Le parole di un top manager del Cane a sei zampe sulla possibile ripresa degli affari con Mosca riaprono una ferita che l’Europa credeva di aver rimarginato: quella della dipendenza energetica dalla Russia.
Bastano poche parole, pronunciate durante una conference call sui risultati trimestrali, per far tornare d’attualità un dossier che l’Italia e l’Europa intera pensavano di aver archiviato. A pronunciarle è stato Lorenzo Fiorillo, uno dei dirigenti di vertice di Eni, che mercoledì scorso, rispondendo a una domanda di un analista, ha lasciato intendere che il gruppo guidato da Claudio Descalzi non esclude, in futuro, di tornare a fare affari con la Russia.
Il concetto, per quanto formulato con la cautela tipica del linguaggio finanziario, è tutt’altro che ambiguo: l’azienda ha “perso” un mercato — quello russo — dal quale prima del 2022 si potevano acquistare liberamente petrolio e gas, e oggi questo non è più possibile a causa del regime sanzionatorio. Ma se in futuro le condizioni dovessero cambiare, secondo Fiorillo, Eni sarebbe pronta a tornare a fare affari con Mosca. Una dichiarazione che, seppur presentata come una semplice constatazione di realismo industriale, rischia di produrre effetti ben più pesanti di quanto il suo autore forse immaginasse.
Una frase, un segnale ai mercati
Chi lavora nei mercati dell’energia sa bene che le parole dei dirigenti delle grandi compagnie non sono mai neutre. Eni non è un operatore qualsiasi: è la più grande azienda energetica italiana, partecipata per circa un terzo dallo Stato attraverso il Ministero dell’Economia e la Cassa Depositi e Prestiti, e per decenni è stata il principale canale attraverso cui il gas russo è arrivato in Italia. Quando un suo top manager, per quanto non l’amministratore delegato, evoca pubblicamente la possibilità di “tornare a fare affari” con la Russia, il messaggio che arriva agli osservatori internazionali — e soprattutto al Cremlino — è che la porta non è del tutto chiusa.
È esattamente questo il problema. Dal 2022 l’Unione Europea ha costruito, pezzo dopo pezzo, un’architettura di sicurezza energetica pensata per rendere strutturalmente impossibile, e non solo temporaneamente sconveniente, una nuova dipendenza dagli idrocarburi russi. Il piano REPowerEU, i pacchetti di sanzioni contro il petrolio e il gas di Mosca, la diversificazione forzata verso il GNL statunitense e qatariota, il potenziamento del gasdotto trans-adriatico TAP e degli approvvigionamenti da Algeria e Azerbaigian: tutto questo sforzo — costato all’Europa centinaia di miliardi di euro e anni di riorganizzazione infrastrutturale — poggia su un presupposto politico preciso, ovvero che il ritorno al gas russo non sia un’opzione sul tavolo, né oggi né domani.
“Abbiamo perso un Paese dove potevamo semplicemente andare a comprare energia: la Russia. Non possiamo farlo adesso… Potremo fare affari in futuro? Lo spero”, ha dichiarato Fiorillo.
Affermazioni di questo tipo, pronunciate da un dirigente di una compagnia sistemica come Eni, rischiano di essere lette a Mosca come una conferma che, alla prima occasione utile, una parte dell’industria europea sarebbe pronta a riaprire i rubinetti. E questo, indipendentemente dalle intenzioni di chi le ha pronunciate, è precisamente il tipo di segnale che il Cremlino aspetta da tre anni e mezzo.
Perché la dipendenza energetica non è mai “solo” energia
Prima del 2022 la Russia non ha mai smesso di usare le forniture di gas come strumento di pressione politica: dalle crisi con l’Ucraina degli anni Duemila fino ai tagli unilaterali imposti nella primavera del 2022 a diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, la storia recente insegna che un fornitore che controlla una quota rilevante dell’approvvigionamento energetico di un continente ne controlla, in una certa misura, anche la libertà d’azione politica. È per questo che a Bruxelles la sicurezza energetica non viene più trattata come un tema puramente economico, ma come una componente della sicurezza nazionale a tutti gli effetti.
