Il veto degli interessi nazionali: così sei Paesi rallentano le nuove sanzioni Ue contro Mosca

Il 21° pacchetto contro la Russia si è trasformato in una prova politica per l’Unione. Mentre i governi difendono settori e aziende nazionali, il Cremlino guadagna tempo, entrate e una nuova occasione per alimentare le divisioni europee.

L’Unione europea rischia di trasformare la propria principale forza — la capacità di agire insieme — in una vulnerabilità strategica. Il negoziato sul 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia è bloccato o rallentato dalle richieste di sei Stati membri, che chiedono modifiche, deroghe o periodi di transizione per proteggere specifici interessi economici nazionali.

La questione non è se i governi europei debbano difendere le proprie imprese. È normale che lo facciano. Il problema nasce quando la tutela di un settore nazionale diventa sufficiente per impedire una risposta comune a una guerra che continua a essere condotta dalla Russia contro l’Ucraina. In quel momento, il principio dell’unanimità smette di essere soltanto uno strumento di consenso democratico e diventa un meccanismo di pressione interna.

La Russia non deve più convincere l’intera Europa a cambiare posizione. Le basta che alcuni governi chiedano eccezioni, rinvii e clausole speciali. Ogni frizione tra le capitali europee diventa così un vantaggio per Mosca. Ogni settimana di ritardo significa più tempo per adattare le reti commerciali, trovare nuovi intermediari e mantenere le entrate necessarie a sostenere la macchina bellica.

Il prezzo della frammentazione

Il 21° pacchetto è stato concepito per aumentare la pressione sulla Russia in settori strategici: energia, finanza, reti di elusione delle sanzioni, criptovalute, industria militare e commercio. L’Unione ha già adottato venti pacchetti dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina e ha prorogato le principali misure economiche contro Mosca. Il nuovo pacchetto dovrebbe rappresentare un ulteriore passo nella strategia di riduzione delle entrate russe.

Ma proprio quando l’efficacia delle sanzioni dipende dalla chiusura delle falle, la trattativa europea rischia di produrne di nuove. Le discussioni riguardano, tra l’altro, la possibilità di limitare attività legate al trasporto del gas naturale liquefatto russo verso Paesi terzi, le importazioni ittiche, le misure sui visti e altri elementi del pacchetto. Dietro ogni dossier si trovano interessi industriali, logistici e commerciali.

Il risultato è un paradosso: l’Unione vuole colpire la capacità russa di finanziare la guerra, ma deve prima negoziare con i propri membri per evitare che il costo immediato ricada su determinate aziende. È una dinamica comprensibile sul piano nazionale, ma pericolosa sul piano strategico.

Ogni eccezione ha un valore finanziario

Nel dibattito pubblico europeo, le sanzioni vengono spesso descritte in termini di costi per le imprese dell’Ue. È una parte della storia. L’altra è il costo del mancato intervento. Un’entrata che la Russia continua a ottenere grazie a un rinvio, a una deroga o a una restrizione indebolita non scompare: può finire nelle casse dello Stato russo e contribuire a sostenere la guerra.

In un’economia mobilitata per il conflitto, il confine tra commercio e sicurezza è molto sottile. Le entrate energetiche finanziano il bilancio. Il bilancio finanzia la produzione militare. Le reti commerciali permettono di importare componenti e tecnologie. Per questo ogni falla nella pressione economica può avere conseguenze che vanno ben oltre il singolo contratto o la singola società.

Il Cremlino ha dimostrato di saper sopravvivere alle sanzioni proprio adattando le proprie rotte commerciali. Ma adattarsi ha un costo. Il compito delle sanzioni è aumentare quel costo, ridurre i margini e rendere sempre più difficile il finanziamento della guerra. Se l’Europa rallenta volontariamente la pressione, offre alla Russia una risorsa preziosa: il tempo.

