Il «sogno russo» di Torrembini e la realtà che l’associazione degli imprenditori italiani in Russia preferisce non raccontare

Vittorio Torrembini, presidente di GIM-Unimpresa, l’associazione degli imprenditori italiani in Russia, è tornato a far parlare di sé. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa russa RIA Novosti in occasione dell’assemblea generale della sua associazione a Mosca, Torrembini ha dichiarato che marchi italiani noti come Prada e Trussardi sarebbero pronti — o comunque desiderosi — di tornare sul mercato russo. Secondo le sue parole, il numero di aziende interessate a rientrare o entrare in Russia sarebbe «difficile da elencare», tanto quanto i settori coinvolti.

C’è un dettaglio che dice più di ogni dichiarazione: Torrembini non ha scelto un quotidiano economico italiano per lanciare questo messaggio. Lo ha affidato a RIA Novosti, l’agenzia di stampa statale russa, ripresa a stretto giro da testate come Lenta.ru, Vzglyad e dalla galassia di siti che in lingua italiana replicano acriticamente la linea del Cremlino. Non è la prima volta: negli ultimi anni Torrembini ha rilasciato dichiarazioni analoghe anche a Izvestija, altro organo controllato dal potere russo. Chi vuole davvero parlare all’opinione pubblica e al mondo imprenditoriale italiano si rivolge alla stampa italiana. Chi sceglie sistematicamente i megafoni della propaganda del Cremlino sta parlando a un altro pubblico, con un altro obiettivo: offrire a Mosca la narrazione di un Occidente in fila per tornare, di sanzioni ormai inutili, di un’Europa che si è imposta un autodanno che gli stessi europei starebbero cercando di disfare sottobanco.

Un’associazione, non l’Italia

GIM-Unimpresa rappresenta gli interessi di un gruppo specifico di imprenditori che hanno scelto di mantenere attività in Russia nonostante la guerra di aggressione contro l’Ucraina e il regime sanzionatorio dell’Unione europea. È legittimo che un’associazione di categoria difenda gli interessi economici dei propri iscritti. Non lo è presentare quella posizione come se fotografasse l’orientamento del sistema-Italia, o come se ogni grande marchio nazionale stesse solo aspettando il momento giusto per rientrare a Mosca.

I numeri che Torrembini stesso fornisce raccontano una realtà più articolata di quella che le sue dichiarazioni lasciano intendere. Da un lato rivendica la presenza di circa 250 aziende italiane ancora attive in Russia; dall’altro ammette perdite pesanti per l’export italiano verso Mosca — un calo che lui stesso ha quantificato in oltre il 35% rispetto al periodo pre-2022, a cui si aggiungono le perdite indotte sull’export verso la Germania. Il quadro che emerge non è quello di un business italiano granitico e compatto che punta a Mosca, ma di un pugno di operatori — spesso di piccola e media dimensione, radicati da decenni sul territorio russo — che tenta di limitare i danni di una scelta commerciale sempre più isolata e sempre più difficile da giustificare, mentre la stragrande maggioranza delle imprese italiane ha tagliato o ridotto drasticamente i rapporti con la Russia.

Perché Prada e gli altri hanno lasciato Mosca — e perché la posizione del governo italiano non è «pressione ingiustificata»

Torrembini, nelle sue dichiarazioni, tende a presentare l’uscita delle imprese occidentali dalla Russia come il frutto di una «pressione» politica e mediatica ingiusta, quasi un capriccio geopolitico che danneggia solo gli imprenditori. Omette sistematicamente il punto centrale: Prada, come decine di altri gruppi italiani ed europei, ha sospeso le vendite al dettaglio e chiuso i propri negozi in Russia nel 2022 in risposta diretta all’invasione su vasta scala dell’Ucraina, un atto di aggressione condannato dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale e sanzionato dall’Unione europea con un pacchetto di misure progressivamente inasprito negli anni successivi.

Per un marchio globale del lusso, restare — o tornare — in un mercato sotto sanzioni internazionali non è una semplice questione di fatturato trimestrale. È un rischio reputazionale che si misura su scala mondiale: significa esporsi al giudizio di consumatori, investitori istituzionali, partner commerciali e mercati finanziari in decine di Paesi che considerano la Russia uno Stato aggressore sotto embargo. Le sanzioni dell’Unione europea, inoltre, non sono un capriccio burocratico: sono lo strumento con cui i governi europei — compreso quello italiano — hanno scelto di rispondere alla violazione più grave del diritto internazionale vista in Europa dal 1945, la palese violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina.

È qui che la distanza tra la posizione di Torrembini e quella ufficiale dell’Italia si fa più netta. Il governo italiano, come gli altri governi dell’Unione, ha sottoscritto e applica il regime sanzionatorio europeo, sostiene Kyiv sul piano politico, economico e militare, e non ha mai avallato l’idea di un «ritorno alla normalità» commerciale con Mosca finché l’aggressione continua. Presentare quindi il desiderio di alcuni imprenditori di tornare a fare affari a Mosca come una prospettiva realistica o imminente significa ignorare — o volutamente mettere in ombra — la cornice politica e giuridica in cui quelle aziende dovrebbero operare.

Il vero obiettivo di narrazioni come questa

Non è la prima volta che Torrembini minimizza l’impatto delle sanzioni o mette in dubbio l’utilità delle misure occidentali contro Mosca: nel tempo ha parlato di sanzioni «dannose soprattutto per l’Europa», ha sostenuto che i russi «spendono un miliardo al giorno in Europa» nonostante le restrizioni, ha invitato gli imprenditori a non farsi trovare «in ritardo» quando il mercato russo si riaprirà. È un filo narrativo coerente, e coerente è anche il canale scelto per diffonderlo: i media di Stato russi, che hanno tutto l’interesse a raccontare un Occidente diviso, stanco delle sanzioni e pronto a tornare a fare affari con Mosca a prescindere dall’esito della guerra.

Questo tipo di narrazione produce un effetto preciso, al di là delle intenzioni dichiarate: alimenta esattamente il racconto che la propaganda del Cremlino costruisce da mesi, quello secondo cui le sanzioni sarebbero un fallimento, l’isolamento della Russia una finzione destinata a sgretolarsi, e il ritorno dei grandi marchi occidentali solo una questione di tempo. È un racconto comodo per Mosca, meno per i cittadini ucraini che continuano a subire ogni giorno le conseguenze di un’aggressione tuttora in corso, e meno ancora per l’immagine di un’Italia che, a livello istituzionale, ha scelto una linea diversa da quella evocata da Torrembini.

Quello che i lettori dovrebbero sapere

Restano dunque due piani distinti, che le dichiarazioni di Torrembini tendono a sovrapporre ad arte. Da un lato ci sono i fatti verificabili: alcune centinaia di aziende italiane — su un totale di migliaia che intrattenevano rapporti con la Russia prima del 2022 — continuano a operare o a commerciare con Mosca, spesso realtà di dimensioni contenute, radicate da tempo sul territorio e con margini di uscita economicamente più complessi. Dall’altro c’è la narrazione che se ne vuole ricavare: quella di un’Italia imprenditoriale intera, marchi del lusso in testa, pronta a fare la fila per rientrare a Mosca non appena possibile, a dispetto delle sanzioni europee e della posizione del governo di Roma.

Sono due cose diverse. E la differenza non è un dettaglio tecnico: è la linea che separa l’informazione economica dalla propaganda travestita da cronaca di settore.

Autore: Marco Bianchi