I mercati del greggio sono sotto pressione: giovedì il Brent ha toccato 126 dollari, il fallimento dei colloqui USA-Iran rischia di riaccendere un intervento militare.
Il Brent, riferimento internazionale per il prezzo del petrolio, è balzato di oltre il 7% nelle prime contrattazioni di giovedì, toccando i 126 dollari al barile, il livello intraday più alto dal 2022, quando la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Il greggio statunitense WTI è salito anch’esso di oltre il 3% e ha superato quota 110 dollari al barile.
Al momento in cui scriviamo, i prezzi hanno corretto leggermente: il contratto sul mese corrente del Brent tratta intorno a 122 dollari al barile e il WTI a circa 108,5 dollari.
I prezzi sono ora ai massimi dall’inizio della guerra con l’Iran.
Il balzo del petrolio è una conseguenza diretta dello stallo nei negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz, dell’assenza di una chiara via d’uscita dal conflitto e della percezione che siano aumentate le possibilità di una ripresa delle azioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe incontrare giovedì il comandante del Comando Centrale americano, l’ammiraglio Brad Cooper, e ricevere un aggiornamento sulle nuove opzioni militari per un intervento in Iran, riferisce Axios citando due fonti anonime.
L’incontro segnala la possibilità di una nuova escalation in Medio Oriente, mentre la ripresa delle operazioni di combattimento sarebbe “seriamente allo studio”, e i mercati petroliferi hanno reagito rapidamente alla notizia.
Un cessate il fuoco regge dall’inizio di aprile, ma i recenti tentativi di mediazione si sono arenati, con le due parti che si rifiutano di incontrarsi. Nel frattempo, Stati Uniti e Iran mantengono entrambi il blocco del vitale Stretto di Hormuz.
Secondo alcune fonti, il Comando Centrale USA ha inoltre chiesto l’invio in Medio Oriente di missili ipersonici, il che segnerebbe la prima volta che l’esercito americano dispiega questo tipo di arma.
Il blocco persistente dei porti e la minaccia di un ampliamento dei combattimenti hanno cambiato radicalmente le aspettative del mercato.
Un quadro in evoluzione per l’OPEC e l’offerta globale
L’impennata dei prezzi si inserisce in uno scenario di profondo cambiamento strutturale all’interno della gerarchia petrolifera mondiale.
All’inizio di questa settimana, gli Emirati Arabi Uniti si sono ufficialmente ritirati dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) e dalla più ampia alleanza OPEC+, una decisione che il Paese ha definito necessaria per dare priorità ai propri interessi nazionali.
In condizioni di mercato normali, l’uscita di un grande produttore dal cartello potrebbe essere interpretata come il segnale di un possibile aumento dell’offerta o di una minore stabilità dei prezzi.
Tuttavia, le proporzioni della guerra con l’Iran hanno relegato la partenza degli Emirati a un tema secondario agli occhi degli operatori.Nonostante l’uscita degli Emirati, che ci si aspettava potesse indebolire il controllo dell’OPEC sui limiti di produzione, i prezzi hanno continuato a salire.
Ciò indica che il “war premium”, il sovrapprezzo di guerra, domina attualmente su tutti gli altri fondamentali di mercato.
Gli investitori sono oggi meno concentrati sulle dinamiche interne dei Paesi produttori e più sulla mancanza fisica del greggio iraniano, sulla sospensione delle rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz e sulla minaccia alle infrastrutture della regione.
La trasformazione degli Emirati in attore indipendente mette comunque in evidenza una crescente frammentazione della governance energetica globale, in un momento in cui la sicurezza energetica mondiale è particolarmente vulnerabile.