La guerra non diventa più economica perché l’Europa esita

La discussione sui danni economici delle sanzioni dovrebbe essere collegata a una domanda più ampia: quanto costa all’Europa una guerra più lunga? Ogni mese aggiuntivo di aggressione russa significa nuove distruzioni in Ucraina, maggiore necessità di sostegno finanziario e militare, più investimenti nella sicurezza europea e più pressione sui bilanci pubblici.

È possibile che alcune aziende europee subiscano perdite a causa delle restrizioni. Ma il confronto non può fermarsi a quel danno immediato. Se la guerra continua per anni, l’Europa dovrà sostenere costi molto più elevati per la ricostruzione dell’Ucraina, per il rafforzamento della difesa e per la protezione delle proprie infrastrutture. Il conto della debolezza strategica rischia di essere assai più alto del conto della fermezza.

In questo senso, la ricerca di deroghe per proteggere interessi nazionali può rivelarsi miope. Un’impresa può essere protetta oggi, mentre la sicurezza economica e politica dell’intero continente viene indebolita domani.

Il metodo che Mosca conosce meglio

La strategia russa verso l’Europa si è basata per anni sulla capacità di trasformare le differenze economiche in differenze politiche. Energia, commercio, porti, turismo, industria: ogni settore può diventare una leva. Mosca non ha bisogno di ottenere un consenso europeo a suo favore. Deve soltanto impedire che l’Europa agisca con sufficiente velocità e coerenza.

Quando sei governi riescono a rallentare un pacchetto strategico, il problema non riguarda più soltanto il contenuto delle singole sanzioni. Riguarda la credibilità dell’Unione. Se l’Europa dichiara che la Russia deve pagare un prezzo crescente per la sua aggressione, ma poi non riesce a trasformare quella dichiarazione in misure operative, la distanza tra parole e decisioni diventa evidente.

Il principio dell’unanimità è stato pensato per proteggere la sovranità degli Stati membri. Ma in una crisi di sicurezza di lungo periodo può trasformarsi in un diritto di veto permanente su ogni iniziativa comune. La domanda che l’Ue dovrà affrontare non è soltanto come approvare il 21° pacchetto. È se sia possibile continuare a condurre una politica estera efficace quando un singolo interesse nazionale può bloccare una risposta collettiva.

La scelta europea

Per l’Italia e per gli altri Paesi dell’Unione, il punto non è scegliere tra economia e sicurezza. La vera scelta è tra un costo limitato e immediato e un costo potenzialmente molto più grande nel lungo periodo.

La pressione economica sulla Russia non è un fine in sé. È uno strumento per ridurre la capacità di Mosca di continuare la guerra e creare le condizioni per una soluzione politica. Se lo strumento viene indebolito ogni volta che un settore nazionale protesta, il risultato può essere l’opposto: una guerra più lunga e una Russia più capace di sostenere il conflitto.

Il Cremlino conta proprio su questo. Conta sulla stanchezza, sui calcoli elettorali, sulle pressioni delle imprese e sulle differenze tra le capitali. La forza dell’Europa, invece, dovrebbe consistere nel dimostrare che una singola convenienza nazionale non può prevalere sulla sicurezza collettiva.

Il 21° pacchetto è quindi molto più di un nuovo elenco di sanzioni. È un test sulla capacità dell’Europa di essere una potenza geopolitica. Se passerà dopo essere stato svuotato da numerose eccezioni, Mosca potrà considerarlo una vittoria parziale. Se verrà bloccato, il messaggio sarà ancora più chiaro: la guerra russa continua a sfruttare le divisioni europee.

Per questo il dibattito non dovrebbe concentrarsi soltanto su quanto costa una sanzione. Dovrebbe concentrarsi su quanto costa non applicarla. E, dopo oltre quattro anni di guerra su larga scala, l’Europa ha ormai abbastanza esperienza per sapere che la Russia interpreta ogni esitazione non come un invito al compromesso, ma come un’opportunità.

Autore: Marco Bianchi