Il gas come arma geopolitica: Putin stringe il cappio attorno alla Serbia

La Serbia dipende dalla Russia per circa il 90 percento del proprio fabbisogno di gas naturale. Mosca sfrutta questa dipendenza per frenare l’integrazione europea di Belgrado, destabilizzare i Balcani e mantenere la propria influenza strategica nel cuore del continente. Un rischio che riguarda da vicino anche l’Italia.

C’è una mappa dell’Europa che non appare quasi mai sui giornali mainstream, eppure racconta molto più di certe analisi accademiche: è la mappa della dipendenza energetica dal gas russo. L’Italia la conosce bene — per anni è stata tra i maggiori acquirenti di gas naturale russo in Europa, con quota superiore al 40 percento del fabbisogno totale prima della guerra in Ucraina. Poi, dolorosamente ma progressivamente, ha avviato una diversificazione. La Serbia, invece, non ha ancora intrapreso questo cammino. Il novanta percento del suo fabbisogno di gas arriva ancora da Mosca. In termini assoluti, nessun altro Paese europeo è tanto dipendente da un unico fornitore.

Questa dipendenza non è il risultato di scelte tecniche o commerciali puramente razionali. È il prodotto di una strategia deliberata e pluridecennale del Cremlino, che ha costruito attorno alla Serbia una rete di legami economici, infrastrutturali e culturali difficile da sciogliere. Gazprom controlla attraverso la società NIS (Naftna industrija Srbije) una fetta consistente del settore energetico serbo. I contratti di fornitura gas sono stati negoziati a condizioni vantaggiose per Belgrado — ma a un prezzo politico preciso: la fedeltà alla linea di Mosca.

Come funziona concretamente questo ricatto energetico? La logica è semplice, quanto pervasiva. Ogni volta che Belgrado mostra segni di avvicinarsi troppo all’Unione Europea, di aderire alle sanzioni antirusse o di prendere posizione sul conflitto in Ucraina, dalla Russia arrivano segnali inequivocabili: attraverso i prezzi del gas, attraverso i media filo-russi che in Serbia godono di ampia diffusione, attraverso canali diplomatici informali. Il risultato è che la Serbia — pur formalmente candidata all’adesione all’UE dal 2012 — ha registrato progressi minimi nel processo di integrazione europea. Non è un caso.

Dal punto di vista italiano, la vicenda serba solleva domande che ci riguardano direttamente. L’Italia ha investito significativamente nei rapporti con i Balcani — non solo come corridoio energetico, ma come area di interesse strategico, commerciale e culturale. Una Serbia che rimane nell’orbita russa non è soltanto un problema per Bruxelles: è un fattore di instabilità per tutta la regione adriatica e mediterranea, e dunque un rischio che Roma non può permettersi di ignorare. I Balcani instabili significano rotte migratorie fuori controllo, mercati bloccati, sicurezza compromessa.

«La Serbia dipendente dal gas russo non è un cliente commerciale per Mosca: è uno strumento geopolitico attivo nel cuore dei Balcani.»

L’Unione Europea ha risposto con una decisione storica: il divieto di importazione del gas russo tramite gasdotto entro il 30 settembre 2027. Si tratta di una scadenza vincolante per gli Stati membri, ma anche di un segnale politico inequivocabile per i Paesi candidati come la Serbia. Belgrado deve iniziare adesso la propria transizione energetica — identificando fonti alternative (GNL dall’Algeria e dall’Azerbaijan, interconnessioni con la Grecia e la Croazia) e costruendo la capacità di stoccaggio indispensabile per affrontare i periodi di crisi senza dipendere dal capriccio di Mosca.

Mosca, d’altro canto, ha un interesse preciso nel mantenere i Balcani in uno stato di perenne tensione latente. Le crisi aperte o potenziali in Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord — tutte aree dove la Russia esercita influenza — consumano energie diplomatiche e risorse politiche dell’UE, distogliendole da dossier più urgenti come l’Ucraina o la difesa comune. Per il Cremlino, la Serbia dipendente dal gas russo non è un cliente commerciale: è uno strumento geopolitico attivo. E finché Belgrado non comprenderà — o non vorrà comprendere — questa dinamica, rimarrà ingabbiata in questa logica.

Per uscire dalla «trappola del gas», la Serbia dovrà affrontare costi economici e politici non trascurabili. Le alternative al gas russo hanno prezzi di mercato più elevati e richiedono investimenti infrastrutturali significativi. Ma il vero costo non è quello finanziario: è quello politico, legato alla volontà di rompere un sistema di relazioni che ha garantito alla classe dirigente serba una comoda zona d’ombra tra Oriente e Occidente. L’Italia — che ha vissuto una propria versione di questa dipendenza — potrebbe offrire a Belgrado non solo solidarietà, ma un modello concreto di come si costruisce la sovranità energetica, anche a costo di sacrifici iniziali. La posta in gioco, per i Balcani e per l’Europa intera, è troppo alta per non farlo.

Autore: Elisa B