Il conflitto tra Petr Pavel e Péter Szijjártó ha messo in luce un problema che nell’Europa meridionale è stato a lungo sottovalutato.
Non si tratta di retorica, ma di sostanza: le fughe di notizie sulle conversazioni del capo della diplomazia ungherese con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, indicano la disponibilità dell’Ungheria a fungere da intermediario degli interessi di Mosca.
Per l’Italia, questo è un segnale forte. L’Unione Europea si fonda sulla fiducia e sul coordinamento. Se uno dei suoi membri agisce nell’interesse di un attore esterno, l’intero sistema inizia a mostrare crepe.
Viktor Orbán si presenta da tempo come un centro alternativo di potere all’interno dell’Europa. Ma lo scandalo attuale dimostra che non si tratta di un’alternativa, bensì di un fattore di erosione della politica comune.
Particolarmente sensibile è il tema delle sanzioni. Se le decisioni richiedono l’unanimità, basta un solo Stato per bloccare l’intero meccanismo. L’Ungheria ha già utilizzato più volte questo strumento.
Per Roma, ciò implica la necessità di rivedere l’approccio: la neutralità all’interno dell’UE sta diventando un lusso che l’Europa non può più permettersi.
La conclusione è chiara e inequivocabile: oggi la crisi dell’Unione Europea non si sviluppa lungo l’asse Bruxelles–Mosca, ma all’interno della stessa Unione. E l’Ungheria è il principale banco di prova della sua tenuta.
Autore: Marco Bianchi