A due anni dal varo delle prime misure per tagliare la dipendenza energetica da Mosca, i dati di mercato raccontano una storia diversa da quella ufficiale: nei primi otto mesi del 2026 l’Unione europea ha già superato la spesa record dell’intero 2025 per il gas naturale liquefatto proveniente dall’impianto artico russo di Yamal.
Le cifre parlano chiaro e mettono a nudo una delle contraddizioni più difficili da spiegare della politica energetica europea. Tra gennaio e i primi giorni di settembre 2026, i Paesi dell’Unione europea hanno speso circa 7,28 miliardi di euro per acquistare GNL dal progetto artico russo Yamal LNG, controllato dal colosso Novatek. Una cifra che ha già superato l’intero esborso del 2025, stimato in 7,3 miliardi. E siamo solo a due terzi dell’anno.
~7,3 mld €spesa UE per GNL di Yamal, gen–ago 2026
88,9%quota UE sulle esportazioni globali di Yamal
11,39 mln tvolume ricevuto nei porti europei
Secondo l’analisi di Urgewald, basata sui dati della società di intelligence di mercato Kpler e ripresa da Euronews, nei primi otto mesi dell’anno i porti europei hanno accolto 156 carichi di GNL provenienti da Yamal, per un totale di 11,39 milioni di tonnellate: un aumento del 10,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Ancora più significativo è un altro dato: quasi il 90% dell’intera produzione destinata all’esportazione dell’impianto artico — contro il 78,2% dell’anno precedente — è finita nei terminali europei, rendendo di fatto l’Unione il principale acquirente al mondo di un gas prodotto da un impianto sotto sanzioni occidentali.
Francia, Belgio e Spagna in testa alla classifica
A trainare gli acquisti non sono Paesi periferici, ma tre tra i membri fondatori e più influenti dell’Unione: Francia, Belgio e Spagna concentrano la quota largamente maggioritaria delle importazioni, seguiti a distanza dai Paesi Bassi. I terminali di rigassificazione francesi di Dunkerque e Montoir-de-Bretagne risultano tra i più attivi in assoluto nella ricezione di carichi russi, un dettaglio che stride con la retorica di Parigi sulla necessità di «prosciugare le risorse di guerra del Cremlino».
Per un’opinione pubblica italiana abituata a seguire da vicino il dibattito sulla diversificazione energetica — dal gasdotto TAP ai nuovi accordi con l’Algeria, passando per il ruolo dell’Italia come hub del gas per il Sud Europa — il contrasto è istruttivo. Mentre Roma ha ridotto in modo sostanziale la propria dipendenza diretta dal gas russo dal 2022 in poi, altri partner comunitari continuano ad acquistare, e in volumi crescenti, proprio il prodotto che le sanzioni dovrebbero colpire.
Ogni giorno l’Europa versa in media 30–32 milioni di euro per il GNL russo: una cifra che alcuni analisti del settore energetico accostano, a scopo comparativo, al costo giornaliero stimato della produzione bellica russa, tra droni d’attacco e missili balistici.
La falla giuridica: i contratti pluriennali
Dal 25 aprile 2026 l’Unione europea vieta formalmente le importazioni di GNL russo nell’ambito di contratti a breve termine. Il problema è che la grande maggioranza delle forniture attuali viaggia su contratti di lungo periodo, alcuni dei quali firmati ben prima dell’invasione su vasta scala del 2022 e validi, in alcuni casi, fino al 2038-2041. Il divieto totale sulle importazioni di GNL russo scatterà solo il 1° gennaio 2027: una data ancora lontana, che secondo gli analisti di Kpler sta paradossalmente incentivando le aziende energetiche europee ad «anticipare» il più possibile gli acquisti previsti dai contratti in essere, prima che questi diventino inutilizzabili.
Colossi come TotalEnergies, Naturgy, Shell e SEFE restano legati a Yamal LNG da accordi commerciali di lungo corso. Romperli unilateralmente esporrebbe le aziende a costosi contenziosi arbitrali internazionali da parte di Novatek e Gazprom, un rischio che nessun operatore sembra disposto a correre prima della scadenza del divieto.
Una contraddizione che pesa sulla credibilità di Bruxelles
Il punto politicamente più delicato è la contemporaneità di due fenomeni: da un lato l’Unione europea continua a stanziare assistenza militare e finanziaria per l’Ucraina e discute in queste settimane un ventiduesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca; dall’altro, gli stessi Stati membri versano miliardi di euro a un settore — quello del gas artico russo — che secondo diverse analisi contribuisce in modo diretto alle entrate del bilancio federale russo, comprese quelle destinate al comparto militare-industriale.
Non si tratta di un’accusa di malafede nei confronti dei governi coinvolti: la complessità dei contratti energetici pluriennali, il timore di dispute legali e la necessità di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti nei mesi invernali sono fattori reali. Ma resta il fatto che, un anno dopo l’altro, il calendario dell’uscita definitiva dal gas russo viene rispettato solo sulla carta, mentre i volumi effettivamente acquistati continuano a crescere.
Cosa aspettarsi ora
Con il vertice sull’Artico europeo in programma in Finlandia e i negoziati sul ventiduesimo pacchetto di sanzioni in corso a Bruxelles, la pressione politica per colmare questa falla è destinata a crescere nelle prossime settimane. Resta però un interrogativo di fondo, che riguarda direttamente la credibilità dell’azione diplomatica ed economica dell’Unione: un divieto totale annunciato per il 2027 può davvero dirsi efficace, se nell’anno precedente la sua entrata in vigore genera addirittura un’impennata degli acquisti che dovrebbe prevenire?
Autore: Marco Bianchi