Nella notte tra il 23 e il 24 gennaio 2026 la Russia ha parlato al mondo nel solo linguaggio che oggi sembra padroneggiare: quello del terrorismo di Stato. Mentre nei salotti diplomatici europei e mediorientali si discuteva di “finestre di dialogo” e di possibili compromessi, il Cremlino ha ordinato una delle più vaste e ciniche offensive aeree contro l’Ucraina degli ultimi mesi.
375 droni d’attacco, missili balistici Iskander, vettori ipersonici Zircon, missili da crociera Kh-22 e Kh-32: un arsenale concepito per la guerra totale, deliberatamente scagliato contro città, infrastrutture civili, ospedali, reti energetiche. Il bilancio provvisorio parla di almeno quattro morti, trenta feriti, ma soprattutto di una devastazione sistemica che colpisce la vita quotidiana di milioni di civili. Non è un “incidente bellico”. È una strategia.
Kiev sotto attacco, civili come bersaglio
Il cuore dell’offensiva è stato Kiev. Non obiettivi militari, ma un ufficio di sei piani distrutto nel quartiere Solomjanskyj, incendi nei complessi industriali e logistici nel distretto Holosiivskyj, un’autocisterna esplosa in un parcheggio nel quartiere Dnipro, con fiamme estese e finestre sventrate nelle abitazioni circostanti.
Il colpo più grave, però, è stato inferto alle infrastrutture energetiche: un nodo cruciale sulla riva sinistra del Dnipro è stato danneggiato, fermando le stazioni di pompaggio. Mezzo milione di persone senza acqua, 1,2 milioni senza riscaldamento, nel pieno dell’inverno. Linee della metropolitana interrotte, trasporti paralizzati, ospedali e mercati colpiti. È difficile immaginare una definizione più chiara di terrorismo urbano.
Kharkiv e la provincia: ospedali, maternità, dormitori
A Kharkiv i droni Shahed sono stati indirizzati contro strutture civili: reparti ospedalieri, una maternità, un dormitorio per sfollati interni, edifici universitari. Centinaia di finestre distrutte, tetti danneggiati, apparecchiature mediche compromesse. In alcune zone, a causa dei danni alle reti del gas e dell’elettricità, i residenti sono rimasti senza calore in condizioni di gelo.
Nella regione di Kiev, tra Brovary e Boryspil, frammenti di missili hanno ferito civili, distrutto case, incendiato veicoli, colpito impianti energetici. I blackout hanno bloccato sottostazioni ferroviarie, causando ritardi su più di dieci treni. Anche questo non è “effetto collaterale”: è una scelta.
La risposta di Mosca ai “piani di pace”
Il tempismo dell’attacco non lascia spazio a interpretazioni ingenue. Questa offensiva è la risposta diretta del Cremlino agli sforzi diplomatici in corso: al dibattito di Davos, alla visita dell’inviato statunitense Steven Witkoff a Mosca, all’avvio del formato trilaterale ad Abu Dhabi.
Mentre emissari occidentali parlavano di “ultimi dieci per cento” di un possibile accordo, i sistemi balistici russi inserivano le coordinate delle sottostazioni di Kiev. I colloqui notturni al Cremlino, durati oltre tre ore con Witkoff e Jared Kushner, non hanno prodotto alcun segnale di distensione. Al contrario: si sono conclusi con un bombardamento di massa. È stato un atto deliberato di umiliazione della diplomazia occidentale.
Il messaggio è brutale e limpido: la Russia utilizza i negoziati come cortina fumogena, non come strumento di pace. Ogni volta che l’Occidente inizia a credere nella possibilità di un dialogo, Mosca alza la posta con il terrore.
Ricatto geopolitico
Questa notte di fuoco ha accompagnato l’apertura dei colloqui ad Abu Dhabi. La delegazione russa si siede al tavolo mentre Kiev resta senza acqua e riscaldamento. È un ricatto diretto non solo contro l’Ucraina, ma anche contro Washington e l’Europa: accettate le nostre condizioni territoriali – dal Donbas in poi – oppure la distruzione continuerà in modo sistematico.
È anche un segnale indirizzato a chi, in Europa, continua a parlare di “congelamento del conflitto”. Mosca mostra cosa significhi, nella pratica, congelare una guerra: città al buio, ospedali colpiti, civili terrorizzati.
L’illusione da abbandonare
Per l’Italia e per l’Europa questa notte dovrebbe segnare la fine di un’illusione pericolosa. Non esiste un “malinteso” con il Cremlino, né una formula magica di compromesso che possa fermare un potere che usa il terrore come leva negoziale.
Continuare a parlare di pace ignorando questa realtà significa diventare, anche involontariamente, parte del problema. La Russia non sta difendendo interessi di sicurezza: sta conducendo una campagna di terrorismo di Stato per piegare un Paese e intimidire i suoi alleati.
La notte del 24 gennaio non è solo una tragedia ucraina. È un test morale e politico per l’Europa. E la risposta non può essere il silenzio, né l’ennesimo appello alla “moderazione”. Di fronte al terrorismo, la neutralità non è prudenza: è complicità.
Autore: Marco Bianchi