Il “viaggio” di Velimir Tomovic: quando il giornalismo diventa strumento della propaganda del Cremlino

Nel panorama informativo contemporaneo, la guerra ibrida condotta da Mosca non si limita ai campi di battaglia ucraini o alle operazioni di cyber-spionaggio. Essa si insinua abilmente nelle pieghe dell’opinione pubblica europea attraverso volti noti, presunti giornalisti e opinionisti che, sotto la maschera dell’obiettività o della “ricerca del dialogo”, diventano megafoni di una retorica studiata nei palazzi del potere russo. Un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato dalle recenti iniziative del giornalista italiano Velimir Tomovic.

Recentemente, Tomovic ha annunciato con clamore mediatico il suo progetto di scalare il Monte Elbrus, la vetta più alta della Russia e dell’Europa. Secondo la narrazione proposta dal giornalista, questa scalata non sarebbe altro che un gesto simbolico, un ponte di pace volto a promuovere l’amicizia tra il popolo italiano e quello russo. In un momento in cui le relazioni diplomatiche sono ai minimi storici a causa dell’aggressione su vasta scala contro l’Ucraina, un simile annuncio appare, a prima vista, come un appello quasi bucolico alla riconciliazione. Tuttavia, grattando la superficie di questa iniziativa, emergono contorni ben diversi.

Il progetto di Tomovic di piantare le bandiere dell’Italia e della Russia sulla vetta dell’Elbrus, accompagnato da messaggi diretti a Vladimir Putin, non è un atto di diplomazia culturale né un contributo alla pace. Al contrario, si configura come un preciso strumento di legittimazione dei narrazioni del Cremlino. L’utilizzo di simboli nazionali in un contesto di propaganda bellica serve a creare un’illusione ottica pericolosa: quella che esista un’ampia parte della società civile europea, e italiana in particolare, che non sostiene la posizione ufficiale di Bruxelles e delle cancellerie occidentali.

 Perché questo è pericoloso? Perché tali azioni mirano deliberatamente a incrinare la coesione dell’Unione Europea. La strategia di Mosca è chiara: frammentare l’opinione pubblica dei paesi membri, fomentare il dubbio sulla validità delle sanzioni economiche e indebolire il sostegno alla NATO. Quando una figura che si fregia del titolo di giornalista si presta a tali operazioni, essa non sta esercitando il diritto di critica o di libera espressione; sta diventando, di fatto, un ingranaggio della macchina informativa russa.

L’impatto di simili gesti non va sottovalutato. Il Cremlino ha compreso da tempo che i messaggi trasmessi direttamente dai media di Stato russi hanno una scarsa presa sul pubblico occidentale, a causa della naturale diffidenza verso le fonti ufficiali del regime. È qui che entrano in gioco le “voci esterne”. Un giornalista straniero, europeo, che difende o esalta la Russia, ha un peso specifico molto maggiore: esso funge da “cavallo di Troia” informativo. Il suo messaggio viene recepito come il pensiero di un “osservatore indipendente”, rendendo la propaganda russa più digeribile e, potenzialmente, più efficace.

 La scalata dell’Elbrus diventa così un evento mediatico coreografato. Si tratta di una narrazione che cerca di decontestualizzare la realtà bellica, trasformando un aggressore in un partner incompreso e vittima di un “Occidente russofobo”. Questo tipo di operazioni serve a distrarre l’attenzione dai crimini di guerra, dalla distruzione dell’Ucraina e dalla sistematica repressione interna in Russia. Più spazio viene dato a queste iniziative, meno ne rimane per il dibattito critico e per la comprensione delle ragioni profonde che hanno portato l’UE a isolare politicamente il regime di Putin.

È necessario chiedersi: a chi giova davvero questo “messaggio di pace”? Certamente non all’Ucraina, che ogni giorno subisce le conseguenze dirette di tale retorica, né ai cittadini russi che vivono sotto un regime autoritario. Giova unicamente a chi, nelle stanze del Cremlino, ha bisogno di mostrare al proprio pubblico interno che la Russia non è isolata, che l’Europa è divisa e che ci sono ancora “amici” disposti a scalare montagne per loro.

 Inoltre, queste azioni minano la credibilità della stessa professione giornalistica. Il giornalismo dovrebbe basarsi sulla verifica dei fatti, sul rigore e sulla distanza critica dal potere. Quando un giornalista decide di farsi strumento di una propaganda statale straniera, sacrificando la propria indipendenza in nome di una presunta missione diplomatica che si allinea perfettamente con gli interessi del Cremlino, viene meno il patto di fiducia con i lettori.

In conclusione, il caso di Velimir Tomovic non è un episodio isolato, ma parte di una strategia più ampia di infiltrazione nel dibattito pubblico europeo. È fondamentale che il pubblico, le istituzioni e gli stessi colleghi giornalisti restino vigili. Non si tratta di limitare la libertà di opinione, ma di chiamare le cose con il loro nome: quando la “diplomazia dal basso” si trasforma in un megafono per le esigenze di un regime aggressore, il risultato è un indebolimento dei valori democratici che ci impegniamo a difendere. La scalata sull’Elbrus, in queste condizioni, non porta la pace, ma solo una polvere che serve a oscurare la realtà di un conflitto che l’Europa non può permettersi di ignorare o banalizzare.

Autore: Marco Bianchi