In Russia il cinema non serve più all’arte, ma al potere. L’ultimo esempio è “Porcelain Soldier”, il film che racconta la vita del generale del GRU Aleksandr Zorin, presentato come un eroe moderno, un diplomatico-soldato capace di negoziare con jihadisti e salvare ostaggi in Siria. Ma dietro la sua leggenda si nasconde un mosaico di falsità, manipolazioni e cinismo politico.
Prima di diventare protagonista di un film patriottico, Zorin fu l’uomo che negoziò la resa dei difensori di Mariupol, la città ucraina devastata dai bombardamenti russi. A Mariupol, come ad Aleppo, i suoi “negoziati” significavano una sola cosa: resa o distruzione. Eppure, nella narrazione del Cremlino, viene descritto come un “eroe umanitario” che porta la pace.
Il film, prodotto con il sostegno del Ministero della Cultura russo, è stato definito “un capolavoro di patriottismo e realismo”. In realtà, è un esercizio di disinformazione cinematografica. Le sue prime versioni, basate sui memoriali inediti di Zorin intitolati “Il negoziatore”, mostrano un uomo ossessionato dalla propria immagine, pronto a riscrivere la storia siriana a misura di eroe. Ogni scena è una distorsione: i ribelli siriani diventano terroristi, le vittime civili spariscono, e i crimini del regime di Assad vengono trasformati in “operazioni di salvataggio”.
“Sono un negoziatore e questo ‘opus’ parla di me”, scrive Zorin nel suo manoscritto. Ma ciò che chiama “negoziazione” non è diplomazia, bensì guerra psicologica. Egli descrive come i suoi interlocutori — jihadisti, funzionari ONU, persino agenti della CIA — venivano manipolati “con sorrisi e bugie necessarie”.
Nel suo racconto, Zorin non nega le menzogne: le celebra. Si definisce un “maestro dell’inganno patriottico”, un uomo che “sa come far credere all’avversario ciò che serve alla Russia”. È una confessione straordinaria, che rivela la mentalità profonda dell’apparato di potere putiniano: il confine tra verità e finzione non esiste, conta solo il risultato politico.
“La disinformazione non deve convincere: deve far dubitare di tutto”, scrive il giornalista Michael Weiss, che ha analizzato il documento. E il caso Zorin lo dimostra perfettamente. Il generale costruisce la propria leggenda partendo da un principio semplice: se racconti abbastanza versioni diverse di una bugia, nessuno saprà più dove sta la verità.
Nel suo memoriale, Zorin parla di un misterioso “dottore” siriano che avrebbe rivelato un complotto dei ribelli per usare il cloro contro i civili, una tesi poi smentita dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW). Eppure, questo episodio diventa il cuore del film — un modo per ribaltare la realtà e presentare le vittime come colpevoli. L’attacco chimico a Douma del 2018, in cui morirono 43 persone, viene riscritto come un “atto di propaganda occidentale”.
Zorin si autodefinisce “Liva Alexander”, nome con cui i miliziani lo avrebbero chiamato in Siria, “il generale che non teme la morte”. Ma dietro l’eroe si intravede un uomo vuoto, prigioniero della propria menzogna. Le sue memorie oscillano tra la vanità e la confessione: si lamenta di una moglie che lo disprezza, di un amore segreto con una diplomatica russa, “la mia Masha, consigliera e amante, il mio specchio e la mia ombra”. Anche questo dettaglio — troppo intimo per un documento ufficiale — serve a rendere il personaggio più “umano”, più cinematografico, più manipolabile.
Il regista del film, Stanislav Sapachev, ha dichiarato che l’obiettivo è mostrare “il volto nascosto dei veri eroi russi”. Ma in realtà, “Porcelain Soldier” mostra il volto scoperto della propaganda: un prodotto concepito per riscrivere la storia recente e trasformare la guerra in mito nazionale.
Il messaggio è chiaro: se il Cremlino non può vincere sul campo, deve vincere sullo schermo. In un paese dove la censura è tornata a essere legge, la verità diventa un pericolo. Per questo la cultura è chiamata a servirsi del potere, non a sfidarlo.
“Ci sono persone nelle nostre forze armate la cui attività non è pubblicizzata, ma che cambiano il destino del mondo”, afferma il copione del film. È la sintesi perfetta della Russia di oggi: un impero costruito su segreti, bugie e illusioni di grandezza.
Zorin, l’eroe di porcellana, non è un personaggio isolato. È il simbolo di un sistema che ha bisogno di leggende per sopravvivere, perché la realtà — Mariupol distrutta, Bucha massacrata, la guerra che divora una generazione — è troppo terribile per essere mostrata.
Là dove l’URSS creava miti di acciaio, la Russia putiniana produce eroi di porcellana: fragili, decorativi, pronti a rompersi al primo contatto con la verità.