La flotta fantasma del Cremlino: come Mosca ha spiato dal mare le basi nucleari della NATO

Un rapporto dell’autorevole think tank britannico IISS conferma il sospetto che analisti ed esperti coltivavano da mesi: dietro le misteriose incursioni di drone sopra le basi militari europee si cela una rete di petroliere legate alla cosiddetta “flotta ombra” russa.

Dallo scorso agosto 2024 al febbraio 2026, secondo l’International Institute for Strategic Studies (IISS), sono stati registrati 144 casi sospetti di avvistamenti di drone nei cieli di dodici paesi NATO e dell’Irlanda. Il rapporto, pubblicato giovedì 2 luglio, conclude che è “altamente probabile” che il Cremlino abbia condotto una campagna di ricognizione con drone su scala continentale, e che è “probabile” che le imbarcazioni della flotta ombra russa — petroliere che navigano sotto bandiere di comodo per eludere le sanzioni occidentali sul petrolio — siano state impiegate come piattaforme di lancio e recupero.

Nel mirino, i siti nucleari più sorvegliati d’Europa

Ciò che rende la vicenda particolarmente allarmante non è soltanto il numero degli episodi, ma la precisione degli obiettivi presi di mira. Tra questi figura la base aerea britannica di RAF Lakenheath, nel Suffolk, che nel novembre 2024 si stava preparando a ospitare armi nucleari statunitensi: nel giro di una sola settimana ha registrato incursioni di drone insieme ad altre tre installazioni americane nel Regno Unito. Uno schema analogo si è ripetuto attorno alle basi olandesi di Volkel ed Eindhoven, entrambe idonee a ospitare testate nucleari nel quadro del programma NATO di condivisione nucleare, e soprattutto attorno alla base sottomarina francese di Île Longue, in Bretagna — il porto d’attracco della deterrenza nucleare navale francese.

Solo in Germania, nel corso del 2025, sono stati segnalati oltre mille episodi sospetti su installazioni militari e aziende della difesa. Si trattava, secondo l’IISS, di droni di tipo militare, con un’apertura alare compresa tra tre e sei metri, capaci di volare a bassa quota e di eludere i sistemi radar convenzionali.

“È ingenuo credere che si tratti di una semplice coincidenza”, ha dichiarato il tenente generale svedese Jonny Lindfors, rappresentante militare di Stoccolma presso la NATO, commentando la portata e la ripetitività degli episodi.

Un test per la reattività dell’Alleanza — e un fallimento europeo

L’IISS definisce senza mezzi termini “un fallimento strategico” la risposta finora messa in campo dall’Europa. La campagna sarebbe stata deliberatamente calibrata per restare sotto la soglia che innescherebbe una risposta collettiva della NATO ai sensi dell’articolo 5, consentendo nel frattempo a Mosca di mappare le vulnerabilità della difesa aerea europea e di testare i tempi di reazione dei singoli stati membri. Per mesi, nessun governo ha formalmente e pubblicamente attribuito la responsabilità alla Russia, nonostante gli episodi del 2025 abbiano causato la chiusura temporanea di aeroporti in Germania, Spagna e Danimarca. La premier danese Mette Frederiksen ha definito gli incidenti nel suo paese l’attacco più grave alla infrastruttura critica danese nella storia recente, mentre il presidente francese Emmanuel Macron non ha escluso il coinvolgimento della petroliera Boracay, successivamente fermata dalla marina francese.

Le prove: petroliere come piattaforme mobili

Gli analisti dell’IISS hanno incrociato gli avvistamenti di drone con la posizione di specifiche navi. La petroliera Arctica navigava lungo la costa danese nel gennaio 2025, quando fino a venti drone furono avvistati sopra il porto di Køge. La nave Vezhen — già fermata dalle autorità svedesi per il danneggiamento di cavi sottomarini nel Baltico — incrociava a soli 37 miglia dalla costa irlandese quando, per due ore, quattro grandi drone militari sorvolarono un’unità navale irlandese, proprio durante la prima visita ufficiale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Dublino. I dati satellitari hanno inoltre confermato la presenza di una seconda nave non identificata, con il transponder disattivato per eludere il tracciamento.

Il Mediterraneo non è più al riparo

Il fenomeno riguarda direttamente anche l’Italia e il fianco sud della NATO. Nel corso delle operazioni di contrasto avviate nel 2026, la marina francese ha fermato e sanzionato con una multa di un milione di euro la petroliera Tagor, legata alla flotta ombra, dopo averla intercettata al largo della Sicilia. È un segnale che la rete di navi sotto sanzione non opera solo nel Mar Baltico o nel Mare del Nord, ma attraversa anche le rotte del Mediterraneo — proprio le acque in cui l’Italia, con la base aerea di Aviano che ospita armamenti nucleari statunitensi nel quadro della condivisione nucleare NATO, rappresenta un nodo strategico di primo piano.

Ciò che ha davvero fermato Mosca

La prova più convincente del coinvolgimento russo arriva proprio dai primi mesi del 2026: non appena le marine europee sono passate dalle dichiarazioni ai fatti, iniziando a fermare e ispezionare concretamente le navi sospette nelle proprie zone economiche, il numero di incidenti con drone è calato drasticamente, secondo quanto rilevato dallo stesso IISS. Non sono state le proteste diplomatiche o il diritto internazionale a scoraggiare il Cremlino, ma la privazione fisica e diretta degli strumenti dell’influenza ibrida russa.

Mosca, dal canto suo, respinge ogni accusa: il presidente Vladimir Putin ha dichiarato lo scorso maggio che la Russia non conduce alcuna campagna di sabotaggio contro l’Europa. Diversi funzionari occidentali riconoscono però che, data la natura clandestina delle operazioni della flotta ombra, un’attribuzione inequivocabile resta estremamente difficile — un’ambiguità che, secondo gli analisti, è essa stessa la logica portante della guerra ibrida.

Con l’iniziativa europea di difesa anti-drone (European Drone Defence Initiative) attesa al livello di capacità operativa iniziale entro la fine del 2026, la vera domanda che l’Italia e i suoi alleati devono affrontare non è solo come abbattere i drone una volta in volo, ma chi abbia l’autorità per fermare, in acque internazionali, le navi che li lanciano.

Autore: Marco Bianchi