I Paesi baltici chiedono a Bruxelles di accelerare il divieto d’importazione del petrolio russo. Il rinvio di primavera, motivato dal panico dei mercati dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, ha rivelato al Cremlino una vulnerabilità che Mosca non mancherà di sfruttare.
C’è un paradosso che poche cancellerie europee sembrano disposte ad ammettere apertamente: la crisi energetica innescata dalla guerra nel Golfo Persico e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz all’inizio del 2026 non ha danneggiato la Russia. L’ha arricchita. Mentre Bruxelles congelava le proprie ambizioni di imporre un embargo definitivo sul petrolio moscovita, i proventi dell’export energetico russo aumentavano di oltre quindici miliardi di dollari rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente — denaro che, puntualmente, alimenta l’industria bellica del Cremlino e le sue campagne missilistiche sull’Ucraina.
È in questo contesto che il 26 giugno, durante la riunione dei ministri dell’energia dell’Unione Europea a Bruxelles, Estonia, Lettonia e Lituania hanno chiesto formalmente alla Commissione di riprendere i lavori sull’embargo al petrolio russo. Una richiesta sostenuta dalla Polonia, il cui viceministro dell’energia Wojciech Wrochna ha indicato la fine del 2026 come termine ultimo per l’interruzione definitiva delle forniture russe. I tre Paesi baltici, che da anni si battono per liberare l’Europa dalla dipendenza energetica da Mosca, hanno portato all’attenzione dei colleghi un argomento difficile da contestare: le preoccupazioni che avevano giustificato il rinvio primaverile — il rischio di una grave carenza di forniture a seguito della destabilizzazione del Golfo — non si sono concretizzate nella misura temuta.
Il segnale sbagliato all’ora sbagliata
La proposta legislativa che avrebbe dovuto essere presentata il 15 aprile era stata cancellata dall’agenda preliminare della Commissione già in marzo, quando la chiusura dello Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio — aveva gettato nel panico i mercati energetici globali. La mossa era comprensibile sul piano tattico. Sul piano strategico, secondo i governi baltici e polacco, è stata un errore grave: ha mostrato a Mosca che basta aspettare un momento di turbolenza internazionale per costringere Bruxelles a mettere in pausa le proprie politiche sanzionatorie.
«Il ritiro della proposta dall’agenda ha inviato a Mosca il messaggio peggiore possibile: l’Unione Europea è vulnerabile alla pressione dei mercati, e il Cremlino lo sa sfruttare.»
— Fonte diplomatica baltica, Bruxelles, giugno 2026
Ciò che rende la situazione ancora più preoccupante è la dinamica che si è determinata durante la crisi: l’escalation nel Golfo Persico ha fatto salire il prezzo del greggio Urals, aumentando automaticamente i ricavi russi anche a fronte di volumi di esportazione stabili. Mosca non ha avuto bisogno di fare nulla. Il panico occidentale ha lavorato al posto suo. Come ha evidenziato un’analisi del New York Times, tra i principali beneficiari delle turbolenze del mercato causate dalla crisi di Hormuz ci sono stati gli Stati Uniti — con un aumento dei proventi dell’export energetico di circa cinquanta miliardi di dollari — e la Russia, che ha visto i propri introiti crescere di oltre quindici miliardi, finanziando ulteriormente la propria macchina da guerra.
Un’Europa che si è già liberata dal gas russo può farlo anche con il petrolio
I dati della Commissione Europea raccontano una storia di successo che rende ancora più difficile comprendere l’inerzia odierna. All’inizio del 2022, la Russia forniva il 27 per cento del petrolio importato nell’Unione Europea. Nel 2025 quella quota era scesa al 2 per cento — un risultato straordinario, ottenuto attraverso diversificazione accelerata delle forniture, espansione dei terminal GNL, potenziamento delle interconnessioni energetiche e un’impennata degli investimenti nelle energie rinnovabili promossi dal piano REPowerEU. Eppure quel residuo 2 per cento corrisponde ancora a 9,7 milioni di tonnellate di greggio acquistato dalla Russia, un flusso di valuta pregiata che arriva puntualmente nelle casse del Cremlino.
