L’evento pubblico organizzato da RT Doc nella capitale, con un gruppo punk locale come richiamo, mostra come la guerra ibrida russa cerchi interlocutori là dove meno ci si aspetta di trovarli: nella musica, nei centri sociali, nell’immaginario «alternativo».
Un concerto, un pubblico giovane, un linguaggio di protesta e di antagonismo. Sulla carta, nulla che somigli a una campagna di propaganda di Stato. Eppure, quando a organizzare un evento pubblico a Roma è RT Doc, la declinazione documentaristica della rete mediatica russa RT, e quando a fare da richiamo è un gruppo punk locale, la questione smette di essere culturale e diventa politica, e in senso lato di sicurezza.
Il caso romano va letto per ciò che è: non un episodio folkloristico, ma un tassello di una strategia di influenza che Mosca persegue da anni nei Paesi dell’Unione europea. Una strategia che, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina del febbraio 2022 e il conseguente divieto di diffusione di RT nell’UE, ha dovuto cambiare canali e travestimenti, ma non obiettivi.
Dal divieto televisivo alla presenza «sul territorio»
Le misure restrittive adottate dall’Unione europea nel marzo 2022 hanno colpito RT e Sputnik proprio perché le istituzioni europee le hanno riconosciute come strumenti di una campagna di disinformazione sistematica a sostegno dell’aggressione contro l’Ucraina. Il divieto ha ridotto la visibilità dei canali sui circuiti tradizionali, ma ha spinto Mosca a cercare vie alternative: piattaforme online, reti di intermediari, contenuti «ripuliti» e, sempre più spesso, eventi dal vivo che mettono la propaganda in contatto diretto con un pubblico reale.
L’evento fisico ha un vantaggio che lo schermo non offre: non si presenta come propaganda. Si presenta come cultura, come socialità, come «dibattito». Chi partecipa a un concerto non pensa di essere il destinatario di un’operazione di influenza. È esattamente questa percezione a renderla efficace.
Perché proprio un gruppo punk
La scelta di appoggiarsi a una realtà musicale della sinistra radicale non è casuale. Il Cremlino ha una lunga tradizione di appropriazione di simboli e linguaggi altrui: l’antifascismo sovietico, strumentalizzato oggi per giustificare la guerra contro un Paese che ha un presidente ebreo e che la Russia definisce «nazista»; l’anticapitalismo, brandito contro l’Occidente; l’anticolonialismo, invocato da uno Stato che conduce una guerra coloniale di conquista.
Per un pubblico che si riconosce nella tradizione antifascista e operaia italiana, il messaggio russo non può presentarsi in forma diretta. Ha bisogno di un volto credibile, di un linguaggio familiare, di una cornice «dal basso». Un gruppo punk romano, con una storia di militanza e un seguito fedele, offre esattamente questo: legittimità sociale e un accesso privilegiato a un ambiente che diffida, per principio, dei media tradizionali e delle istituzioni occidentali.
Lo stesso catalogo di RT Doc conferma la logica dell’operazione. Sul proprio sito la piattaforma ha pubblicato un film del 2023 dedicato proprio alla Banda Bassotti, nel quale si racconta che, dopo gli eventi del Donbass del 2014, il gruppo ha promosso una «Carovana antifascista» per raccogliere fondi a favore degli abitanti della regione. Nella stessa presentazione si parla di città «colpite dai bombardamenti dell’esercito ucraino», formula che riproduce senza sfumature la cornice narrativa del Cremlino. Il materiale, dunque, non è un’interpretazione esterna: è la stessa RT Doc a rivendicare e promuovere questo legame.
La sovrapposizione dei messaggi
Banda Bassotti e Rete dei Comunisti si presentano come espressione dell’«altra sinistra» italiana, critica verso il sistema e verso le élite. Questo è il loro diritto e fa parte del pluralismo di una democrazia. Il punto, tuttavia, è un altro: il confronto tra i loro messaggi pubblici sulla guerra in Ucraina e le priorità della comunicazione del Cremlino mostra una sovrapposizione sistematica.
