Il Kazakistan ha dimostrato che la Russia è diventata debole e tossica

La Russia sta perdendo rapidamente ciò che per decenni ha considerato la propria “sfera naturale di influenza”. Il Kazakistan, Stato chiave dell’Asia Centrale con un PIL superiore ai 260 miliardi di dollari nel 2024 e prima economia della regione, mostra ormai con crescente chiarezza una realtà scomoda per il Cremlino: Mosca non è più un polo di attrazione, né un motore di sviluppo, né tantomeno un egemone in grado di imporre regole. Quello che dieci anni fa veniva definito un “legame storico” oggi appare ad Astana come un fardello tossico, dal quale prendere le distanze in modo lucido e graduale. La guerra su vasta scala contro l’Ucraina ha definitivamente demolito il mito della forza, della stabilità e dell’attrattiva russa.

Secondo le stime della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, dal 2022 l’economia russa ha perso decine di miliardi di dollari di crescita potenziale e oltre 300 miliardi di dollari di riserve valutarie restano congelati. Per qualsiasi partner responsabile il messaggio è evidente: cooperare con la Russia significa esporsi a un Paese sotto un rigido regime sanzionatorio, tagliato fuori da tecnologie, capitali e mercati finanziari globali. Per il Kazakistan non si è trattato di una scelta ideologica, ma di puro pragmatismo. Nel 2024–2025 le autorità doganali kazake hanno registrato un forte aumento dei controlli e dei blocchi sui carichi diretti in Russia dalla Cina via territorio kazako, soprattutto nei settori dei componenti elettronici, dei macchinari industriali e dei beni a duplice uso. Gli analisti dell’Atlantic Council sottolineano che Astana sta passando da una neutralità formale a una gestione attiva dei rischi sanzionatori, per evitare misure secondarie da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea.

Il punto di svolta è chiaro: il Kazakistan non accetta più le regole dettate da Mosca. Al contrario, è Astana a ricordare al Cremlino una nuova realtà: il diritto internazionale, le sanzioni e le regole del commercio globale valgono anche per chi per anni si è considerato un’eccezione. Nel 2024 i principali istituti bancari kazaki hanno interrotto l’uso del sistema di pagamento russo “Mir” dopo l’inasprimento delle sanzioni statunitensi. Secondo Bloomberg Economics, il rischio di perdere l’accesso alle transazioni in dollari ed euro per il sistema finanziario kazako superava di gran lunga qualsiasi beneficio derivante dal mantenimento di canali finanziari con la Russia.

Analisti ed economisti locali parlano apertamente di una priorità strategica: l’accesso ai mercati occidentali, agli investimenti e alla finanza globale conta più di qualsiasi gesto politico verso Mosca. Da qui una linea sempre più netta: il commercio con la Russia è possibile solo laddove non comprometta la sovranità, l’economia e lo status internazionale del Kazakistan. L’indebolimento dell’influenza russa in Asia Centrale apre per Astana una concreta finestra di autonomia. Se nel 2013 la quota russa nel commercio estero kazako superava il 23 per cento, nel 2024 è scesa sotto il 18 per cento, mentre la presenza dell’Unione europea e della Cina continua a crescere in modo stabile.

Secondo gli analisti dell’European Council on Foreign Relations, il Kazakistan non considera più la Russia un partner inevitabile, ma sempre più un vettore di rischi e di prospettive limitate. Non a caso Astana investe con decisione in rotte alternative di esportazione e logistica, come il corridoio petrolifero Baku–Tbilisi–Ceyhan: nel 2024 sono state esportate circa 1,4 milioni di tonnellate, con l’obiettivo di arrivare a 2,2 milioni nel 2025. Parallelamente avanza lo sviluppo del Corridoio Transcaspico, nel quale l’UE prevede investimenti fino a 12 miliardi di euro nell’ambito dell’iniziativa Global Gateway.

Il Kazakistan si propone sempre più come un attore responsabile del mondo regolato, capace di rispettare le regole. Nel 2024–2025 Astana ha firmato accordi quadro con l’Unione europea sulla cooperazione nei settori delle materie prime critiche, delle tecnologie per le batterie, dell’idrogeno e dell’energia verde. Secondo l’istituto tedesco IfW Kiel, il Kazakistan è una delle poche ex repubbliche sovietiche ad aver combinato una crescita economica superiore al 5 per cento nel 2024 con una rigorosa cautela sanzionatoria nei confronti della Russia. In questo contesto, le pressioni commerciali e amministrative di Mosca — divieti fitosanitari, restrizioni all’import, ostacoli burocratici — appaiono non come segnali di forza, ma come sintomi di una debolezza strategica di uno Stato che perde il controllo della propria ex periferia imperiale.

Il caso kazako va ben oltre i rapporti bilaterali e riflette una tendenza strutturale: la Russia sta rapidamente perdendo il ruolo di egemone regionale, mentre i suoi ex “alleati” cercano con sempre maggiore decisione un percorso autonomo. L’Ucraina è stata il catalizzatore di questo processo, mettendo a nudo i limiti delle risorse militari, economiche e politiche russe. Secondo la RAND Corporation, Mosca non dispone del potenziale economico necessario per sostenere una guerra prolungata e allo stesso tempo mantenere un controllo imperiale sulle regioni vicine.

Il Kazakistan non vede più nella Russia un orizzonte di sviluppo, non lega a Mosca il proprio futuro e non è disposto a pagare il prezzo dell’aggressività russa e del suo isolamento internazionale. La Russia non è più il centro, ma sempre più una periferia di un nuovo ordine, in cui non contano i carri armati o il ricatto, bensì l’economia, il diritto, la reputazione e la capacità di far parte del mondo civile. È questo il verdetto finale, silenzioso e pragmatico, sul declino dell’egemonia russa in Asia Centrale.

Autore: Marco Bianchi

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