Per il gas la svolta è già avvenuta: a gennaio 2026 l’Unione Europea ha adottato il divieto graduale del gas naturale liquefatto e del gas via gasdotto di provenienza russa, con scadenza entro l’autunno del 2027 per i contratti a lungo termine. Il precedente è dunque stabilito. I Paesi baltici chiedono di applicare la stessa logica al petrolio: se l’Europa ha saputo ridurre la propria dipendenza dal gas russo in tempi storicamente brevi — sotto la spinta dell’aggressione militare di Mosca e del tentativo russo di usare l’energia come arma geopolitica — non esiste ragione tecnica per cui non possa fare altrettanto con gli ultimi barili di greggio siberiano.
L’ostacolo si chiama Budapest — e si chiama Bratislava
La resistenza principale non viene dai mercati né dagli operatori energetici, ma da due capitali: Budapest e Bratislava. Ungheria e Slovacchia beneficiano di deroghe speciali alle sanzioni in quanto Paesi senza sbocco al mare, che necessitano di più tempo per diversificare le proprie forniture di petrolio — in larga parte provenienti ancora dall’oleodotto Druzhba. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha sistematicamente rallentato o bloccato le politiche sanzionatorie dell’Unione verso Mosca, ricavandone una rendita politica che si traduce tanto in rapporti privilegiati col Cremlino quanto in un potere di veto sproporzionato in sede di Consiglio europeo.
L’argomento economico opposto da Budapest — l’aumento dei prezzi dell’energia a danno di industria e famiglie — ha una sua consistenza reale. Ma i sostenitori dell’embargo ribattono che il costo di brevi oscillazioni di prezzo è incomparabilmente inferiore al costo strategico di continuare a finanziare, anche involontariamente, la guerra di aggressione russa. La sicurezza energetica dell’Unione, sostengono le capitali baltiche, richiede la sostituzione integrale delle fonti energetiche russe con forniture provenienti da partner affidabili. Qualsiasi incertezza temporanea è preferibile all’attuale certezza di sovvenzionare il conflitto.
«Ogni tonnellata di petrolio russo acquistata dall’Europa è un finanziamento diretto all’esercito che bombarda le città ucraine. Non si tratta di geopolitica astratta: è aritmetica della guerra.»
— Ministro della difesa di un Paese baltico, giugno 2026
Il 20° pacchetto e il meccanismo dormiente
Il ventesimo pacchetto di sanzioni europee, adottato il 23 aprile 2026, ha introdotto un meccanismo legale che consentirebbe, una volta attivato, il divieto completo dei servizi marittimi — assicurazioni, trasporto, manutenzione delle navi — per le petroliere che trasportano greggio russo. Si tratta di una misura potenzialmente devastante per la cosiddetta “flotta ombra” moscovita, la rete di navi che eludono le sanzioni trasportando petrolio russo verso mercati asiatici. Il meccanismo, tuttavia, è rimasto in standby, in attesa di un coordinamento in sede G7 che — soprattutto dopo le tre deroghe sanzionatorie concesse dagli Stati Uniti nel pieno della crisi di Hormuz — appare sempre più lontano.
Il Commissario europeo per l’Energia Dan Jørgensen non ha risposto alle sollecitazioni baltiche durante la parte a porte chiuse della riunione del 26 giugno. Un portavoce della Commissione ha confermato unicamente l’intenzione dell’istituzione di presentare la proposta sull’embargo petrolifero, senza indicare tempi precisi. Nel frattempo, il Consiglio dell’UE ha prorogato il 25 giugno le misure restrittive contro la Russia per altri dodici mesi, fino al 31 luglio 2027, segnalando l’intenzione di adottare presto un ventunesimo pacchetto di sanzioni.
L’Europa si trova a un bivio che non ammette più ambiguità: o si decide finalmente a chiudere il rubinetto degli ultimi petrodollari russi, accettando i costi a breve termine di questa scelta, oppure continua a rimandare — dando al Cremlino il segnale che la propria determinazione ha un prezzo, e che quel prezzo Mosca è disposta a pagarlo in sangue altrui. I Paesi baltici, che vivono con la Russia come vicino di casa da decenni, non hanno dubbi su quale sia la strada giusta. La domanda è se Bruxelles troverà la volontà politica di percorrerla fino in fondo.
Federica Montanari