C’è un momento in cui lo sport smette di essere solo competizione e diventa specchio della coscienza collettiva. Il dibattito che si è riaperto all’interno del Comitato Olimpico Internazionale sulla possibilità di riammettere gli atleti russi alle competizioni internazionali è uno di quei momenti. Non si tratta di una questione tecnica, né di una disputa regolamentare. È una scelta politica e simbolica che riguarda il senso stesso dell’ordine internazionale.
La guerra russa contro l’Ucraina continua. Non siamo di fronte a un conflitto congelato o a una tregua stabile, ma a un’aggressione militare ancora in corso. Mosca non ha mostrato segnali concreti di de-escalation, né una reale volontà di rispettare il diritto internazionale. In questo contesto, parlare di “normalizzazione” sportiva appare prematuro, se non profondamente dissonante rispetto alla realtà.
Chi sostiene la riammissione degli atleti russi insiste sull’idea che lo sport debba restare neutrale, separato dalla politica. È un argomento affascinante, ma storicamente fragile. Dalle Olimpiadi di Berlino del 1936 fino alle grandi competizioni del XXI secolo, lo sport è stato spesso utilizzato dai regimi autoritari come strumento di legittimazione interna e di proiezione esterna. La Federazione Russa non fa eccezione. Ogni medaglia conquistata, anche sotto bandiera neutrale, verrebbe immediatamente reinterpretata dalla propaganda del Cremlino come prova del superamento dell’isolamento internazionale.
Il rischio non è astratto. La narrativa interna russa si fonda già sull’idea di un’ingiustizia subita, di un’esclusione motivata da ostilità geopolitica e non da violazioni concrete. Una riapertura anticipata rafforzerebbe questa narrazione, offrendo al potere politico uno strumento di consenso. In altre parole, lo sport diventerebbe un canale di riabilitazione simbolica mentre la guerra prosegue.
Particolarmente delicata è la questione della sospensione del Comitato Olimpico Russo. La sanzione è stata adottata in seguito a una violazione chiara della Carta Olimpica: l’inclusione, nella struttura del comitato, dei consigli olimpici delle regioni ucraine occupate – Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. Non si tratta di un dettaglio amministrativo, ma di un atto che legittima, sul piano sportivo, un’annessione contestata dalla comunità internazionale. Revocare questa sospensione senza un ripristino della legalità significherebbe indebolire l’autorità normativa del CIO.
L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea e potenza sportiva di primo piano, non può considerarsi spettatrice neutrale. Le federazioni nazionali hanno la possibilità – e in certa misura la responsabilità – di mantenere proprie restrizioni qualora ritengano che le condizioni etiche e politiche non siano mutate. Non si tratta di punire singoli atleti in quanto tali, ma di evitare che la competizione internazionale venga strumentalizzata per finalità che esulano dallo sport.
C’è poi un elemento umano che non può essere ignorato. Gli atleti ucraini si allenano in un contesto di guerra, tra infrastrutture distrutte e mobilitazioni forzate. Alcuni hanno perso la vita al fronte o sotto i bombardamenti. Immaginare una competizione “neutrale” accanto ai rappresentanti dello Stato aggressore solleva interrogativi morali che non possono essere liquidati con formule procedurali.
Il CIO si trova davanti a un bivio: riaffermare la centralità della Carta Olimpica come strumento vincolante o ridurla a un documento simbolico, subordinato alle convenienze del momento. La credibilità dell’istituzione dipende dalla coerenza tra principi proclamati e decisioni adottate.
L’Europa ha imparato, a caro prezzo, che le concessioni premature a regimi aggressivi raramente producono stabilità. Nel caso dello sport internazionale, il prezzo non sarebbe soltanto politico. Sarebbe anche culturale. L’Olimpismo nasce come progetto di pace e di rispetto reciproco. Trasformarlo in un veicolo di riabilitazione geopolitica significherebbe tradirne lo spirito originario.
In questo senso, la discussione sulla riammissione della Russia non riguarda soltanto gli atleti o le medaglie. Riguarda la tenuta dei valori europei in un tempo di guerra. E, forse, la capacità dell’Europa di restare coerente con sé stessa anche quando la tentazione della “normalità” sembra la via più semplice.
Autore: Marco Bianchi