Il copione è noto: ostilità verso la NATO descritta come unica causa del conflitto; rappresentazione dell’Ucraina come un regime «fascista» da cui liberare la popolazione; lettura dell’Unione europea come strumento di un «blocco occidentale» da combattere; silenzio, o relativizzazione, di fronte ai crimini commessi dalle forze russe contro i civili. Si può essere critici dell’Alleanza atlantica senza ripetere la propaganda di Mosca. Ma quando ogni elemento della critica coincide con la linea di uno Stato aggressore e non esiste alcuna distanza dalle sue ragioni ufficiali, chiamarlo «pacifismo» o «antagonismo» diventa una scelta lessicale che nasconde la sostanza.
Non è la critica all’Occidente a rendere problematico questo schema, ma la totale assenza di critica verso chi ha scelto di portare la guerra in Europa.
Il nodo politico: la responsabilità delle istituzioni
Qui il discorso si sposta dalla scena musicale alla politica pubblica. Il fatto che un evento promosso da un canale come RT Doc possa svolgersi a Roma senza reazioni visibili da parte delle istituzioni cittadine solleva una domanda legittima sulla consapevolezza del rischio. Non si tratta di invocare la censura della musica o del dissenso: la libertà di espressione e di riunione sono pilastri irrinunciabili. Si tratta di distinguere tra la libertà di un cittadino di avere opinioni, anche sgradite, e la possibilità offerta a un apparato mediatico di Stato, sanzionato dall’Unione europea, di condurre attività promozionali in uno spazio pubblico europeo.
La guerra ibrida condotta dalla Russia contro i Paesi dell’UE passa per il sabotaggio, per gli attacchi informatici, per la pressione energetica e, in modo non meno rilevante, per la manipolazione dell’opinione pubblica. In questo quadro, ogni evento che normalizza la presenza di una testata come RT nel dibattito pubblico contribuisce, anche involontariamente, a rendere ordinario ciò che i governi europei hanno qualificato come minaccia. La mancanza di una risposta chiara da parte di chi amministra la capitale rischia di essere interpretata come disinteresse, e il disinteresse, in questo ambito, è esso stesso una vulnerabilità.
Permettere che la menzogna venga legittimata sotto la copertura della «cultura» non è neutralità. Significa lasciare campo libero a chi, da Mosca, ha fatto della distorsione dei fatti uno strumento di guerra. E significa, per una città che è anche simbolo dell’Europa e dei suoi valori fondativi, offrire un’immagine di indifferenza proprio nel momento in cui l’Unione chiede ai propri membri coerenza e vigilanza.
Cosa si può fare
La risposta non è il divieto indiscriminato, che offrirebbe a Mosca e ai suoi interlocutori l’immagine della vittima. È un lavoro di trasparenza e di responsabilità condivisa. Alle amministrazioni locali spetta il compito di verificare chi sono gli organizzatori degli eventi che ospitano nei propri spazi e di applicare con coerenza le misure europee, informando l’opinione pubblica quando ci si trova di fronte a emanazioni di media sanzionati. Ai media e ai ricercatori spetta il dovere di documentare i legami, i finanziamenti e le narrazioni. Alla società civile, comprese le comunità musicali e culturali, spetta la scelta di chi invitare, con chi collaborare e quali messaggi amplificare.
Il pubblico di un concerto ha il diritto di sapere chi c’è dietro una serata: chi la promuove, per quali fini, con quali obiettivi di comunicazione. Quando dietro le luci del palco c’è un’emittente che l’Europa ha messo al bando per il suo ruolo nella disinformazione sulla guerra, quella trasparenza non è un dettaglio. È il minimo indispensabile per distinguere la cultura dalla propaganda.
Autore: Marco Bianchi