La «famiglia tradizionale» del Cremlino: dalla vetrina propagandistica alla trincea

Mosca si è presentata come l’ultimo baluardo dei valori. Ora chiede agli stranieri che le hanno creduto di scegliere tra la divisa e la porta.

C’è una parola che a Mosca viene ripetuta con particolare insistenza: «tradizionale». Famiglia tradizionale, valori tradizionali, morale tradizionale. Dal 2022 il Cremlino ne ha fatto il cuore del proprio discorso ideologico, contrapponendo una Russia custode dell’ordine naturale a un Occidente descritto come decadente e smarrito. Nel 2024 questa retorica ha prodotto anche un programma concreto, pensato per gli stranieri che si riconoscono in tali valori. Oggi, a poco più di un anno di distanza, il programma mostra il suo secondo volto.

Un’operazione d’immagine prima di tutto

Per capire la vicenda bisogna partire da una domanda semplice: a cosa serviva davvero quel programma? Le informazioni disponibili suggeriscono che la risposta non fosse demografica. Lo scopo principale era costruire una vetrina mediatica rivolta a due pubblici. Dentro la Russia, la vetrina doveva dire: il mondo ci guarda con ammirazione. Fuori, doveva alimentare la tesi di un presunto esodo di europei e nordamericani in fuga dalle politiche «neoliberali» dei loro governi.

La televisione di Stato e i canali filogovernativi hanno fatto la loro parte. Famiglie numerose che raccontano la nuova vita in un villaggio, il silenzio, i prezzi bassi, la scuola «sana», il rifiuto di ciò che hanno lasciato. Poco importava quanti fossero davvero: bastavano pochi volti riconoscibili per creare l’impressione di un fenomeno. È una tecnica che la propaganda russa conosce bene, quella di trasformare il caso singolo in tendenza e la tendenza in prova di superiorità.

La famiglia numerosa come strumento

Nel racconto del Cremlino il trasferimento di una famiglia con molti figli ha un valore simbolico speciale. Rappresenta la promessa che in Russia la famiglia «conta ancora», in contrapposizione a un’Europa dove, nella narrazione propagandistica, essa sarebbe sotto attacco. Per questo le storie di queste famiglie sono state selezionate, montate e riproposte con insistenza: servivano a dimostrare non soltanto che la Russia fosse accogliente, ma che il suo modello fosse ideologicamente superiore.

In Italia conosciamo bene questo genere di seduzione. Una parte del dibattito pubblico, a destra come in certi ambienti conservatori e tradizionalisti, ha guardato per anni con curiosità o simpatia al discorso russo sui valori. Non si tratta di processare nessuno, ma di riconoscere che quella retorica è stata costruita anche per essere esportata, e che trova ascolto dove esiste una critica sincera al presente.

Il cambio di regole

La svolta è arrivata il 5 novembre 2025, quando Vladimir Putin ha firmato il decreto n. 821 sull’ordine temporaneo di ammissione alla cittadinanza russa e di rilascio dei permessi di soggiorno. Secondo quanto riferito da The Insider e ripreso da altri media, gli uomini stranieri tra i 18 e i 65 anni arrivati con il programma dei «valori tradizionali» non possono più ottenere il permesso di residenza permanente senza passare per un percorso legato al servizio militare.

Le strade indicate sono tre: firmare un contratto con le forze armate per almeno un anno, documentare di aver già svolto il servizio, oppure ottenere dalla commissione medico-militare un certificato di totale inidoneità. L’unica eccezione riguarda i cittadini bielorussi. Tutti gli altri, che erano entrati beneficiando di una procedura semplificata, senza esami e senza quote, si trovano oggi davanti a una scelta che non esisteva quando sono partiti.

Sulla carta è una condizione; nella pratica, per molti, è una pressione.

Una scelta davvero libera?

Bisogna essere rigorosi: dal punto di vista giuridico, il contratto con il ministero della Difesa non è l’unica via, ma una delle opzioni previste. Chi ha già servito o ottiene un certificato medico può evitarlo. Eppure, per un uomo che ha trasferito la famiglia, iscritto i figli a scuola, venduto la casa nel Paese d’origine, il margine reale è stretto. Un uomo citato dai media avrebbe raccontato di non aver mai voluto firmare, e di non sapere come fare se non lo farà: scaduto il soggiorno temporaneo, non avrà più basi legali per restare.

Il passaggio è stato quindi quello da progetto di propaganda a meccanismo di coercizione. Prima si sono usate le storie delle famiglie europee e americane per dimostrare i presunti vantaggi del modello russo; poi, quando la guerra ha fatto crescere il fabbisogno di uomini, lo Stato ha ristretto le possibilità di regolarizzazione, legando lo status permanente alle procedure militari.

Una politica coerente con il resto

La novità non è isolata. La Russia da tempo compensa le perdite anche con reclutamenti di stranieri. La Duma ha vietato l’espulsione degli stranieri che abbiano firmato un contratto con il ministero della Difesa, e l’intelligence ucraina segnala da tempo reclutamenti in Paesi terzi, spesso con la promessa di lavori civili. Le famiglie del programma «valori tradizionali» sono, in questo quadro, un bacino ulteriore e giuridicamente vulnerabile.

Che cosa ci insegna

La lezione, per chi guarda da Roma, Milano o Napoli, è duplice. Primo: nella Russia di oggi la propaganda e la politica non sono sfere separate, e ciò che viene promesso davanti alla telecamera può essere cambiato da un decreto. Secondo: il linguaggio dei valori, quando è brandito da uno Stato in guerra, è sempre anche uno strumento di potere. Chi se ne lascia affascinare farebbe bene a chiedersi chi paga, alla fine, il conto dell’ideale.

Resta una cautela. Le informazioni sul decreto provengono da fonti giornalistiche indipendenti e da testimonianze individuali; le autorità russe non le hanno confermate in modo integrale. Sarà l’applicazione concreta delle norme nei prossimi mesi a dire se questa lettura è fondata.

Autore: Marco Bianchi