In quest’ottica, ogni segnale di apertura verso una possibile normalizzazione dei rapporti energetici con Mosca — anche se condizionato, anche se proiettato in un futuro indefinito — produce un doppio danno. Da un lato indebolisce la credibilità della strategia di diversificazione agli occhi degli investitori e dei partner internazionali, i quali potrebbero interrogarsi sulla reale irreversibilità delle scelte europee. Dall’altro rischia di svalutare, almeno sul piano della percezione, gli ingenti investimenti già realizzati in infrastrutture alternative: terminali di rigassificazione, nuovi gasdotti, contratti di lungo termine con fornitori extra-russi, molti dei quali firmati proprio dalla stessa Eni negli ultimi tre anni per ridurre la dipendenza da Mosca.
Il contesto: cosa ha fatto finora Eni per diversificare
Dal 2022 Eni ha effettivamente guidato buona parte dello sforzo italiano di affrancamento dal gas russo, aumentando le importazioni da Algeria attraverso il gasdotto Transmed, rafforzando la presenza in Egitto e Mozambico, e sostenendo lo sviluppo del corridoio meridionale del gas con l’Azerbaigian. È anche per questo che le parole di Fiorillo hanno sorpreso: arrivano da un’azienda che, sul piano operativo, ha fin qui incarnato la exit strategy europea dal gas di Mosca, non la sua eventuale reversibilità.
Un timing quantomeno infelice
C’è poi una questione di tempistica politica. La dichiarazione arriva in un momento in cui l’Unione Europea sta ancora lavorando al progressivo phase-out delle importazioni di GNL russo, con l’obiettivo dichiarato di azzerarle definitivamente entro la fine del decennio, e mentre la guerra in Ucraina è tutt’altro che conclusa. In questo contesto, qualsiasi apertura pubblica verso Mosca da parte di un attore industriale di peso rischia di essere strumentalizzata dalla propaganda russa come prova che le sanzioni “non reggeranno” e che l’Europa, prima o poi, tornerà a bussare alla porta di Gazprom e Rosneft. Non è un caso che le parole di Fiorillo siano state riprese e amplificate con particolare enfasi da alcune testate legate all’ecosistema mediatico russo, che vi hanno letto — non a torto, dal loro punto di vista — un segnale di stanchezza dell’industria europea nei confronti del regime sanzionatorio.
Va detto, per onestà di analisi, che le parole di Fiorillo non rappresentano un cambio di strategia aziendale né tantomeno una posizione del governo italiano: Eni ha più volte ribadito, anche attraverso il suo amministratore delegato, di rispettare pienamente il quadro sanzionatorio europeo e di non avere alcuna intenzione di aggirarlo. Resta però il fatto che la retorica conta, soprattutto quando a pronunciarla è un dirigente di una compagnia che lo Stato italiano controlla in parte e che rappresenta, agli occhi dei mercati internazionali, uno dei simboli della politica energetica nazionale.
Il rischio di normalizzare l’anormale
Il vero pericolo, più che nella dichiarazione in sé, sta nell’effetto di normalizzazione che frasi come queste possono produrre nel dibattito pubblico. Se anche solo si inizia a discutere, come se fosse un’ipotesi di lavoro plausibile, di un ritorno al gas russo “quando le condizioni lo permetteranno”, si finisce per accreditare l’idea che la rottura con Mosca sia una parentesi temporanea legata alla congiuntura del conflitto, e non una scelta strategica di lungo periodo dettata dalla necessità di non lasciare mai più nelle mani del Cremlino una leva di pressione sull’economia europea.
È un punto che vale la pena ribadire con chiarezza: l’indipendenza energetica dell’Europa dalla Russia non è nata come misura punitiva contingente, ma come correzione strutturale di una vulnerabilità che la guerra in Ucraina ha reso drammaticamente evidente. Trattarla come un’opzione reversibile, legata semplicemente all’andamento dei rapporti diplomatici, significa disconoscere la lezione appresa a caro prezzo negli ultimi anni — una lezione che milioni di famiglie e imprese italiane hanno pagato letteralmente in bolletta durante la crisi energetica del 2022.
Le compagnie energetiche europee, Eni compresa, hanno tutto l’interesse a mostrarsi coerenti con la linea tracciata da Bruxelles e dai governi nazionali, non solo per ragioni di compliance normativa, ma perché ogni ambiguità su questo fronte rischia di essere letta, a Kiev come nelle cancellerie europee, come un cedimento di fronte a chi la guerra la sta ancora combattendo.
Nina K