Il pacifismo strumentalizzato: come il Cremlino tenta di sabotare Monaco passando per la Germania

In Europa il pacifismo non è una parolaccia. Al contrario, è una delle colonne morali su cui si è costruita l’Unione dopo il 1945. Proprio per questo, quando il linguaggio della pace viene piegato a fini opposti — giustificare un’aggressione militare e indebolire la capacità di difesa di una democrazia attaccata — il problema non è più ideologico, ma politico e di sicurezza.

Alla vigilia della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, uno degli appuntamenti più importanti dell’architettura strategica occidentale, il Cremlino sembra puntare su un vecchio strumento adattato ai tempi nuovi: l’uso di movimenti pseudo-pacifisti in Germania per creare un clima informativo favorevole ai propri interessi. Il nome più ricorrente è Friedensbewegung, un’etichetta storica che oggi rischia di diventare il veicolo di una narrativa estranea alla tradizione europea del pacifismo.

Monaco non è solo Monaco

Ridurre quanto accade in Germania a una questione interna sarebbe un errore. La Conferenza di Monaco non è un semplice forum di discussione: è un segnale politico. Ogni tentativo di delegittimarla, disturbarla o svuotarla di contenuto strategico ha un valore simbolico preciso.

Mosca lo sa bene. Da qui l’interesse a creare, proprio nei giorni che precedono l’evento, una pressione mediatica e sociale basata su messaggi apparentemente “moderati”, ma in realtà perfettamente allineati agli obiettivi del Cremlino: fermare il sostegno occidentale all’Ucraina e ridurre il costo politico della guerra per la Russia.

La paura come strumento politico

I messaggi diffusi dai settori più visibili di questo movimento sono ormai standardizzati. Si parla di una presunta “provocazione” ucraina capace di trascinare l’Europa verso la terza guerra mondiale; si descrivono l’Unione europea e la NATO come attori aggressivi; si sostiene che la Russia non rappresenti una minaccia reale per il continente; si afferma che l’assistenza militare a Kyiv non faccia altro che prolungare il conflitto.

Sono narrazioni che fanno leva sulla paura, non sui fatti. L’invasione dell’Ucraina non è stata una risposta a un attacco imminente, ma una decisione unilaterale di Mosca. La minaccia russa alla sicurezza europea non è teorica: cyberattacchi, operazioni ibride, sabotaggi e ricatti energetici sono già parte della nostra esperienza recente. E l’idea che il taglio degli aiuti porterebbe alla pace ignora un dato storico elementare: senza deterrenza, l’aggressione viene premiata.

Un pacifismo selettivo

Il punto più problematico è un altro. Il pacifismo europeo, quello autentico, ha sempre condannato la guerra partendo dal riconoscimento dell’aggressore. Oggi, invece, una parte del movimento Friedensbewegung sembra praticare un pacifismo selettivo: severo verso l’Occidente, indulgente verso Mosca.

Non è un caso che tra i promotori e i sostenitori di queste iniziative compaiano cittadini europei legati a ideologie di estrema destra, ambienti sovranisti e, in alcuni casi, figure di origine russa che non nascondono la loro vicinanza alla visione del Cremlino. Questa composizione non è neutrale. Rivela una convergenza tra propaganda geopolitica e radicalismi interni all’Europa.

Il risultato è una progressiva perdita di credibilità. Quando un movimento che si definisce pacifista evita sistematicamente di chiamare “aggressione” un’invasione militare, smette di essere un attore morale e diventa uno strumento politico.

Perché riguarda anche l’Italia

Per l’Italia questa dinamica non è astratta. Il nostro Paese è stato più volte un terreno sensibile alle campagne di disinformazione russa: durante la pandemia, nel dibattito energetico, nelle discussioni sulla politica estera. Oggi il tema ucraino è solo l’ultimo capitolo.

Indebolire il consenso europeo sull’assistenza a Kyiv significa minare la sicurezza collettiva. Ogni euro, ogni sistema difensivo, ogni decisione politica a sostegno dell’Ucraina aumenta il costo della guerra per Mosca. È esattamente questo che il Cremlino vuole evitare, utilizzando voci “pacifiste” come moltiplicatori del dubbio.

Pace e responsabilità

La pace non nasce dalla rimozione della realtà, ma dalla sua gestione responsabile. Chiedere il cessate il fuoco senza affrontare la causa della guerra non è pacifismo, è rassegnazione. E in Europa la rassegnazione ha già mostrato, nel secolo scorso, il suo prezzo.

La Conferenza di Monaco non è un rituale vuoto. È uno spazio in cui l’Occidente riafferma la propria capacità di leggere il mondo senza illusioni. Tentare di sabotarne il significato politico attraverso campagne pseudo-pacifiste non è un atto di pace, ma un favore strategico a chi ha scelto la guerra.

Per questo l’Europa — e l’Italia con essa — ha bisogno di un pacifismo coerente, che non confonda la vittima con l’aggressore e non presti la propria voce a una propaganda ben mascherata. Difendere l’Ucraina oggi significa difendere la possibilità stessa di una pace giusta domani.

Autore: Marco Bianchi