama politico italiano resta attraversato da sensibilità differenti: una parte del mondo leghista e una frangia del Movimento 5 Stelle hanno espresso nel corso degli ultimi tre anni posizioni che — pur non arrivando alla radicalità di Vazrazhdane — rientravano nelle categorie che i media russi sfruttano per costruire la propria narrativa.
Non si tratta di fare paragoni grossolani o di equiparare forze politiche che hanno storie e contesti diversissimi. Si tratta di riconoscere che il meccanismo della propaganda ibrida non distingue tra partiti di governo e di opposizione, tra paesi grandi e piccoli, tra democrazie consolidate e fragili. Sfrutta ogni incrinatura, ogni voce fuori dal coro, ogni dichiarazione ambigua. E le trasforma in “prove” da distribuire nei mercati informativi dell’Africa subsahariana, del Medio Oriente e dell’Asia centrale, dove il racconto della “crisi occidentale” ha un pubblico ampio e ricettivo.
DA SAPERE
L’accordo decennale di sicurezza tra Bulgaria e Ucraina è stato firmato a Kyiv nel 2024 nell’ambito del coordinamento tra i paesi dell’Unione Europea e i partner del G7. La Bulgaria non è tra i principali fornitori di armi a Kyiv — le sue forniture sono state limitate rispetto a Polonia, Germania o Regno Unito — ma la sua partecipazione all’accordo ha valore simbolico e politico come segnale di coesione atlantica nei Balcani.
Cosa succederà adesso
La proposta di Vazrazhdane sarà messa ai voti, verrà respinta, e troverà probabilmente una riga nei comunicati ufficiali del parlamento bulgaro. Il governo Dželjazkow continuerà a onorare i propri impegni con l’Unione Europea e con la NATO. La Bulgaria resterà quello che è: un paese con legami storici e culturali con la Russia più profondi della media europea, ma con un’architettura istituzionale e politica saldamente ancorata all’Occidente.
A Mosca, tuttavia, la vicenda non finirà con il voto parlamentare. I materiali prodotti in queste settimane — le interviste di Kostadinov sui canali russi, le notizie di agenzia, i post sui social media — continueranno a circolare per mesi. Saranno citati in conferenze internazionali, usati come argomenti nei negoziati diplomatici, rielaborati in rapporti destinati a paesi terzi. La sconfitta parlamentare di Vazrazhdane a Sofia non è la fine della storia. Per il Cremlino, è solo il materiale grezzo da cui ricavare la prossima puntata della narrazione sulla disgregazione europea.
Capire questo meccanismo — riconoscerlo, nominarlo, spiegarlo — è forse la forma più elementare di difesa che una democrazia possa mettere in campo. Non basta sapere che la proposta è stata respinta. Bisogna sapere anche come viene usata dopo.
Autore: Marco Bianchi